SINGOLARE #8

Lucrecia Dalt – Cosa Rara (RVNG Intl.)

Nei dieci minuti di Cosa Rara si annida la costellazione di cantautorato atipico e mercuriale. Al centro luccica l’imprevedibile Lucrecia Dalt, che qui si costruisce un covo di ritmica jazz fumosa illuminata dalle braci diffuse di ricami elettronici, dentro cui innesta un perfetto pezzo pop: suadente, scaltro, con la propria espressività si conquista subito un posto nella memoria. Vicino a lei palpita la stella di David Sylvian (secondo carpentiere di quel covo), che sbarra la strada all’esaurimento dopaminico di un terzo ritornello producendosi in uno spoken word dalle tinte fosche con cui nutre l’atmosfera del brano. Più distante, l’astro nascente Mabe Fratti interpreta la parte di Dalt con una accresciuta vena esoterica, aggrappata a un sintetizzatore serpentino e pulviscoli di archi che controlla da sciamana sapiente a un passo dallo sbrocco catartico. Appena sotto, un baluginante Matias Aguayo crea un diverso terreno per la voce di Sylvian attraverso un humus di microritmi brulicanti e suonini manipolati, facendo filtrare nuova luce nel fascino ombroso. Cosa Rara, nelle proprie diverse incarnazioni, tiene fede al principio cantato da Dalt: “Rebasando el ritmo del deseo”.

Slikback – Data (Tempa)

Slikback è uno di quei producer a briglia sciolta che sembrano continuamente impegnati a modellare nuovi pezzi per ingrossare le fila del proprio arsenale in vista di una qualche futura guerra sonora. Una creatività famelica nel giro di pochi anni lo ha visto passare dall’inaugurare l’attività discografica della Hakuna Kulala al mettere in fila decine di pubblicazioni senza compromessi (tra cui dobbiamo citare almeno l’eccezionale collaborazione con il palermitano Shapednoise), spaziando attraverso una varietà di stili che hanno come sbocco comune il rumore ritmicizzato. È una sorpresa vederlo pubblicato su Tempa, etichetta tra le più importanti nella nascita e diffusione del movimento dubstep (per un compendio, recuperate il mix Dubstep Allstars Vol.1 di DJ Hatcha), ma ascoltando Data il senso dell’incontro si fa decisamente chiaro. Bassi distorti, ritmi pesanti e riverberati, atmosfere scure, campionamenti conturbanti: non sono pochi gli elementi in comune tra la prima dubstep e molte filiazioni della musica industrial virate sul dancefloor, tant’è che si può parlare di un continuum del black noise. Lo mostra bene l’attacco di Sea, che richiama gli scenari desolati dello Skream più minimale prima di evocare i growl di bassi nelle sue fiammate nere che avvolgono il beat plumbeo; piazza poi la trappola di un sintetizzatore lieve, prima di raddoppiare la forza degli schiaffi ritmici. Gli altri due brani mostrano ulteriori mutazioni possibili nel codice genetico di quella che potremmo chiamare club music estrema: Data fa collidere drum ‘n’ bass fangosa e gabber per sonorizzare un rave di belve, Dread si appoggia su un beat trap che si contorce psicotico rimestano il sound design opprimente. Sono tutti e tre pezzi dall’impatto devastante, musica pesante ma vitale, da cui è un piacere essere travolti.

Phil Geraldi – Steele, ND (Make Believe)

Di Phil Geraldi abbiamo già parlato dopo la pubblicazione di AM/FM USA, uno dei più notevoli lavori ambient passati per le nostre orecchie di recente, con il bonus di una consonanza invidiabile tra musica e concetto dell’album. Ora torna con una mezz’ora di nuove composizioni che riprendono esattamente da dove aveva lasciato un anno fa: campionamenti di canzoni country manipolate per rendere l’idea di trasmissioni radio su frequenze instabili, registrazioni di pedal steel guitar dalle note dilatatissime, field recordings ammantati della polvere a bordo strada. Stavolta, invece dei due lunghi brani che ricreavano la condizione assorta del viaggio, c’è una moltitudine di pezzi brevi che si focalizza sulle pause e sulle istantanee di quell’ecosistema spaziale ed emotivo. Ascoltando Steele, ND è facile immaginarsi una pausa sigaretta con i fari a illuminare il buio oltre la carreggiata, l’aura liminale di un motel perso nel nulla, o la memoria che cerca di ricreare una canzone sommersa dal fruscio del segnale radio; è facile perché ogni singolo brano vuole richiamare una specifica sfumatura di questo ambiente. Nel complesso funziona, perché il flusso dei quadretti audio è arrangiato con sapienza e perché ci sono momenti di bellezza memorabile, come la melodia dolce di Veil of Misty Tears che accumula man mano sempre più pulviscolo metallico e asperità, o l’abile collage sonoro saturo di emotività in When It’s Over. Certo, per chi ha già ascoltato AM/FM USA è inevitabile la sensazione che sia tutto fin troppo familiare e che non ci si sia mossi di un passo dall’immaginario e dal metodo già delineati in precedenza. È comprensibile che Geraldi, dopo aver ricevuto per la prima volta un ampio riscontro di pubblico e critica (fino al 2023 il suo nome si trovava solo accostato a pubblicazioni di nicchia), voglia proseguire nella stessa direzione artistica; campo in cui, peraltro, è abbastanza bravo. Ma, pur rimanendo Steele, ND un godibilissimo EP, la sensazione è che questo filone creativo si stia esaurendo in fretta per lui: per questo speriamo di trovarlo in nuove vesti creative la prossima volta che ci sintonizzeremo sulla sua musica.

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto