QUINSIN NACHOFF – PATTERNS FROM NATURE
Quinsin Nachoff è tra gli autori del panorama americano che, nel nuovo millennio, hanno esplorato più frequentemente e con più successo le possibilità di una terza via tra la musica classica occidentale e l’improvvisazione jazz. Quando lo abbiamo scoperto nel 2019, con il magnifico Path of Totality, questa sua ricerca lo vedeva impegnato con i Flux, un quartetto composto da due sassofoni, un pianoforte e una batteria che faceva confluire le sue influenze accademiche nel formato del jazz d’avanguardia di New York di cui vi abbiamo raccontato a più riprese e che, per usare la recente formula coniata da Vijay Iyer, possiamo chiamare New Brooklyn Complexity.
Da un po’ di tempo a questa parte — praticamente da subito dopo l’uscita di Path of Totality — Nachoff ha invece virato con più decisione verso una forma di third stream particolarmente sofisticata e ambiziosa, che sfruttasse a pieno regime anche strumentazione da camera e orchestre nel proprio organico. È un filone di ricerca che Nachoff aveva già avviato quasi vent’anni fa, tentando di far coesistere il jazz d’avanguardia con la musica da camera di Béla Bartók su dischi come Magic Numbers (2006) e Horizons Ensemble (2008); ma mentre quegli album si muovevano a partire da una prospettiva ancora molto legata al jazz, lavori più recenti come Stars and Constellation e Pivotal Arc hanno affrontato tale missione in maniera più radicale. Dove prima Nachoff era “semplicemente” un jazzista affascinato dalla musica classica, adesso appare più un compositore post-moderno dalla sensibilità unica che sfrutta l’improvvisazione, i timbri e i colori del jazz per dare vitalità alle sue opere contemporanee.
Quest’ultimo Patterns from Nature, uscito a fine febbraio, raccoglie due inediti — l’omonima Patterns from Nature e il concerto per sassofono Winding Tessellations — che ribadiscono ulteriormente la nuova direzione artistica di Nachoff. Sono entrambe opere di ampio respiro, pensate per un’estesa orchestra jazz comprendente vari ottoni (sassofono tenore, tromba, trombone e corno francese), legni (flauti, clarinetto e fagotto) e pure un quartetto d’archi (il Molinari String Quartet, che aveva già accompagnato Nachoff su Pivotal Arc). Anche l’ispirazione di partenza delle due composizioni è molto simile, visto che entrambe scaturiscono dall’elaborazione in chiave musicale dei dati ottenuti dal fisico Stephen Morris nell’ambito dello studio dei patterns in nature, ovvero quella branca della fisica e della biologia che indaga l’emergenza spontanea in natura di fenomeni e forme regolari sotto l’azione caotica di diversi agenti in sistemi complessi. In passato, Nachoff aveva già composto singoli brani basandosi sulle ricerche di Morris — l’andamento ritmico esagitato di Bounce, da Path of Totality, era stato influenzato dalle sue analisi del movimento di una palla che rimbalza — ma è la prima volta che il suo contributo viene sfruttato in maniera chiave per tutto un album. Morris fornisce dati e immagini riguardanti la formazione di ghiaccioli e di fessure di disseccamento, la crescita delle piante o la dinamica dei fluidi; grazie anche all’aiuto di software come Opusmodus, Nachoff li traduce quindi in notazione musicale mappando coerentemente l’andamento dei grafici su scale e progressioni di accordi, che vengono infine ulteriormente manipolate secondo il gusto e le scelte musicali del compositore. (Se siete curiosi, a questo link potete trovare un esempio molto concreto di come tali software siano usati all’interno di Patterns from Nature.)
È un approccio che, descritto così, può facilmente restituire l’idea di una musica asettica e inflessibilmente accademica. Al contrario, la penna di Nachoff sfugge alle facili trappole di un approccio rigorosamente scientifico e offre invece all’ascoltatore una musica variopinta e pittoresca, che si limita a suggerire il comportamento dei fenomeni naturali anziché replicarli didascalicamente. Ne parla così lo stesso Nachoff, in un’intervista per 4’33 Magazine:
Utilizzo la scienza un po’ come Messiaen utilizza il canto degli uccelli all’interno di alcune sue opere, o come Bartók riempiva le sue composizioni di canti popolari. Non cerco di tradurre letteralmente il materiale di base, ma mi concedo una licenza artistica e poetica per trarne una storia o un’architettura. Spesso mi rivolgo anche a improvvisatori solisti che reagiscono ai paesaggi che creo, così da apportare una dimensione molto differente di mistero e ignoto.
Se per il suo modus operandi Nachoff chiama in causa direttamente Messiaen e Bartók, ciò che arriva all’ascoltatore è invece una musica a suo modo suadente, impressionista nel senso letterale del termine, che con la sua densità di voci e avvenimenti è comunque capace di elargire momenti di autentica bellezza. Una bellezza però criptica, che sembra manifestarsi quasi per caso tra le fessure di partiture tanto intricate, che può richiamare opere di nomi illustri come Kaija Saariaho e Henri Dutilleux, o — dal lato jazz dello spettro — Duke Ellington e Anthony Davis.
