CLASSIFICHE DELL’ANNO DOMINI 2025

In copertina: gli incendi che a inizio anno hanno devastato Los Angeles

Nuovo anno, nuova classifica, tante cose da dire. Se nel 2024 siamo stati un po’ troppo impegnati, nel 2025 abbiamo affrontato delle grosse crisi, un lungo periodo di break e casini interni alla redazione. Con, allo stesso tempo, le nostre vite che andavano avanti e molta fatica nella ricostruzione. Una ricostruzione che, però, c’è stata. Nel corso di questo 2025 siamo riusciti piano piano a venire fuori da questo turbine di problemi e nell’ultimo periodo abbiamo trovato una nuova forza e voglia di fare il nostro lavoro-hobby nel modo migliore possibile, coinvolgendo di più i nostri lettori sui nostri canali e cominciando – tra le altre cose – a fare un po’ di promo per la bella musica italiana con il progettino di Mangianastri. Il tutto in un dietro le quinte rinnovato, più piacevole, costante, e funzionale. Bene così.

La classifica è uscita, per forza di cose, un po’ gerrymandered sui gusti delle persone che sono state più attive nel corso dell’anno e soprattutto – per la prima volta da qualche anno – con qualche buco qui e lì. Ci sono due letture contrastanti in Redazione sul fatto che quest’anno c’è stata difficoltà a trovare dischi belli di quelli che piacciono a noi. Una corrente pessimista, che comunque ha delle buone argomentazioni dalla sua, è semplicemente sfiduciata sullo stato dell’industria musicale e di cosa significa fare e ascoltare musica in un mondo che è passato dall’algoritmo che costruisce consumatori alla dipendenza dopaminica devastante del video verticale, dall’AI algida e meccanica degli Autechre di Exai all’isolamento naturale portato da companion bot e spazzatura simile nel giorno d’oggi. Dall’altro lato la corrente più ottimista, cui appartiene chi scrive questo incipit, trova un forte supporto evidenziale nel fatto che questo è l’anno in cui siamo riusciti a guardare di meno in giro, con uno iato di un semestre che costituisce questo enorme punto cieco. Quindi per la prima volta ci sentiamo di dirvi che se questa classifica non copre tutte le uscite migliori del 2025, probabilmente un po’ è anche colpa nostra. Ogni volta che è ripartita la macchina, inoltre, ci abbiamo messo veramente poco a scoprire tante belle gemme che costellano il panorama internazionale (e, perché no, nazionale). C’è ancora un sacco di meraviglia in giro, recuperarla non è facilissimo. Confidiamo di migliorare di settimana in settimana.

L’anno prossimo, se tutto va secondo i piani, sarà per noi super dinamico. Continuate a seguirci e lo scoprirete molto velocemente. Per il resto, buon giro di valzer sul pianeta che sfiamma. Baci.


Laura Agnusdei – Flowers Are Blooming in Antarctica (Maple Death)

In Flowers Are Blooming in Antarctica, Laura Agnusdei riprende le redini dal suo debutto, ne raccoglie le influenze e le elabora con una nuova maturità. La musica di questo disco è viva, giocosa, si mette in discussione traccia dopo traccia in un rincorrersi di ispirazioni, originali trovate timbriche e armoniche, complesse atmosfere tropicali. Ogni brano possiede un colore peculiare che, pur essendo immediatamente distinguibile, esprime il meglio solo una volta combinato con gli altri, come nei frammenti di un caleidoscopio. Il collante è sempre il sax di Agnusdei, ora limpido, ora distorto fino ad essere irriconoscibile. Flowers Are Blooming in Antarctica è un disco efficace, lungo il giusto, fantasioso, che merita un posto tra le uscite migliori dell’anno. Siamo contenti di Laura Agnusdei, e dovreste esserne contenti anche voi. 

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Antonii Baryshevskyi / Maxim Shalygin – To All Alive (Blukanya Records)

To All Alive raccoglie e lascia svolazzare nell’etere vent’anni di lavoro del compositore ucraino-olandese Maxim Shalygin, portati per mano dall’interpretazione del pianista ucraino Antonii Baryshevskyi. Il connubio tra i due, amici fin dai tempi degli studi al conservatorio di Kiev, ci restituisce degli acquerelli per solo piano notevoli e spesso imprevedibili, oscillanti tra i criptici incastri armonici del tardo Debussy, vaghe reminiscenze di Messiaen e il lavoro texturale e ritmico di Ligeti. Tra tutte le composizioni presentate, i Fetus Etudes spiccano particolarmente per il loro carattere malinconico: concepiti tra il 2019 e il 2024, segnati dal clima della guerra seguita all’invasione dell’Ucraina, questi studi al tempo stesso vivaci e funerei lasciano trasparire la personalità di Shalygin e la voce strozzata di una nazione, ancora in preda alla difficoltà e all’incertezza. Materiale per respirare in un 2025 fuori controllo.

