LE GRAND SBAM – JANUS
Nel contesto di questa redazione io appartengo alla corrente con meno passione per la musica più arzigogolata e progressiva. È un po’ sorprendente, quindi, che tocchi a me il compito di parlare del nuovo disco de Le Grand Sbam, un ventaglio di excerpt da un’opera scritta da Antoine Arnera, tastierista dei PoiL, un gruppo brutal prog di zona occitana di cui vi aveva già parlato Emanuele tre anni fa. L’opera in questione si chiama Janus, ed è una take giocosa e bizzarra (oltre i limiti dell’idiotico) sulle personalità della filosofa femminista Donna Haraway, dell’ufologo con il tinfoil hat Jean-Pierre Petit, e di tale Matshish Kapéu, un personaggio Innu che parrebbe connettersi con l’energia cosmica tramite scoregge e che non sono sicuro esista. A militare per raccontare questo sogno da febbre a 41, un team di musicisti di alto calibro (tutti laureati al conservatorio di Lione o di Parigi) che cuciono un arazzo di una decina di voci, un quartetto d’archi, un trio di legni, un trio di chitarre elettriche, arpa, salterio, percussioni e live electronics. Da questo oblò non si capisce ancora con certezza se tutte queste siano le premesse di un bel disco o di una stronzata colossale, ma diciamo che la bilancia pende molto a favore di una di queste due opzioni.
Il progetto Le Grand Sbam, però, ha una sua legittimità. Furvent, anno 2020, era alla fine un ottimo maelstrom di area Zeuhl 2.0, i PoiL hanno già un posto al sole nel nostro cuore, e in generale lo sbarramento di conservatoristi alza le probabilità che anche questo prodotto sia interessante. E lo è. Abbassando di qualche punto percentuale la barra della complessità di scrittura e della densità della texture, Janus si lascia molto più spazio di vari prodotti avant-prog contemporanei che a un palato come il mio risultano stucchevoli. Per farlo, l’ensemble spinge su due direttive principali. La prima sfrutta la tematica cosmologica e rituale per tappezzare la durata del disco con brani più addomesticati, che spesso fanno da sostrato per generare delle vibrazioni ctonie e sotterranee (vedi Mécanique des pompes, o lo Zeuhl-grime di Ragga I), fungendo da pause in attesa dei momenti più aperti e difficili dell’album. A volte questo stesso stratagemma a fisarmonica riesce a farsi strada all’interno di un singolo pezzo: la lunga Tourbifouette II, ad esempio, alterna barre dominate dagli zompettii del piano di Petit e dall’occasionale fioritura delle parti di archi e di voci a dei momenti densissimi, che sfruttano tutta la massa del coro, gonfia, piena, ma scintillante di piccole litanie di Satana ai suoi contorni.
La seconda direttiva è probabilmente mutuata dall’attitudine – chiamiamola patafisica – che tinge il senso di ritualismo dell’opera con la sua nonchalance umoristica. Questa leggerezza permette a Le Grand Sbam di incorporare dei cambi di direzione e delle randomizzazioni repentine che concedono una grande libertà di azione. L’esempio più vivido di questo è anche il pezzo che più di tutti mi ha convinto a parlare di questo lavoro, Ragga II, che da pezzo sostanzialmente hip hop ci racconta quanta energia potenziale sia racchiusa nelle fibre convolute dell’avant-prog contemporaneo. Non era proprio nelle carte che un flow lineare come quello generato da Thomas Arnera potesse venire supportato dalle lallazioni pirotecniche di un coro che prende in prestito la giocosità di area Meredith Monk. Questo è uno degli esempi che preferisco, ma l’ensemble ne fa di ogni. Vedere il miasma psichedelico a fine brano che marca la riuscita dell’Hypnose I, lo swing elettrico-sintetico e storto di Duopodes II, fino ad arrivare alle stringhe di piano quasi tayloriane che fanno da base per tutte le invenzioni della fiammeggiante Symbiotshish II.
Tutto questo malloppo di agganci ha la funzione, soprattutto verso un pubblico che si scoccia di ascoltare la musica come se stesse facendo i conti della serva, di attirare l’attenzione verso un mondo uditivo che ha una densità media molto alta e tanto da nascondere, se si vuole andare a scavare. E una volta che si ha un motivo concreto per approfondire, andare strato per strato e cercare di decifrare gli assalti sonici assume tutto un altro gusto: si calcola il calcolabile mentre il filo narrativo viene strattonato qui e lì, come una bolla di vapore che esce una volta da questo geyser, una volta da quest’altro. Se siete delle persone che hanno anche un debole per la pseudo-antropologia da Pangea, il fatto che questa operazione sia accompagnata da ampie fronde di vocalità misticheggiante e profondi boati di orchestra di violenza precambriana non può che darvi un rinforzo in più per riascoltare e nutrirvi di questa musica.
Questo è uno dei dischi che ho ascoltato con più piacere in questo 2026 piuttosto arido. Penso che ci sia una morale che si possa estrarre da tutto ciò, e penso che i fatti oggettivi su Janus possano essere illuminanti. È un disco che ci ha messo tantissimo tempo ad uscire, che vede la collaborazione e la coesione di tantissime persone che hanno studiato molto nel corso della loro carriera musicale, e che si appoggia ad una serie di minchiate che non possono essere che guardate con una certa sufficienza (non ho molte certezze nella vita ma una di queste è che non si comunica con il cosmo passando dal colon). Tutte queste caratteristiche sono smaccatamente umane. Spendere anni a creare; spendere anni a imparare; alla fine della fiera, fare quello che vuoi con tutta la leggerezza del caso, per affondare fino ai gomiti nel nonsense. In un’era in cui siamo condannati alla immediata produzione di massa di senso, è normale che questi riti – e la musica che li accompagna – diventino, da che erano solo comici, tremendamente seri.