Questa seconda componente è maggiormente ravvisabile in Winding Tessellations, che visto il ruolo solista conferito al sassofono esalta gli elementi di provenienza jazzistica nella formazione di Nachoff. L’orchestra sembra voler dirottare il concerto in decine di direzioni contemporaneamente, con archi, ottoni e legni a saturare lo spazio sonoro e a impilare in continuazione nuove idee melodiche, seguendo allusivamente lo sviluppo di crepe e squarci che si aprono in un terreno disseccato. L’interazione dei vari elementi gioca senza sosta con tempi, dinamiche, ritmi, umori: da reminiscenze dei momenti più arcigni e colorati dei balletti di Stravinskij (su Winding Paths) si passa a raccordi sospesi in un impressionismo raveliano (Convergence) per poi risolvere la tensione in un jazz orchestrale sornione che invece richiama l’Ellington di The River Suite o il Wynton Marsalis di All Rise (cfr. Tessellations). Dal canto suo, il sassofono di Nachoff dialoga con intelligenza con il resto dell’ensemble, ora mimetizzandosi tra il resto della strumentazione, ora ergendosi a leader: il suo tono mantiene sempre un calore e un lirismo dal marcato piglio blues, figlio di Ben Webster e Wayne Shorter, che non cede alla spigolosità nemmeno quando si appropria delle luci dei riflettori — cfr. il pirotecnico assolo solitario in conclusione a Winding Paths. Anche questo contribuisce all’umanità di fondo che si percepisce in musica comunque tanto complessa.
Poco sorprendentemente, però, è proprio nella lunga Patterns from Nature che la poetica di Nachoff emerge in tutta la sua ricchezza. È una composizione dal genere meno definito di Winding Tessellations: nell’arco dei suoi oltre quaranta minuti — da sola, occupa circa due terzi dell’intero lavoro — si dipana come un mosaico di quattro movimenti potenzialmente indipendenti, ognuno pensato come un mini-concerto per uno o più strumenti solisti dell’orchestra, ognuno dedicato a un diverso fenomeno naturale. Su Branches è il pianoforte del solito Matt Mitchell a dominare un’orchestrazione particolarmente rigogliosa e luminosa. Le sue serpentine improvvisate, insieme all’indecifrabile pulsazione delle percussioni, fanno da controcanto al timbro delicato del flauto e degli archi, disturbandone la linearità dell’eloquio: la rappresentazione della fragilità della vegetazione, che cresce inerpicandosi alla ricerca di una fonte di luce, appare estremamente vivida e riuscita.
Sulla ben più astratta e sparsa Flow, il percussionista Satoshi Takeishi e il Molinari String Quartet imbastiscono invece un duetto dove Nachoff tenta di restituire in maniera sinestetica le immagini e i colori dei modelli usati da Morris nello studio della fluidodinamica; ancora, su Cracks, il clarinetto di François Houle e il contrabbasso di Carlo De Rosa si scambiano vicendevolmente i compiti solisti lungo una delle composizioni più aggrovigliate e complesse di tutta l’opera, in cui il tumultuoso accumularsi di archi e fiati sullo sfondo e i vitrei abbellimenti del vibrafono riecheggiano la scrittura ardita dell’Anthony Davis di Undine e dell’Henry Threadgill più cerebrale. Infine, su Ripples, i fraseggi tumultuosi del sax e del trombone di Ryan Keberle si confondono con gli sfarfallii leggiadri di flauto, trombe e archi, increspando la direzione melodica del brano come onde che si propagano e interferiscono l’una con l’altra sulla superficie dell’acqua. Al di sotto di questo caotico turbinio di suoni e voci, però, la base ritmica di De Rosa e di Takeishi arpiona l’orchestra su un groove che — pur fratturato e sghembo — mantiene sempre un passo a suo modo jazzato, permettendo alla performance di esplorare in libertà lo spettro delle sue possibilità senza mai perdere completamente l’equilibrio.
Per Patterns from Nature nello specifico, Nachoff ha anche collaborato con quattro registi diversi (uno per ogni movimento della composizione) in modo da realizzare dei cortometraggi sperimentali che accompagnassero la musica, sviluppandosi attraverso le stesse idee e perseguendo il medesimo obiettivo: la rappresentazione della geometria e delle regolarità di fenomeni caotici naturali, a partire dall’ispirazione data dall’analisi fisica di Morris. Al contrario del disco, però, questi film non sono disponibili integralmente in rete — potete trovare al più qualche immagine, e poco altro. Ma la scrittura di Quinsin Nachoff non necessita del supporto di altre forme artistiche, e a dirla tutta non richiede nemmeno di conoscere le premesse scientifiche alla base del progetto: la potenza immaginifica di Patterns from Nature è tale che la sua musica si svincola ben presto dall’apparato concettuale di partenza, permettendole di essere apprezzata e ammirata soltanto per la fulgida creatività degli arrangiamenti e la bellezza del materiale in sé. Fatelo vostro.