Blawan – SickElixir (XL)

Con poco meno di vent’anni di esperienza in saccoccia, in SickElixir Blawan spreme ogni goccia di ispirazione dal suo percorso artistico, dando vita a quaranta minuti di elettronica densissima. Torna di prepotenza l’abrasività timbrica in parte sacrificata nel disco precedente, un’elettronica dove sonorità metalliche industrial vengono erose da un rumorismo cibernetico fatto di campioni di voce manipolata e sintetizzatori spanati. SickElixir si distingue innanzitutto per l’elaboratissimo l’interplay tra componente ritmica e arrangiamenti, una compenetrazione in continuo mutamento grazie a un bacino timbrico immenso; plug-in compaiono per pochi secondi e vengono immediatamente distorti, i beat si rompono dopo una manciata di battute, degenerando gradualmente nei minimi termini di un semplice quattro quarti oppure sparendo del tutto per venir subito sostituiti da pattern molto più convoluti presi in prestito all’UK bass più storta o alla footwork. Anche i sample vocali, di cui è pieno il disco, sono stravolti talmente tanto da raggiungere una dimensione molto più vicina al mondo inorganico che a quello naturale: le esclamazioni secche di The GL Lights, il throat singing robotico di WTF, i continui pitch shift di Don’t Worry We Happy fanno sembrare SickElixir un rave di Transformers. Questa instancabile manipolazione sonora e strutturale martella senza tregua l’ascoltatore, sommergendolo di input e quasi privandolo della connessione con un groove comunque presente, ma il cui corso viene continuamente interrotto o deviato come in un torrente pieno di rocce. In questo delirio ferrofluido raramente una melodia riesce ad annaspare fino a galla, e le poche che ci riescono vengono immediatamente soggette a una zombificazione chopped and screwed. Cosa chiedere di meglio?

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Patricia Brennan – Of the Near and Far (Pyroclastic)

Patricia Brennan ci sta a cuore. Poco più di un anno fa, la nostra redazione aveva accolto con entusiasmo il suo precedente lavoro Breaking Stretch, e possiamo dire che il bis non abbia tardato ad arrivare. In Of the Near and Far, la vibrafonista si è dimostrata abilissima nel legare le idee extramusicali offerte dal concept alla base del disco con la sua controparte sonora, sfruttando tali suggestioni come rampa di lancio per un’evoluzione delle sue coordinate artistiche. L’album eccelle non solo nell’impacchettare diligentemente una serie di quadretti a tema spazio, ma anche nell’offrire nuove prospettive per la musica di Brennan, già uno dei nomi più interessanti dell’intera scena jazz contemporanea. Ben lontano dalle espressioni banali e scontate che vediamo sovente in questo genere, Of the Near and Far è indiscutibilmente non solo tra il miglior jazz che questo 2025 abbia fornito, ma uno dei nostri dischi dell’anno.

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clipping. – Dead Channel Sky (Sub Pop)

Dead Channel Sky è un disco davvero impressionante. Il gruppo sembra essere finalmente arrivato a una versione completa e tridimensionale della sua proposta musicale, che fa coesistere tutte le idee esplorate in passato dentro a una musica proteiforme e sfaccettata. Sintetizzatori a metà tra il digital hardcore e l’acidità trascinante della Detroit techno si sposano con percussioni ariose sempre in divenire, programmate a volte con angolarità drum’n’bass a volte con semplici boom bap. Anche dal punto di vista timbrico i clipping adoperano una vasta gamma di sfumature, spaziando dalla complessità di campionamenti e arrangiamenti propria del trip hop alla linearità di suoni elettronici super saturati che bruciano tutto lo spettro acustico. A rendere ancora più irresistibili i brani, brevi aperture melodiche vengono inserite a regola d’arte in brani come Code o Dodger: semplici tappeti d’archi o sintetizzatori malinconici addolciscono improvvisamente le cavalcate impietose e le timbriche da rave, colorando efficacemente il disco e fornendo la varietà strutturale di cui la band aveva disperatamente bisogno da sempre. È molto interessante notare come queste piccole aggiunte abbiano un impatto così grande; un progetto già personale e ragionato ottiene un importante tassello mancante, che va non solo ad introdurre elementi nuovi ma permette di valorizzare anche i punti di forza già presenti. Brani come Polaroid dimostrano anche la maturità a livello di scrittura di Daveed Diggs, capace di inanellare immagini di grande effetto inserendole al contempo dentro schemi metrici interessanti e raffinati.

