CONTAINER BELLO

CHRISTOPHER LARKIN HA BRUCIATO I SUOI LIMITI

CHRISTOPHER LARKIN – HOLLOW KNIGHT: SILKSONG OST

n/a

2025

Video Game Music, Cinematic Classical

8

Contiene micro spoiler per Hollow Knight: Silksong

Partiamo da un piccolo aneddoto personale. Nell’ultimo periodo della mia vita mi è capitato di farmi il culo a lavorare su alcune cose. Se siete knee-deep nella lore di Livore, in primo luogo, per favore non sparate a nessun commentatore politico. In secondo luogo, forse vi ricorderete che durante questi momenti ad alta intensità la mia attenzione non è esattamente tarata per musica troppo complessa – purtroppo. Questo, misto ad un ottimo video che esprime un pomodoro timer usando la soundtrack di Hollow Knight, mi ha portato ad ascoltare alcuni dei brani ambient del primo lavoro di Christopher Larkin a rotazione. Atmosferici, iconici, funzionali.

Da qualche giorno c’è un nuovo pomodoro timer su YouTube basato su alcuni brani del nuovissimo e fiammante Hollow Knight: Silksong. Dato che ho una quarantina di ore spese nel titolo e dato che ho ben familiarizzato con i suoi ambienti e le sue tematiche, ho fatto una prova e l’ho usata per lavorare. Non fa. Perché? Perché l’ascolto della sua colonna sonora è molto meno cozy e molto più faticoso: un dato coerente con il contesto, dato che a Pharloom non c’è proprio nulla di cozy. Ma andiamo con ordine.

Larkin è un compositore australiano che ha lavorato su qualche titolo minore (Expand, TOHU…) ma che è conosciuto principalmente per la composizione della soundtrack del metroidvania di Team Cherry, probabilmente uno dei videogiochi più famosi della nostra epoca. Il paragone con il precedente capitolo di Hollow Knight è quindi non solo dovuto ma lecito: ciò che è rimasto uguale è la generale struttura di brani dinamici ad accompagnare i segmenti battle e brani più ambient per l’attraversamento della mappa, così come la generale passione che trasuda dal progetto e la scelta di lavorare su un’orchestra in stile misuratamente cinematografico. Dall’altro lato, due sono le evoluzioni principali che si possono identificare nella soundtrack del nuovo Silksong: il chiacchierato passaggio dal cubase da battaglia ad un’orchestra effettiva, e il conseguente ispessimento della trama musicale a sostegno di tutto l’album, con tanto di coro e voci soliste a carico. La sezione strumentale conta un fenomenale ventaglio d’archi, un variegatissimo roster di fiati e ottoni, piano, percussioni, e altri strumenti che compaiono qui e lì e che dovrebbero essere direttamente curati da Larkin.

Questo ampio respiro concesso all’orchestra non è peregrino. Larkin qui ha bisogno di tutta l’espressività delle singole voci per tessere la sua intricata trama di leitmotiv e sinestesie: il primo, grande passo avanti dal lavoro sul primo Hollow Knight. Gli archi, quando si infilano nelle loro sequenze di balzato e ricochet, sono spesso usati per richiamare gli strali di seta che fiammeggiano tra gli insetti nei combattimenti più eleganti (Lace, Incisive Battle); simile discorso per i desolati brodi di clarinetto che descrivono alcune delle pagine più pallide della mappa di gioco (Sinner’s Road, Far Fields) o per gli ecclesiali passaggi corali che accompagnano i momenti topici del pellegrinaggio di Hornet (Blasted Steps, Choral Chambers), spesso armonizzando con i batacchi e le campane da lei colpiti in game, durante la traversata.

Quest’ultima componente diegetica si trova, più o meno in filigrana, in molte occasioni. La marcetta quadrata di Cogwork Dancers e del Cogwork Core serve anche a dare il metronomo per un giocatore che ha bisogno di un riferimento nei momenti di platforming atroce e durante le corrispettive boss fight, il sottofondo di Deep Docks vanta nel soundkit delle percussioni che richiamano il battere sull’incudine, l’organo di The Mist e Phantom smette di suonare quando, sempre nel gioco, il suo organista decide di avere di meglio da fare – e così via.

Questa rinnovata complessità distacca nettamente il nuovo lavoro di Larkin dalla colonna sonora del primo Hollow Knight e lo porta in un’orbita un po’ diversa, tra i fumi dell’RPG à la From Software o dell’ambience desolata del Gothic di Kai Rosenkranz. Ma la differenza specifica di Silksong, qui, è un approccio che si sforza sempre di riempire i vuoti di questa dark ambient con freschi fraseggi in pizzicato (Shellwood, The Slab), costanti richiami al panorama (le campane di Bellhart, la rugiada della Moss Grotto), e una generale manciata di episodi sonori che fanno un po’ da contraltare al sistema di nooks and crannies dell’esperienza di gioco. E il luogo dove Larkin riesce a fare l’impossibile è proprio quando lascia esplodere gli archi e lascia che si scambino assoli, che modulino, che rubino la scena al resto dell’orchestra per raccontare con le loro corde questa storia di seta e per mettere il tema di Hornet a repentaglio (battezzato su Strive), ogni volta con un contesto diverso.

La colonna sonora funziona da sola e funziona nel vastissimo mondo di gioco, ma richiede tutte le energie mentali dell’ascoltatore. Lo fa quando i volumi si alzano nelle tracce per archi e lo fa quando i pezzi ambient regalano dei gotcha e fanno l’occhiolino all’ascoltatore attento al mondo sonoro quanto al mondo di gioco: per questo è impossibile, per ora, ascoltarlo mentre si fa altro. Come, del resto, è impossibile giocare a Silksong mentre si fa altro.
C’è senza dubbio qualcosa di smaccatamente grezzo nel modo in cui Larkin manipola l’orchestra: è la condanna di chi decide di usare lo strumento per fini ancillari come una colonna sonora. Allo stesso modo, difficilmente avremmo visto delle prove così stellari, lucide, e cariche di significato, se non ci fosse stata la scusa di raccontare la lotta di Hornet. Un altro eccellente centro per un grande nome della video game music, e, dal mio punto di vista, un possibile inizio per una carriera che si sviluppi più concretamente al di là dell’alveo di Team Cherry. Christopher Larkin è diventato decisamente grande, e noi dobbiamo prenderne atto.

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Alessandro Corona Mendozza
Alessandro Corona Mendozza