CONTAINER BELLO

COME LE AKKAJEE HANNO SUONATO LA POLVERE

AKKAJEE – PÖLYNKERÄÄJÄ

All That Plazz

2026

Avant-Folk

8

Oggi vi parliamo del classico disco che mischia folk e linguaggi contemporanei e che arriva da qualche altra parte, finendo così nei nostri consigli dell’anno – il mio solito fetish internazionalista tradizional-modernista, oramai dovreste essere abituati. In questo caso siamo in Finlandia, sotto l’etichetta indie/alternative All That Plazz, e davanti a un duo di musiciste – le Akkajee – che si è affaccendato in radissimi progetti in campo folk da una quindicina d’anni. 

Nonostante il duo sia geograficamente collocato in una tradizione che il folk finlandese l’ha anche sfarinato per convogliarlo nel pop progressivo, o nel freak/free più spinto, i loro dischi sembrano più concreti e orgogliosamente avant-garde, una cosa che sicuramente le avvicina ad alcuni numi tutelari della Fonal Records, su tutti i Paavoharju e il fondatore Sami Sänpäkkilä. Allo stesso tempo, però, spulciandone la biografia, il racconto si fa un po’ più intricato, e pare di intravedere che la parte folk e la parte avant del duo si siano proprio incontrate senza una scena di fondo, come fusione di percorsi di vita singoli e particolari. La metà più rotonda delle Akkajee è rappresentata da Iida Savolainen, una violista che ha mosso la sua carriera in equilibrio tra musica popolare in purezza (con le Enkel e il BFP) e una attitudine più contemporaneista che ha potuto esprimere nel duo anti-folk Vihreet-Homot e con il suo contributo all’art pop degli UTU. L’altro lato, forse più macabro e sfilacciato, lo porta Meriheini Luoto, una violinista più a suo agio nella palette algida della sound art e della sezione più sperimentale della classica contemporanea: facile vederlo dai suoi dischi più recenti da leader (i due Metsänpeitto, Talven uneen vaipuen). Una volta ogni cinque/sei anni si dividono equamente il lavoro ed escono con uno dei dischi più interessanti del nostro continente: l’hanno fatto nel 2013 con il più tradizionale self titled, hanno bissato nel 2021 con un primo, energico tuffo nell’avant con Lastenkerääjä, un affascinante e riuscitissimo concept album sulla musica per l’infanzia, vastamente coperto dalla stampa finlandese e internazionale, e si ripropongono oggi con uno dei dischi più belli di questo 2026: Pölynkerääjä

In italiano pölynkerääjä vuol dire raccoglipolvere. I titoli dei pezzi del disco e i loro testi, l’estetica alla base della copertina, le atmosfere pennellate dagli archi e dalle voci del duo, richiamano insieme un rapporto con il passato che è tutto ripiegato su quella adorazione delle ceneri tanto invisa allo pseudo-Mahler: si racconta di funerali e fantasmi, di orologi ticchettanti e tempo che scorre pigramente, di polvere e cenere come correlativo oggettivo della decadenza interiore. Tutto è concertato per mettere sottaceto un’esperienza musicale completamente tirata verso un passato monumentale e antiquario, e tanti passi del disco si avvicinano verso una claustrofobia generalizzata – un altro campionario rispetto alle atmosfere aurorali dei due lavori precedenti. 

Il materiale sonoro è la legna che si consuma, sfiammata da questo tipo di racconto. Spesso questo materiale viene posto strato dopo strato tramite una composizione che spinge molto sul minimalismo per tappare tutto lo spazio musicale con il battito ossessivo della nyckelharpa di Luoto o dell’armonium di Savolainen. A volte il risultato si avvicina al gotico femminile ottantiano (Kello lyö, Jälki), altre volte sembra di essere davanti a una versione distorta e carbonizzata di una cavalcata à la Yann Tiersen (Pölyvyö; Have, pia anima; Tempus Fugit). Quando la base di partenza non è minimale, l’atmosfera di sottofondo può essere paragonata ai brani più droneggianti della dark ambient, con poche e sparute ossa a strutturare il discorso musicale, tutto a fluttuare nel panneggio lasco e funereo degli archi – è il caso, per esempio, del pezzo introduttivo e dell’incredibile Ajastaika, forse la singola traccia più riuscita del disco. 

Questa base ombelicale e per certi versi ossessiva, però, si lascia spesso addolcire da una pioggerellina di punti luce inaspettati, di solito rappresentati da strumenti che potrebbero suonare fuori contesto ma che in realtà raffinano l’antro e, forse, rispecchiano il connotato collezionistico di questa riflessione antiquaria. Una tonalità che è qui simboleggiata dalle due cimici (?) che fanno da mascotte al disco e rimarcato dai ringraziamenti che il duo fa, tra gli altri, a microbi, muffe, lieviti, funghi. La dimensione decisamente vitale di questa polvere nei brani brilla a suon di percussioni improvvisate con oggetti ripescati, kantele, kalimba, tin whistle, ocarine, e varie gemme di live electronics che bisbigliano come fossero strumenti preparati. Come potete immaginare, un racconto del passato così curioso e scintillante non viene a noia nemmeno dopo svariati ascolti. 

Tutto risulta bilanciato, coerente, ma allo stesso tempo fresco e fascinoso. C’è spazio per la nostalgia, per la paura, e per tanti di quei brividi che partono in automatico quando le armonie parlano col nostro vocabolario condiviso di esseri umani. Concedetevi dello spazio per riflettere sul tempo, e aggiungete subito Pölynkerääjä ai vostri ascolti del 2026.

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Alessandro Corona Mendozza
Alessandro Corona Mendozza