MARINA HERLOP – DJA DJA
Poche cose ci scaldano il cuore come le piacevoli sorprese. In questi mesi abbiamo scavato tanto per portare a galla musica interessante, e un po’ ci siamo riusciti, ma è innegabile che da questo 2026 avremmo voluto di più. Per fortuna, a inizio ottobre si è aggiunto un altro, lucente tassello.
Avevamo lasciato Marina Herlop nella folta giungla di Nekkuja, apprezzando molto l’originalità della sua proposta e le evidenti capacità compositive, che già brillavano dai tempi di Pripyat. Nekkuja durava però meno di mezz’ora, infiocchettando sì un ottimo filotto di tracce riuscite, ma lasciandoci con l’impressione che le solide fondamenta di quella musica potessero reggere qualcosa di ancora più audace. Probabilmente lo pensava la stessa artista catalana, visto che Dja Dja fa proprio questo: la durata complessiva raddoppia, i brani fioriscono tra strutture mutevoli e tessuti armonici notevolmente più dinamici, e il tutto si allontana ulteriormente dal pop per approdare su territori nuovi e personali. Marina Herlop è cresciuta, e la sua musica con lei.
Dja Dja non è un disco pop, né un disco folk, né propriamente un disco di musica elettronica. La voce, mai così lontana dal cantato, è trattata più volte come uno strumento tra i tanti piuttosto che come il motore delle melodie, superando agilmente quei limiti che Herlop sembrava auto-imporsi nei lavori precedenti; la conseguenza naturale è una maggiore libertà per gli arrangiamenti, veri protagonisti dell’album. Già in Nekkuja, soprattutto in episodi come Karada, Herlop ci aveva dato un’idea di quanto la sua musica potesse diventare lussureggiante e paradisiaca. Stavolta però siamo alle prese con una foresta che esplode di vita, timbri di madreperla dove il canto degli uccelli, il registro alto del pianoforte e lo scintillio dei carillon si fondono senza soluzione di continuità. A tutto questo si aggiunge un’urgenza pungente, grazie all’incedere marziale delle percussioni: dalle sezioni simil-taiko di As meigas e Jaque al gamelan di Average evil, passando per il festival da club allucinato di Los dos lobos, la firma timbrica è data dalla presenza di attacchi sempre molto netti e definiti, curati da un eccezionale lavoro nelle fasi di produzione e mixing.
A raccordo troviamo un’idea di massimalismo “omnicomprensivo”, che sembra voler coprire quante più aree sonore possibili; in questo senso, l’approccio può ricordare tanto la colonna sonora di un videogioco (NieR: Automata e Botanicula saltano alla mente) quanto i lavori dei Geinoh Yamashirogumi, arrivando nella prima metà dell’album a realizzare ciò che Björk sognava di fare in Utopia – e non è forse un caso che gli uccelli cinguettanti in ツラ (“tsura”) arrivino da Birds of Venezuela di Jean-Claude Roché, la stessa raccolta da cui l’islandese aveva attinto per la sua The Gate.
C’è però una grande differenza tra questi riferimenti e Dja Dja: qui la musica funziona in autonomia senza appoggiarsi, né volendosi appoggiare, a qualcosa al di fuori di essa. Non abbiamo livelli di videogiochi da arricchire o scene di film epici da accompagnare, né tantomeno boriosi excursus multimediali pregni di retorica artificiosa. In più, questo massimalismo si distingue da quell’attitudine internettiana che ama condensare qualsiasi sonorità capiti tra le mani in dischi gargantueschi e colmi di dubbio gusto. Nonostante l’enorme varietà di arrangiamenti e sonorità, la musica di Dja Dja non perde di vista le strutture dei suoi brani, come anche la gestione dell’andamento complessivo dell’opera. In un mondo in cui tanti artisti sembrano non poter esistere senza una gimmick a giustificarne il linguaggio estetico, la capacità di trattare con rispetto ogni ispirazione e suono raccolti lungo la strada è, almeno per noi, una ventata d’aria fresca.
