È ormai da qualche anno che non seguiamo più approfonditamente gli sviluppi della carriera di Tyshawn Sorey, e il motivo è molto semplice: per quanto rispettiamo la scelta (a suo modo, coraggiosa e in controtendenza) di voltare le spalle alle forme più avant-garde ed estreme della propria arte, rivolgendosi verso forme più classiche e tradizionali di neo-bop, la musica che ha prodotto dopo il suo ritorno all’ordine nell’ultimo lustro è stata, a nostro parere, estremamente meno interessante rispetto alla sua produzione precedente. Abbiamo parlato (non entusiasticamente) di Mesmerism e (più positivamente) del live The Off-Off Broadway Guide to Synergism, abbiamo anche apprezzato quanto fatto con Vijay Iyer e Linda May Han Oh; ma nulla di ciò che ha pubblicato negli ultimi cinque anni ci ha fatto vibrare come i suoi capolavori per Pi Recordings o Pillars, che nella seconda metà degli anni Dieci avevano tracciato direzioni totalmente nuove e inesplorate nel panorama contemporaneo americano, tra jazz, musica da camera, improvvisazione radicale and everything in between. Anche per questo, ci siamo lasciati scivolare addosso i sorvolabili Continuing e The Susceptible Now, che proseguivano nello stesso formato di piano trio e nello stesso stile di Mesmerism (e che quindi ne presentavano le stesse debolezze, con poche oscillazioni di qualità). In questo 2026, però, la discografia di Sorey si è arricchita di due nuovi capitoli che hanno – pur per motivi estremamente differenti – riacceso il nostro interesse per il suo lavoro.
TYSHAWN SOREY – MONOCHROMATIC LIGHT (AFTERLIFE)
Il primo di questi ha visto la luce lo scorso 30 gennaio, ed è la tanto attesa prima incisionedi Monochromatic Light (Afterlife), che Sorey ha scritto in onore dei cinquant’anni dall’inaugurazione della Cappella Rothko e che nel 2023 gli è pure valsa la nomination come finalista al premio Pulitzer (l’ha poi vinto l’anno dopo, con l’Adagio dedicato a Wadada Leo Smith).
È una lunga composizione in un solo atto, raccolta in questa edizione in un’unica traccia, che omaggia apertamente la natura mistica e contemplativa della Cappella. Visto il soggetto, Sorey non può fare a meno di confrontarsi con la visione artistica del compositore che più di ogni altro è legato a Mark Rothko: vale a dire Morton Feldman, colui che per primo – nel 1971 – realizzò l’omonima Rothko Chapel ispirandosi allo stesso edificio e dedicandola al pittore morto suicida l’anno prima. Feldman non è un punto di riferimento inedito per la poetica di Sorey, che da sempre ha manifestato una profonda ammirazione per il peculiare rapporto tra suono e silenzio, per la fragilità e sparsità delle texture, e per la malleabilità della concezione del tempo che emergono dai suoi lavori (dimostrando peraltro una notevole competenza nell’appropriarsi e riadattare questi elementi in un contesto legato al jazz e all’improvvisazione). Tuttavia, mai prima di Monochromatic Light (Afterlife) tale modello era stato calcato in maniera tanto fedele – in certi momenti, quasi sfacciata. Dalla specifica Rothko Chapel vengono riprese gran parte della strumentazione (coro da camera, viola, celesta e percussioni, con l’aggiunta inedita del pianoforte e di un basso-baritono a sostituire il soprano e il contralto dell’originale) e l’ispirazione per la scrittura delle parti corali wordless, volte a suggerire un’atmosfera ascetica tramite accordi sospesi, talvolta confondendosi tra percussioni e viola. Dalla produzione più tarda di Feldman, invece, viene mutuata la caratteristica predilezione per una gamma timbrica molto ristretta e per lo sviluppo flemmatico della partitura, dilatando il discorso musicale fino a raggiungere minutaggi estremi (qui si sfiorano i 75 minuti di durata). In ogni caso, è proprio Rothko Chapel a dettare maggiormente l’indirizzo di Monochromatic Light (Afterlife). Sorey sembra recuperare tutti gli elementi principali e ripercorrere i punti salienti dell’opera di Feldman, con poche modifiche nel complesso, a partire dall’apertura segnata da un indistinto tumulto di campane (al posto dei tamburi di Rothko Chapel) che cedono presto lo spazio alla viola, fino alla conclusione che offre un inedito spiraglio melodico (quello di Feldman discendeva dai canti sinagogali ebraici; Sorey cita invece lo spiritual Sometimes I Feel Like a Motherless Child). Certo, si potrebbe argomentare – come fece Alex Ross all’epoca della première del 2022 – che la visione musicale di Sorey sia più passionale, quasi irrequieta a tratti, o che le parti che scrive per la viola abbiano un’espressività più turbolenta e pronunciata; ma nell’economia dell’ascolto, nessuna di queste rappresenta una differenza particolarmente eclatante.