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Tomas Fujiwara – Dream Up (Out of Your Head)

Dream Up rappresenta il culmine del processo di ricerca di Tomas Fujiwara sulla reinvenzione dei compiti delle percussioni nel contesto improvvisativo. È una suite composta e arrangiata per un Percussion Quartet – Patricia Brennan, Tim Keiper, Kaoru Watanabe, oltre a Fujiwara stesso – che si avvale (quasi) esclusivamente di strumenti a percussione, sia membranofoni che idiofoni; solo su qualche traccia fanno capolino anche un ngoni e uno shinobue. Tuttavia, il valore di Dream Up non sta in un supposto fattore novelty del Percussion Quartet, quanto nell’afflato narrativo e panculturale che anima tutta la suite. Con strumenti provenienti da ogni parte dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, all’ascolto di Dream Up è possibile riconoscere forme e suggestioni che rimandano al teatro Noh giapponese, all’opera cinese, al Senegal e alle musiche delle popolazioni Mandé, oltre che ovviamente al jazz più avant-garde. Da un puzzle all’apparenza indecifrabile, realizzato con la sola percussione di membrane, pelli, placche di metallo e blocchi di legno, sembra emergere un trattato sul ritmo e una storia di come i popoli ne hanno percepito il valore attraverso epoche e continenti distanti: è questo il vero miracolo di Dream Up.

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Mary Halvorson – About Ghosts (Nonesuch)

È da ormai diverso tempo che gli Amaryllis sembrano essere diventati la principale valvola di sfogo creativo della penna di Mary Halvorson, e di conseguenza hanno progressivamente acquisito delle specificità che hanno reso la loro musica estremamente riconoscibile non soltanto nell’affollatissimo panorama jazzistico attuale, ma anche all’interno dello stesso corpus artistico di Halvorson. Su About Ghosts, la loro formula si è arricchita ulteriormente con l’inclusione di un sassofono contralto, di uno tenore, e di un pocket piano suonato direttamente da Halvorson: i due sax ampliano la gamma espressiva del gruppo, mentre il pocket piano invece dà un apporto molto più subliminale, offrendo glitch e bleep elettronici, ghost note, effetti vari e assortiti che si situano ai margini del quadro sonoro ma ne influenzano la resa complessiva, conferendogli significati inediti. La qualità di esecuzione e di scrittura è tale che è difficile non cogliere un ulteriore affinamento di quanto gli Amaryllis non avessero già mostrato sui due dischi precedenti: probabilmente, è il miglior lavoro a firma Mary Halvorson dai tempi dei due dischi con i Code Girl.

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Hexrot – Formless Ruin of Oblivion (Transcending Obscurity)

Gli Hexrot suonano death metal, ma il loro background musicale è maggiormente legato a post-hardcore, jazz, math rock e progressive rock. Per questo, la musica di Formless Ruin of Oblivion è intessuta di tanti dettagli che comportano una visione obliqua e distorta della tradizionale interpretazione di un brano metal: nei brani del duo, convivono sfuriate death/thrash, rallentamenti quasi sludge, improvvise impennate dissonanti mutuate direttamente dal noise rock, andamenti ritmici tortuosi tra Gorguts e Off Minor, ed elettronica di stampo industrial. Così, gli Hexrot non hanno soltanto realizzato un album bello, dallo stile personale, scritto e suonato egregiamente — tutti fattori che già lo renderebbero uno dei punti più alti del panorama estremo del 2025 — ma hanno anche dimostrato come sfruttare a proprio vantaggio la propria natura di outsider della scena per approcciare la materia metal da una prospettiva peculiare e inusuale.

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Darja Kazimira & Zura Makharadze – Minotaur – Ananke (Cyclic Law)

Minotaur – Ananke è il filamento più vibrante del groviglio spirituale annodato dalle pulsioni di Darja Kazimira. Gli ingredienti alla base del ciclo improvvisativo sono centinaia: il corpo del soundscape saccheggia le più disparate tradizioni popolare (ottomana, coreana, tibetana…); le vocalizzazioni turpe e profonde del duo che agganciano l’anima tra le arie più intense della musica gotica e certi momenti di panico dell’opera contemporanea; la storia del Minotauro di Cnosso, profondamente psicanalitica, messa in teatro dalle urla di Darja Kazimira e dai tentativi pangeatici da etnomusicologo di Zura Makharadze. Un disco che può passare sordo a chi non è disposto a darsi in mano a questo tipo di operazione, ma che è uno dei prodotti più sinceri, imponenti e validi di questo periodo storico per chiunque abbia voglia di dismettere i panni civili e celebrare i propri istinti più primitivi.

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Imperial Triumphant – Goldstar (Century Media)

Forse sarebbe opportuno trovare la chiave di lettura di Goldstar a partire da quel “the medium is the message” campionato da Marshall McLuhan che apre il disco: come Dos Passos e la sua “polifonia della pagina” di Manhattan Transfer, è il continuo riassestamento delle coordinate e dei riferimenti che fa dell’ultimo sforzo degli Imperial Triumphant un album di comprensione immediatamente più accessibile rispetto ai precedenti sforzi della band. L’insieme di citazioni, storture e metafore della scrittura dei brani non assume più connotati alieni ma arricchisce e accumula avidamente al suo interno ogni tipo di linguaggio per riflettere verso di noi un’immagine frammentata, distorta e inquietante di New York e della sua storia attraverso un death metal obliquo, impenetrabile ma che allo stesso tempo sa che non deve prendersi troppo sul serio.

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Jon Irabagon – Server Farm (Irrabagast)

Su Server Farm, l’obiettivo di Jon Irabagon è quello di mimare il meccanismo di apprendimento delle reti neurali, scrivendo una musica ricamata addosso agli esecutori in una maniera paragonabile a quanto potrebbe fare un’intelligenza artificiale; allo stesso tempo, Irabagon è anche intenzionato a dimostrare quanto l’esperienza e l’emotività rendano inestimabile l’apporto di un performer umano rispetto a quello di una macchina. Il concept (francamente inutile) non è però all’altezza della musica, che invece sfoggia uno dei sound più entusiasmanti e spettacolari che il jazz di New York sia capace di produrre di questi tempi. Il curriculum dei musicisti chiamati a raccolta per l’occasione abbraccia uno spettro di sonorità vastissimo che comprende fusion, big band di frontiera, post-bop, free jazz, improvvisazione radicale, fino anche alla musica accademica contemporanea. Irabagon ha anche un indubbio talento nel plasmare e saldare con naturalezza tutte queste diverse esperienze, tant’è che lo sviluppo dei brani suona infine consequenziale e sorprendentemente omogeneo nonostante le mille tendenze centrifughe che ne costituiscono l’essenza.

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Natalia Lafourcade – Cancionera (Sony)

Natalia Lafourcade ha ormai acquisito la statura di una gigante. Il suo percorso nell’ultimo decennio ha aggiunto di volta in volta nuove tessere a un mosaico che, poggiandosi sul ricco filone della tradizione folk centroamericana, ha saputo colorarsi delle tante sfumature che percorrono il corpus dell’espressione musicale latina, fino a lambire i territori della musica da camera e del jazz. Arrivata a Cancionera, insomma, l’artista di Città del Messico non aveva niente da dimostrare; eppure ha saputo rinnovare la manifestazione del proprio talento. Stavolta la troviamo a lavorare di sottrazione, e in questa versione più intimista risplende in pieno fulgore la sua potenza come interprete ormai pienamente matura e consapevole: vibrante di intensità quando flirta col silenzio, divertita e divertente nei momenti più giocosi, condottiera esperta quando gli arrangiamenti si infittiscono. Il tutto nella solita cornice di eccellenza relativa alla pletora di collaboratori e collaboratrici, che rinforzano a ogni angolo la combinazione di gusto sofisticato e fascino immediato. A questo punto sappiamo che Lafourcade è una forza della natura, ma non dovremmo mai darlo per scontato; Cancionera è qui a ricordarcelo.

Christopher Larkin – Hollow Knight: Silksong (n/a)

