HEXROT – FORMLESS RUIN OF OBLIVION
Il batterista Evan Moore e il chitarrista/bassista Will Byler provengono dal Massachusetts occidentale e da qualche anno, sotto il moniker Hexrot, suonano death metal. Già questa sarebbe di per sé una notizia, perché il Massachusetts non ha mai rappresentato un polo nevralgico nella storia del death metal; piuttosto, le scene estreme che sono andate meglio in questo Stato afferiscono agli ambiti dell’hardcore, del metalcore e dello sludge metal.
In questo senso, la formazione di Moore e Byler è perfettamente coerente con la loro provenienza geografica. Il primo ha cominciato a suonare musica una decina di anni fa, perseguendo le direzioni più dinoccolate dello screamo; più o meno nello stesso periodo, Byler si barcamenava tra gruppi math rock e progetti stoner metal in stile High on Fire. In effetti, prima che i due formassero gli Hexrot verso la fine della pandemia Covid, nessuno di loro aveva mai avuto esperienze rilevanti nell’ambito death metal — e la loro intervista per il podcast Nausea River non offre nemmeno motivazioni davvero razionali che giustifichino la scelta degli Hexrot di suonare proprio questo genere. Forse anche per questo, il loro primo EP Gloomwrought del 2022 aderiva piuttosto pedissequamente agli stilemi della scuola post-death inaugurata dai Gorguts, con storture armoniche, strappi metrici e una scrittura convoluta che offrivano facili paragoni con Ulcerate e compagnia: come se, ancora a poco agio nel suonare death metal, il duo avesse voluto giocare eccessivamente safe. Le poche stranezze che in parte affrancavano il sound di Gloomwrought da questi modelli (cfr. il batterismo straripante di ascendenza hardcore, il fraseggio liquido delle chitarre, l’impianto sonoro insolitamente poco granitico) sembravano comunque spiegabili con l’influenza di altro metal, come i Mastodon del periodo Relapse o il thrash tecnico più recente. Sul loro esordio Formless Ruin of Oblivion, uscito a fine agosto per la Transcending Obscurity, gli Hexrot hanno invece abbracciato pienamente la loro essenza di outsider del panorama death metal, e proprio per questo sono pervenuti a una formula molto più originale.
Precisiamo subito: Formless Ruin of Oblivion rimane comunque un album riconoscibilmente e fondamentalmente metal, suonato da un gruppo competente e consapevole. Gli Hexrot mantengono ancora i legami con le tendenze più avant-garde del metal estremo contemporaneo, seppur questa volta mitighino tale influenza con un senso melodico e squarci tonali che invece si rifanno a modelli più old school. Così, anche se What Lies Veiled si apre con un calco abbastanza fedele dell’iconico riff di Symbolic dei Death e con un groove degno degli Slayer di Seasons in the Abyss, la musica del duo si inerpica spesso e volentieri in sentieri più impervi, segnati dal sound di decine di band afferenti al lato più astratto dello spettro death, thrash e black metal. Il fatto che gli Hexrot sfruttino elementi e tecniche provenienti da tutti questi filoni colora Formless Ruin of Oblivion di mille sfumature: personalmente ho percepito l’impronta di Ulcerate e Krallice, di Deathspell Omega e Diskord, di Dimesland e Atvm; ma sono certo che a seconda del proprio bagaglio di ascolti si possa pensare a nomi ancora diversi.
La varietà di riferimenti è sicuramente gradita, ma non è né l’unico né il principale motivo per cui Formless Ruin of Oblivion è uno dei dischi metal più belli dell’anno: d’altronde, con la diffusione di internet negli ultimi quindici/vent’anni è diventato quasi normale aspettarsi dai musicisti una cultura capillare della storia del genere e dei suoi sviluppi più moderni. Al contrario, gli Hexrot sono interessanti proprio perché, alla base, rimangono un duo di outsider rispetto alla scena death metal. Visto il loro background musicale maggiormente legato a post-hardcore, jazz, math rock e progressive rock, la musica di Formless Ruin of Oblivion è intessuta di tanti dettagli meno macroscopici che comportano una visione obliqua e distorta della tradizionale interpretazione di un brano metal. Così, gli elaborati arrangiamenti di chitarra possono muoversi tra sfuriate death/thrash e rallentamenti quasi sludge, per poi impennarsi improvvisamente in disarmonie dissonanti mutuate direttamente dal noise rock; l’andamento ritmico tortuoso dettato da basso e batteria ondeggia pericolosamente tra quella dei Gorguts e quella invece dei NoMeansNo e degli Off Minor; e pure lo scream di Byler sembra maggiormente legato allo screamo che non al black o al death metal.
A rendere la situazione ancora più indecifrabile, gli Hexrot integrano nella propria musica anche il contributo dell’elettronica. Occasionalmente, questa riveste un ruolo di primo piano, tra turbinii infernali di reverse loop e parentesi arcadiche per sintetizzatori modulari in odor di progressive electronic (cfr. i due interludi Ghostly Retrograde). Il più delle volte però il suo apporto è più subliminale e minaccioso: uno spettro di effetti sonori, rumore bianco e distorsioni che serpeggia sotto il suono di basso e chitarra, esaltandone le frequenze e contribuendo all’atmosfera cupa e opprimente che domina tutto il lavoro. Il suono di Formless Ruin of Oblivion presenta così dei risvolti imprevedibili che richiamano più l’industrial e il noise che non il metal. Per questo, su pezzi come Heavenward e Consecrating Luminous Conflagration, la resa finale ricorda addirittura i Flourishing e il loro più recente spin-off Aeviterne.
Formless Ruin of Oblivion non è soltanto un album bello, dallo stile personale, scritto e suonato egregiamente — tutti fattori che già lo renderebbero uno dei punti più alti del panorama estremo del 2025 — ma è anche un lavoro che mi ha portato a fare alcune riflessioni sullo stato di salute del metal odierno. Mai come ora, chi vuole suonare metal può vantare a sua disposizione un arsenale di conoscenze tecniche e un bacino di ascolti vastissimi. Sono entrambi strumenti che ho sempre ritenuto importantissimi (talvolta, essenziali) per poter esprimere qualcosa di nuovo in ambito metal; eppure, ad oggi, hanno portato paradossalmente a un appiattimento della creatività generale anziché a un’espansione degli orizzonti della scena. Basti pensare a quanto fatto dagli ultimi Blood Incantation e dai Tomb Mold, che non riescono a trasfigurare la loro cultura musicale in altre forme che non siano patchwork confusi di citazioni calligrafiche, un ammasso di innuendo che suona passatista e noioso anziché tridimensionale e variopinto. Gli Hexrot riescono dove altri falliscono proprio perché non sono egualmente preparati — strumentalmente e culturalmente — come altri loro colleghi; piuttosto, sfruttano questo fatto a loro vantaggio per approcciare la materia death metal da una prospettiva peculiare e inusuale. Bravissimi loro, e bravissima la Transcending Obscurity che nell’ultimo biennio sta dando sempre più spazio a esperienze interessanti come gli Hexrot.