Proprio per la sua prossimità alla musica di Feldman, Monochromatic Light (Afterlife) cela un po’ troppo la personalità del suo autore, suonando piuttosto come un (comunque riuscito) corollario della produzione artistica della scuola modernista americana. Soltanto occasionalmente la voce di Sorey emerge con la giusta forza da questo brano, e ciò accade quando intervengono il pianoforte (che, essendo assente su Rothko Chapel, rievoca piuttosto quanto fatto da Cory Smythe su Verisimilitude) e soprattutto il basso-tenore Davóne Tines. Il suo canto si impone sul resto dell’ensemble in maniera perentoria, senza insinuarsi subliminalmente tra le pieghe del coro come accadeva per il soprano di Feldman, reclamando la completa attenzione dell’ascoltatore sia quando declama in tono imperioso «Sometimes I feel…» intorno a metà del brano, sia quando – quasi mezz’ora dopo – completa la frase, in solitaria, con uno struggente «…like a motherless child». Una trovata narrativa davvero sagace che, con la sua emotività così sanguigna, si discosta radicalmente dallo spirito avant-garde di Feldman.
TYSHAWN SOREY – MEMBERS… DON’T!
Dall’altro lato dello spettro sonoro c’è invece Members… Don’t!, registrato durante un concerto a New York del 2024 e uscito il 29 maggio per la solita Pi Recordings. È un album che vede Sorey tornare a una dimensione più propriamente jazz, affiancato da un quartetto di nomi di prima punta nell’ambito post-bop contemporaneo (Mark Shim al sassofono tenore, Adam O’Farrill alla tromba, Tyrone Allen II al contrabbasso e Lex Korten al pianoforte), e che per certi versi parte da premesse ancora più passatiste di quelle di Monochromatic Light (Afterlife): se conoscete la produzione di Max Roach avrete probabilmente già colto l’innuendo nel titolo al suo Members, Don’t Git Weary del 1968, di cui infatti Members… Don’t! vuole essere una rilettura attualizzata al 2026.
Come intenti, l’operazione si muove su coordinate affini a quanto fatto su The Off-Off Broadway Guide to Synergism (in quel caso, il riferimento concettuale era Banned in New York di Greg Osby); tuttavia, Members… Don’t! mostra una prospettiva estremamente più fresca, inedita, quasi iconoclasta. Dell’originale Members, Don’t Git Weary, di fatto, vengono mantenuti intatti soltanto i titoli dei brani, mentre tutto – tutto – il resto viene completamente stravolto. L’ordine della scaletta viene ripensato; non vi sono pianoforti o bassi elettrici, preferendo una strumentazione completamente acustica (eccezion fatta per l’effettistica elettronica operata da O’Farrill); perfino il materiale tematico di partenza viene del tutto rimaneggiato, con soltanto labili (e sporadici) punti di contatto ritmici o armonici che affiorano qua e là durante il set. Ecco come lo stesso Sorey giustifica le proprie scelte, in un’intervista a PostGenre:
The more I thought about the project, the idea came that if Max Roach were alive today, what would he say about something I would do with the project? Knowing how forward-looking he was when it came to moving the tradition forward in a way that both celebrates and departs from so-called norms in the tradition, I started thinking about what he would think of what is happening today. How would he interpret this music today?
One thing I know for sure is that he wouldn’t be doing the same thing that he did sixty years ago. His music would sound completely different in a lot of ways. Based on that thought, I considered that the intent behind the project is not for me to go in and copy something else or redo what he did long ago. Nor is it to try to pander in any way to the audience who knows Max’s work. My intention was instead to do my own thing with the material and to present the music in a way that is contemporaneous with our times.