E che ci volete fare? Hollow Knight II: Silksong non avrà vinto il GOTY (sbagliato) ma non possiamo esimerci da posizionarlo tra i nostri AOTY (giusto). In questo secondo capitolo della saga di Hollow Knight c’è Christopher Larkin che prende in mano un’orchestra e diventa grande, e che fortuna per noi a cui piace ascoltare questo tipo di musica. Larkin qui ha bisogno di tutta l’espressività delle singole voci per tessere la sua intricata trama di leitmotiv e sinestesie: il più grande passo avanti dal lavoro precedente. Gli archi, quando si infilano nelle loro sequenze di balzato e ricochet, sono spesso usati per richiamare gli strali di seta che fiammeggiano tra gli insetti nei combattimenti più eleganti (Lace, Incisive Battle); simile discorso per i desolati brodi di clarinetto che descrivono alcune delle pagine più pallide della mappa di gioco (Sinner’s Road, Far Fields) o per gli ecclesiali passaggi corali che accompagnano i momenti topici del pellegrinaggio di Hornet (Blasted Steps, Choral Chambers), spesso armonizzando con i batacchi e le campane da lei colpiti in game, durante la traversata. La colonna sonora funziona da sola e funziona nel vastissimo mondo di gioco, ma richiede tutte le energie mentali dell’ascoltatore. Lo fa quando i volumi si alzano nelle tracce per archi e lo fa quando i pezzi ambient regalano dei gotcha e fanno l’occhiolino all’ascoltatore attento al mondo sonoro quanto al mondo di gioco: per questo è impossibile, per ora, ascoltarlo mentre si fa altro. Come, del resto, è impossibile giocare a Silksong mentre si fa altro.

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Makaya McCraven – Off the Record (International Anthem)

Registrato nel corso di varie sessions tenutesi a cavallo degli anni con formazioni sempre diverse tra di loro, Off the Record è in realtà una collezione di quattro EP che Makaya McCraven ha deciso poi di riunire in un unico blocco costituito da questo LP. Il materiale semi-improvvisato e poi rilavorato in studio da McCraven è un manifesto che mette in mostra alcune tra le figure più importanti e simboliche del nuovo movimento jazz venutosi a consolidare definitivamente intorno a Chicago, da Junius Paul a Ben Lamar Gay, approfittando anche di un mostro sacro come Jeff Parker, che si è reinventato jazzista da qualche anno. Ma non solo: attraverso i suoi venti brani, Off the Record disegna una splendida intersezione tra nu jazz, coordinate mutuate dai generi più disparati e un pizzico di avanguardia weird che riesce a suonare familiare ma imprevista nei suoi momenti migliori, facendoci venire l’acquolina in bocca pensando a cosa starà bollendo in pentola la prossima volta.

La Niña – Furèsta (BMG)

Furèsta è assolutamente straordinario, c’è poco da fare. L’obiettivo del progetto La Niña (che per ammissione di Carola Moccia si compone di lei, del suo direttore artistico Alfredo Maddaluno e delle persone che partecipano alla produzione dei brani) è quello di scavare a fondo nella tradizione musicale campana, andando a recuperare quei brani che al grande pubblico sono stati solo riportati tramite operazioni come quelle dei Musicanova o della Nuova Compagnia di Canto Popolare, tessendoli insieme con la canzone napoletana del novecento, con lo spirito neomelodico della Napoli contemporanea e ritagliandoli attraverso le cesoie dell’avant-folk e della produzione elettronica roboante che in anni recenti abbiamo trovato qui e lì. A partire dal singolone d’accesso Guapparìa (solamente per caso omonimo della canzone napoletana del 1914), Furèsta procede per fuochi d’artificio (Guapparìa appunto, Tremm’ e Figlia d’’a tempesta) in alternanza con breather molto più leggeri o contemplativi (Ahi!, Chiena ‘e scippe, Sanghe) e pezzi-ponte tra i due livelli di arousal (‘O ballo d’’e ‘mpennate, Oinè, Mammama’). Non rientra in questo modello semplificato l’outro Pica Pica, che chiude l’avventura con un profilo angelico e sacrale che fa un po’ il ruolo dell’Ave Maria di Bach nella sequenza di Chernabog in Fantasia. La vibrazione di fondo sta là da qualche parte nello spazio che mette in comunicazione le tammurriate e le tarantelle, i canti corali delle lavandaie, ogni tanto la canzone napoletana del primissimo novecento. La Niña riesce ad aprire un dialogo verticale tra tante tradizioni diverse della musica campana, farne un unicum tutto nuovo, e poi gettare questo nuovo agglutinato nel panorama dell’avant-folk globale contemporaneo. C’è tutta la storia che precede l’attualità, e c’è l’attualità. Di nuovo, un lavoro semplicemente straordinario.