Lo stesso vale sul piano concettuale, perché Marina Herlop crede abbastanza nelle sue capacità da far parlare le composizioni per lei. L’unica premessa extra-sonora legata a Dja Dja è l’idea del viaggio dell’eroe, sulla quale la tracklist è sommariamente costruita; si tratta però di un semplice sfondo all’interno di un discorso che, a conti fatti, è affidato interamente all’efficacia della componente musicale. Il risultato è una pasta organica che, proseguendo sul tracciato dei dischi precedenti, combina lo slancio avveniristico dell’elettronica più lucida, l’autorialità di un folk ricercato e l’impatto guerrigliero di tribalismi artificiali, giungendo a una cifra stilistica spiccatamente personale. Siamo quindi lontani anni luce dall’estetica ottusamente futuristica che ha accompagnato fino allo sfinimento il glitch pop del nuovo millennio: la noia che mi ha assalito nel leggere l’ennesimo concept sul transumanesimo di Arca (vi prego basta), tema continuamente rimescolato fin dai tempi di Holly Herndon, PC Music e FKA Twigs, è qui assolutamente assente. Dja Dja scrive da solo le sue regole e si lascia alle spalle tropi muffosi digeriti da più di un decennio, puntando sulla solidità della sua proposta musicale piuttosto che su facili sirene concettuali.
Che questo lavoro sia stato concepito come un blocco unico è evidente. Ascoltandolo più volte si inizia a notare che alcuni temi melodici sono pressoché onnipresenti, richiamandosi in varie forme attraverso tutto il disco, e mai in maniera banale. L’introduzione di Flor de los precipicios ne espone in nuce molteplici, tra i quali spiccano le melodie principali di As meigas e di Vas volant. La prima, citata un po’ dappertutto, si mostra palese nelle strofe di Bliss, nascosta e accennata dopo la deflagrazione di Los dos lobos e trasfigurata dal canto degli uccelli in ツラ, spuntando poi qua e là in tante altre occasioni. La seconda appare quasi in egual misura, ma ancora più esplicitamente: in Lilit, ad esempio, una riarmonizzazione efficacissima ne sospende il ricordo su una scura modalità color flamenco, mentre Siete mares la altera quanto basta per ricavarne una sorta di canto di guerra. Assieme al particolare riguardo verso la componente armonica, che riprende la complessità dei primi due album in discografia, questo è un fattore che tradisce (nella migliore accezione possibile) l’estrazione classica della musicista, nonché le sue influenze. I cinque dischi che lei stessa ha indicato di recente in una lista per Discogs sono in questo senso esemplificativi: tra loro troviamo il neo-romanticismo fiorito di Takashi Yoshimatsu e del suo concerto per pianoforte “Memo Flora”, così come le colonne sonore Disney anni ’50 (in questo caso Cenerentola), che tanto devono all’armonia di Debussy e alle orchestrazioni di Ravel, guarda caso i due compositori preferiti della pianista. Da questa tradizione Herlop eredita una cura quasi maniacale per la forma, ennesimo elemento in grado di darle una marcia in più rispetto a tantə musicistə contemporanei.
Uno slancio di ambizione così impressionante porta necessariamente con sé alcuni esperimenti che a volte indulgono un pelo più di quanto dovrebbero, come l’accoppiata Heladas / Muy heladas o la massa di field recording di ツラ; di fronte al valore generale dell’operazione parliamo comunque di sottigliezze, che non incidono in alcun modo sull’esperienza complessiva. Dja Dja è, senza alcun dubbio, il miglior lavoro che Marina Herlop abbia mai realizzato, nonché uno dei dischi più belli di quest’anno. Se avete un’oretta a disposizione, ascoltatelo; trovare qualcosa di meglio da fare sarebbe difficile.