La strategia attuata da Sorey si rivela un successo su tutta la linea: pur facendo trasparire nitidamente l’amore per Members, Don’t Git Weary e rifuggendo le asperità più intellettuali del jazz newyorkese, la musica di Members… Don’t! riesce a risultare misteriosa e completamente nuova pure all’orecchio di chi già conosce e ama il classico di Roach. Le interpretazioni del quintetto si discostano drasticamente dagli originali, tanto nella durata media dei brani (che passa da poco più di cinque minuti a circa quindici – Equipoise ne raggiunge addirittura ventisei) quanto nella scelta degli arrangiamenti: il riferimento più adeguato per descrivere la musica di Members… Don’t! non risiede nel jazz degli anni Sessanta ma negli ultimi sviluppi del post-bop più cerebrale, nello stile di esperimenti moderni come Far From Over di Vijay Iyer (su cui peraltro avevano suonato sia Sorey che Shim). Abstrusions, che su Members, Don’t Git Weary nasceva come un breve numero hard bop dal pronunciatissimo groove funky, si evolve qui in un’improvvisazione torrenziale guidata dal pianoforte umbratile di Korten, muovendosi con elasticità tra le maglie del neoclassicismo che Sorey ha recuperato a partire da Mesmerism, e la densità armonica della New Brooklyn Complexity. Equipoise, la composizione più nota di Stanley Cowell, viene invece usata dal quintetto come banco di prova per sfoderare tutto il proprio arsenale espressivo. Squarci più astratti, dominati da turbolenti passaggi di pianoforte, live electronics e ispidi intrecci di ottoni, si alternano a momenti più sparsi e rarefatti che si riaffacciano sulle espressioni più cameristiche di Verisimilitude, passando per estese sezioni solistiche di matrice post-bop. In tutto questo, il legame più significativo con la versione originale del 1968 è il tema di pianoforte di Cowell in apertura, che qui viene citato ostinatamente a più riprese.
Altrove, il quintetto si muove (perlomeno da un punto di vista concettuale) con maggiore riverenza verso il materiale di partenza, anche se comunque la performance si dirige inevitabilmente verso territori musicali inesplorati. Su Effi si parte in quarta recuperando non soltanto l’impianto groovy dell’originale ma citando anche in maniera piuttosto fedele i temi della tromba di Charles Tolliver e del sax di Gary Bartz, che fungono da base tematica di una delle improvvisazioni più vitali ed esplosive di tutto il set. Su Absolutions viene rispettata la sequenza di assoli di tromba e di sax e ne vengono anche riprese diverse frasi: pure la timbrica del piano elettrico di Cowell viene rievocata in qualche modo dall’incantevole sezione elettronica curata da O’Farrill intorno al nono minuto, in una scelta che riesce a risultare evocativa della versione di Members, Don’t Git Weary, eppure totalmente aliena al contempo.
Members… Don’t! si chiude quindi con la rivisitazione della title track di Members, Don’t Git Weary, che su quell’album era posta come penultima traccia nella scaletta: la scelta di affidarle la conclusione dell’album è da sola sintomo di quanto Sorey voglia enfatizzare il ruolo chiave di Roach come attivista politico e sociale negli anni Sessanta. L’originale di Roach era infatti una canzone post-bop cantata da Andy Bey, che spingeva la comunità nera a non cedere nella lotta per i propri diritti; coerentemente, Sorey ne riprende il testo affidandolo alla cantante Fay Victor, da anni attiva nell’ambito del jazz più all’avanguardia (prima ancora che ci chiamassimo Livore, avevamo parlato della sua partecipazione a uno degli ultimi grandi dischi di William Parker). La sua interpretazione condivide il sommesso tono spirituale di Bey, tra blues e gospel, ma si perde anche in schiamazzi, scat singing febbricitante, vocalizzi assurdi che fanno da controcanto agli assoli sghembi della tromba e del sassofono. Quando la parte strumentale esplode in un baccanale liberatorio all’unisono sul finale, la sua voce si perde nel frastuono generale, confondendosi come fosse il suono di un altro strumento a fiato. Una rivisitazione coraggiosissima e intelligente, probabilmente ispirata anche dall’eccezionale prestazione di Abbey Lincoln su un altro capolavoro di Max Roach – ovvero, la magnifica Tryptych da We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite.
Abbiamo speso tante parole qualche mese fa sulle debolezze della proposta degli Ahmed, e su come i loro tentativi di ricontestualizzazione e omaggio alla tradizione di Ahmed Abdul-Malik e Thelonious Monk siano limitati. Members… Don’t! offre invece un esempio paradigmatico di come tali operazioni possano e debbano essere eseguite: con lucidità e sagacia, muovendosi in maniera ibrida tra il proseguimento degli intenti originali e il totale rovesciamento delle aspettative del pubblico. Semplicemente, uno dei dischi jazz più belli del 2026.