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Anna Pidgorna – Invented Folksongs (Redshift)

Gli strali del folk gotico di Anna Pidgorna hanno pochi precedenti. Il gioco delle Invented Folksongs genera un ready-made di musica popolare ucraina (Stato in cui Pidgorna ha le sue radici) e lo trasfigura con un lungo trascinarsi della sua voce, impegnata in un cantato che ondeggia tra la darkwave e la musica classica contemporanea – cambi repentini di tono, bordoni imponenti, un continuo sperimentare sugli acuti. La parte strumentale delle Folksongs curata dalla Ludovico Ensemble (archi, zimbalon, pianoforte e percussioni varie) quasi si abbevera di queste tessiture ancestrali, e costruisce una sua camera stridendo e gemmando attorno al cantare di Pidgorna. Un disco che ha tanto di meditabondo quanto di aggressivo, che getta le vibrazioni dell’avant-folk nel campo della musica accademica nordamericana, e che allo stesso tempo è recepibile da chiunque abbia ghiandole per sudare freddo. Più che abbastanza per inserirlo nelle nostre scelte dell’anno.

Slikback – Data (Tempa)

Slikback è uno di quei producer a briglia sciolta che sembrano continuamente impegnati a modellare nuovi pezzi per ingrossare le fila del proprio arsenale in vista di una qualche futura guerra sonora. È una sorpresa vederlo pubblicato su Tempa, etichetta tra le più importanti nella nascita e diffusione del movimento dubstep, ma ascoltando Data il senso dell’incontro si fa decisamente chiaro. Bassi distorti, ritmi pesanti e riverberati, atmosfere scure, campionamenti conturbanti: non sono pochi gli elementi in comune tra la prima dubstep e molte filiazioni della musica industrial virate sul dancefloor. Lo mostra bene l’attacco di Sea, che richiama gli scenari desolati dello Skream più minimale prima di evocare i growl di bassi nelle sue fiammate nere che avvolgono il beat plumbeo; piazza poi la trappola di un sintetizzatore lieve, prima di raddoppiare la forza degli schiaffi ritmici. Gli altri due brani mostrano ulteriori mutazioni possibili nel codice genetico di quella che potremmo chiamare club music estrema: Data fa collidere drum ‘n’ bass fangosa e gabber per sonorizzare un rave di belve, Dread si appoggia su un beat trap che si contorce psicotico rimestano il sound design opprimente. Sono tutti e tre pezzi dall’impatto devastante, musica pesante ma vitale, da cui è un piacere essere travolti.

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Wiener Symphoniker / Peter Rundel / Wolfgang Kogert [Klaus Lang] – tönendes licht. (KAIROS)

Un organo monumentale, l’Orchestra Sinfonica di Vienna, una cattedrale gotica. Sono elementi che potrebbero far pensare a un’opera musicale imponente e austera; tönendes licht. mostra invece come la loro interazione sia in grado eludere le facili aspettative, trovando una dimensione ariosa e contemplativa intorno alla materialità dei suoni. “I understand a piece of music as a concrete, sounding, sensual object and not as a concept to be enjoyed purely intellectuallydichiara il compositore Klaus Lang, e il suo intento risuona meravigliosamente nel dialogo tra la levità degli archi e le profonde vibrazioni dell’organo, così come nei dettagli delle figure musicali che si ripetono mai uguali a se stesse (con le note luccicanti degli idiofoni riprese dalla timbrica grave delle canne metalliche, ad esempio), conferendo a questa musica una costante tensione trasformativa mentre risuona tra le pietre dell’edificio secolare. Aggiungeteci poi una sezione centrale di abbacinante bellezza nei suoi ricami orchestrali, e avrete infine uno dei migliori lavori di classica moderna del 2025. Menzione speciale per l’impressionante operato della KAIROS, che dopo gli exploit con Clara Iannotta e Liza Lim si conferma fonte inesauribile per i nostri dischi dell’anno.   

Weed420 – Miren miren guayo… (n/a)

Oltre al piuttosto chiaccherato Amor de encava, il collettivo elettronico venezuelano Weed420 ha fatto uscire anche un mixtape, che si afferma tranquillamente come una delle uscite più stimolanti dell’anno. Miren miren guayo… è un horror vacui sonoro che ti bombarda continuamente di idee musicali tanto improbabili quanto irresistibili. In questo calderone dell’assurdo, i riferimenti culturali più disparati vengono bolliti assieme fino ad arrivare a misture di estetiche e sonorità mai viste prima: chitarre midwest emo con sotto beat reggaeton, R&B latinoamericano romantico con tamarrissimi assalti EDM, e mille altre combo assurde schiacciate assieme dalle dinamiche folli di una produzione macellaia come si può trovare nel phonk brasiliano o nel budots filippino. Oltre a contenere una vagonata di queste intuizioni fantastiche, Miren miren guayo… è importante testamento della connessione culturale che unisce ormai il mondo intero, di come il popolo di una nazione in piena crisi sociopolitica, apparentemente così distante da noi, abbia in realtà gli stessi riferimenti umoristici e stilistici, e ci sia più vicino che mai.

Lingyuan Yang – Cursed Month (Chaospace)

Linguan Yang si è formato artisticamente nel florido ambiente accademico di New York. Per questo, ha ereditato da Matt Mitchell – e da molti altri dei suoi mentori alla New School – uno spiccato gusto compositivo votato per una musica poliglotta, iper-virtuosa e cerebrale, che si dipana lungo traiettorie indecifrabili perseguendo una terza via tra scrittura e improvvisazione. Il tratto che contraddistingue maggiormente la musica di Cursed Month è però l’esplorazione dei temperamenti inequabili e la loro integrazione in un contesto jazz, ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera operazione. Se la ricchezza e la densità strumentale rendono questo lavoro estremamente appetibile ai frequentatori più assidui dell’avant-jazz e della musica contemporanea, la varietà timbrica offerta dalla microtonalità, dall’elettronica e dalla chitarra in clean immersa in un contesto tanto ostile amplia di molto la possibile platea cui Cursed Month è rivolto: dagli amanti del progressive rock, quelli del metal più evoluto e di frontiera, passando per i curiosi verso musiche e accordature non occidentali, la peculiarità del linguaggio di Yang non può passare inosservata.

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Le nostre classifiche individuali

Alessandro

  1. La Niña Furèsta (BMG)
  2. Darja Kazimira & Zura MakharadzeMinotaur – Ananke (Cyclic Law)
  3. Patricia BrennanOf the Near and Far (Pyroclastic)
  4. Juana MolinaDoga (Sonamos)
  5. clipping.Dead Channel Sky (Sub Pop)
  6. Nic TThe Use (HORA)
  7. Christopher LarkinHollow Knight: Silksong (n/a)
  8. Anna PidgornaInvented Folksongs (Redshift)
  9. Natalia LafourcadeCancionera (Sony)
  10. Antonii Baryshevskyi / Maxim Shalygin To All Alive (Blukanya Records)

David

  1. Patricia BrennanOf the Near and Far (Pyroclastic)
  2. Blawan – SickElixir (XL)
  3. Heinali & Andriana-Yaroslava SaienkoHildegard (Unsound)
  4. Crizin da Z.O.ACLR+6 (QTV)
  5. Weed420Miren miren guayo… (n/a)
  6. clipping.Dead Channel Sky (Sub Pop)
  7. Anna PidgornaInvented Folksongs (Redshift)
  8. Nels Cline’s Consentrik QuartetConsentrik Quartet (Blue Note)
  9. Natalia LafourcadeCancionera (Sony)
  10. Will LongLong Trax 4 (n/a)

Emanuele

  1. Darja Kazimira & Zura Makharadze – Minotaur – Ananke (Cyclic Law)
  2. Anna Pidgorna – Invented Folksongs (Redshift)
  3. Weed420 – Miren miren guayo… (n/a)
  4. Patricia Brennan – Of the Near and Far (Pyroclastic)
  5. Hexrot – Formless Ruin of Oblivion (Transcending Obscurity)
  6. Blawan – SickElixir (XL)
  7. clipping. – Dead Channel Sky (Sub Pop)
  8. Mary Halvorson – About Ghosts (Nonesuch)
  9. Jon Irabagon – Server Farm (Irrabagast)
  10. Lingyuan Yang – Cursed Month (Chaospace)

Jacopo

  1. Darja Kazimira & Zura Makharadze Minotaur – Ananke (Cyclic Law)
  2. Imperial Triumphant Goldstar (Century Media)
  3. Patricia Brennan Of the Near and Far (Pyroclastic)
  4. Geese Getting Killed (Partisan)
  5. Hexrot Formless Ruin of Oblivion (Transcending Obscurity)
  6. Sandwell District End Beginnings (The Point of Departure)
  7. Laura Agnusdei Flowers Are Blooming in Antarctica (Glitterbeat)
  8. Lingyuan Yang Cursed Month (Chaospace)
  9. Cyrus Pireh Thank You, Guitar (Palilalia)
  10. Darkside Nothing (Matador)

Lorenzo

  1. Patricia BrennanOf the Near and Far (Pyroclastic)
  2. Makaya McCravenOff the Record (International Anthem) 
  3. Kxrine Intima Catabasi (n/a)
  4. Laura AgnusdeiFlowers Are Blooming in Antarctica (Glitterbeat)
  5. Adrian Sherwood, African Head Charge & Speakers Corner Quartet Barbican Heights (On-U Sound) 
  6. Juana AguirreAnónimo (n/a)
  7. Jasmine HamdanI Remember I Forget (Kwaidan)
  8. Anna PidgornaInverted Folksongs (Redshift)
  9. Nic T The Use (HORA)
  10. Béla Fleck, Édmar Castañeda & Antonio SánchezBEATrio (Thirty Tigers)

Roberto

  1. Patricia Brennan – Of the Near and Far (Pyroclastic)
  2. Jon Irabagon Server Farm (Irabbagast)
  3. Slikback – Data (Tempa)
  4. Priori – This but More (Loidis Reconfiguration) (NAFF)
  5. Lucrecia Dalt – Cosa Rara (RVNG Intl.)
  6. Lingyuan Yang – Cursed Month (Chaospace)
  7. Darja Kazimira & Zura Makharadze – Minotaur – Ananke (Cyclic Law)
  8. Tomas Fujiwara – Dream Up (Out Of Your Head)
  9. Imperial Triumphant – Goldstar (Century Media)
  10. Mary Halvorson – About Ghosts (Nonesuch)

Menzioni onorevoli

  • Ambrose Akinmusire Honey from a Winter Stone (Nonesuch) [Emanuele]
  • Salamat Ali Khan – Metamusik Festival Berlin ’74 (Black Truffle) [Roberto]
  • Gaby Amarantos Rock Doido (Deck) [Alessandro]
  • Sam Amidon – Salt River (River Lea) [Jacopo]
  • Apes of the StateWhat’s Another Night? (n/a) [Alessandro]
  • Being & Becoming – Ars Ludicra (More Is More) [Roberto]
  • Les Biologistes Marins – Looking Out for Dolphins (n/a) [Alessandro, David]
  • Maiya Blaney A Room With a Door That Closes (Lex) [Alessandro]
  • The Bug vs Ghost Dubs – Implosion (Pressure) [Lorenzo]
  • Celestaphone & Dealers of GodCult Subterranea (Dismiss Yourself) [Alessandro, Lorenzo]
  • Demdike Stare – Splinters (DDS) [Roberto]
  • DjrumUnder Tangled Silence (Houndstooth) [Lorenzo]
  • Giulio Erasmus & The End of The Worm – Hard Sell (Disques de la Spirale) [Lorenzo]
  • Jerskin Fendrix – Once Upon a Time… In Shropshire (Untitled) [Alessandro]
  • fka boursin – Cowboys Don’t Cry (Berceuse Heroique) [Roberto]
  • Grey Aura – Zwart vierkant: Slotstuk (Avantgarde) [Emanuele]
  • Yasmine Hamdan – I Remember I Forget (Kwaidan) [Roberto]
  • Conna Haraway – Shifted (Short Span) [Roberto]
  • Huremic – Seeking Darkness (n/a) [Alessandro]
  • Identified Patient – Reset (Dekmantel) [Roberto]
  • Kop-Z – A Non-Equilibrium Thermodynamic System (Second Born) [Roberto]
  • Lac Observation – A City of Gandharvas (Hvergelmir) [Alessandro]
  • Marie de la Nuit – Transportées (Permanent Draft) [Roberto]
  • Zoë Mc Pherson – Upside Down (SFX) [Emanuele]
  • Messa – The Spin (Metal Blade) [Jacopo]
  • Motherhood – Thunder Perfect Mind (Forward) [Jacopo]
  • The Necks Disquiet (Northen Spy) [Alessandro]
  • Alex Paxton – Delicious (New Amsterdam) [Emanuele]
  • Oneohtrix Point NeverTranquilizer (Warp) [Lorenzo]
  • Gwenifer Raymond – Last Night I Heard the Dog Star Bark (Busy Bodies) [Alessandro, Jacopo]
  • Rockers NYC – Positive Reality (Good Morning Tapes) [Roberto]
  • Suffering Hour – Impelling Rebirth (Profound Lore) [Roberto]
  • Sun Ra & His Inter-Galactic Research Arkestra – Nuits de la Fondation Maeght (Strut) [Emanuele, Roberto]
  • John Surman – Flashpoints and Undercurrents (Cuneiform) [Emanuele, Roberto]
  • Los Thuthanaka – Los Thuthanaka (n/a) [Jacopo]
  • Rian Treanor & Cara Tolmie – Body Lapse (Planet Mu) [Roberto]
  • Vijay Iyer & Wadada Leo Smith – Defiant Life (ECM) [Lorenzo]
  • Asher White – 8 Tips for Full Catastrophe Living (Joyful Noise) [Jacopo]
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Livore Redazione
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