ANGINE DE POITRINE – VOL.II
In una mattina di Pasqua insolitamente fredda, mi avvicino al computer per scrivere questa recensione con la stessa camminata di un condannato che percorre il miglio verde. Non perché non abbia voglia – come politica di redazione ci riserviamo il lusso di non fare ciò che non ci va di fare – né perché sia un argomento particolarmente ostico. A farmi trascinare i piedi è la consapevolezza che, qualsiasi saranno le cose che dirò, non produrrò altro che l’ennesima manciata di neve nella rovinosa valanga che ci sta travolgendo tutti. Tale è il fenomeno Angine de Poitrine: capita raramente che il midstream venga investito da un’onda così potente. Il duo canadese ha appena pubblicato il suo secondo disco, e sta venendo spammato ovunque da chiunque vada un attimo oltre il pop da classifica. Diventati virale sui social grazie ai loro live suonati in maschera, coppia perfetta con la weirdness del loro approccio al rock, gli Angine de Poitrine sono adesso nella fase in cui possono capitalizzare questa botta improvvisa di fama. Un tour mondiale non è che una logica conseguenza, così come lo sono i mille articoli celebrativi da parte della stampa nazionale ed estera. Il genere che suonano – math rock alquanto inoffensivo con qualche goccia di psichedelia e avant-prog – non finisce spesso sotto i riflettori, eppure presenta una combinazione di fattori tale da renderlo un fenomeno potenzialmente devastante.
Ma andiamo per ordine. Questo secondo disco, chiamato solo Vol. II, prosegue con linearità sui binari del precedente, perfezionando la loro formula in qualche occasione, annacquandola in altre. I riferimenti sono chiari: l’asciutto interplay tra chitarra e batteria dei Battles, il riffing sornione dei Primus, l’attitudine un po’ da slacker dei King Gizzard. Molti brani sono strutturati partendo da un riff sbilenco o da un semplice pattern di batteria e cucendoci sopra ricami di chitarra e basso, a formare groove ipnotici in crescendo e armonie dal sapore vagamente anatolico. Al loro meglio, gli Angine de Poitrine riescono a farti divertire e battere il piede a tempo per qualche minuto; è questo il caso di Fabienk o Sarniezz, in cui questo interplay semplicemente funziona, e il pezzo risulta coinvolgente. In altri casi, le loro idee suonano notevolmente più banali: Utzp è una semplice polka un poco storta arrangiata rock, gimmick piuttosto noiosa che non aggiunge nulla alle caratteristiche espressive dell’uno o dell’altro genere. Gli Angine de Poitrine non sono altro che questo – un duo di rock strumentale che sa suonicchiare e che tutto sommato riesce a imprimere personalità in una musica comunque minimale, ma che non sembra avere visione d’insieme tale da reggere un disco intero con le proprie composizioni. Nonostante Vol. II duri meno di quaranta minuti, infatti, la soglia dell’attenzione comincia a calare già dopo la terza traccia, e le uniche due soluzioni per finire il disco sembrano essere declassarlo a musica da sottofondo oppure annoiarsi. Ragione di ciò è anche la superficialità che sembra permeare ogni elemento del duo: la loro idea di math rock è orecchiabile ma decisamente poco coraggiosa; le influenze di altre tradizioni musicali sono mal definite e piuttosto sciatte; l’estetica generale della band sembra essere una stranezza senza intimo significato, che si esaurisce nell’accezione comune della parola. Sono strani.
Ora che abbiamo delineato cosa fanno gli Angine, occupiamoci di come sono stati recepiti e descritti. Le considerazioni che farò – ovviamente sviluppate a posteriori – vogliono soltanto porre attenzione su tutta una serie di narrative portate avanti con una certa malizia per far divampare la componente virale del duo, per recitare la parte di chi ci aveva visto lungo o per mille altri motivi tesi a cannibalizzare parte del clout di chi sta vivendo i suoi quindici minuti. Con ciò intendo che le loro caratteristiche, anche se in questo svolgersi degli eventi sono andate a creare la tempesta perfetta nei social media, non sono di per sé predittive di una tale ascesa. Ci sono cento altre band di questo tipo, con gimmick analoghe e la stessa abilità, che non usciranno mai dal girone infernale dei localetti di provincia. La differenza sta semmai nello saper sfruttare la propria immagine, nell’abilità con la quale si gioca il gioco della pubblicità; non c’è assolutamente niente di male a farlo, badate bene, anzi è un’abilità preziosissima. Tuttavia, anche in questo bacino più ristretto di band con un’immagine particolare e l’acume di saperla sfruttare, l’ammontare di successo riscosso dagli Angine de Poitrine è del tutto imprevedibile. Pensate all’artiglio che pesca i pupazzi in Toy Story: è importante sapersi posizionare nello strato più in superficie per massimizzare le possibilità di essere scelto, ma più di questo non si può fare – ci vuole la mano del fato, della fortuna, dell’imperscrutabile Dio dell’algoritmo. Detto questo, capire il fenomeno può comunque servire a togliersi di torno tutta una serie di considerazioni accessorie imprecise o mal interpretabili, che impediscono di percepirlo per quello che è.
Partiamo dalla questione microtonale. Fare musica microtonale significa semplicemente non limitarsi al temperamento equabile, incorporare note che cadono tra due semitoni. Moltissima musica al di fuori del mondo occidentale viene composta e suonata utilizzando sistemi musicali che possiamo definire intrinsecamente microtonali. La musica tradizionale turca e più in generale molta della musica araba e balcanica si basa sui maqam (makam in Turchia), un articolato insieme di regole melodiche, compositive ed estetiche. Nel makam turco, ad esempio, un tono è suddiviso in nove parti, anche se solo cinque di queste alterazioni vengono utilizzate; nessuna di esse cade a metà strada tra le due note, come il nostro semitono. Si tratta di un sistema complesso, le cui regole sono il risultato di una storia millenaria. Perché prima ho precisato che si tratta di sistemi “intrinsecamente microtonali”? Perché, in realtà, qualsiasi strumento privo di tasti calibrati sull’intervallo di frequenze del nostro semitono può facilmente produrre musica microtonale. Chiunque suoni un theremin, ogni musicista alle prime armi col violino o qualsiasi strumento fretless suona volente o nolente musica microtonale. La cosa importante è l’effetto che essa produce quando la ascoltiamo: nel caso di un violino suonato male parleremmo di stonature, e percepiremmo una melodia cacofonica. Quando usiamo la parola “microtonale” per definire la musica degli Angine de Poitrine ci riferiamo a una chitarra e a un basso con tasti che suddividono i semitoni a metà: un’ottava conterrà dunque 24 note invece delle usuali 12. Ma qual è l’effetto che il loro utilizzo della microtonalità sortisce all’ascolto? Non un granché. Qualche riff, in particolare quello di Sarniezz, suona un poco più sbilenco; pezzi come Mata Zyklek hanno armonie che ricordano la musica araba. Molti brani dei Primus, senza essere espressamente microtonali, suonano ben più alieni di così solamente in virtù dei bending del chitarrista, dello sliding sul basso fretless di Les Claypool e del suo cantato deliberatamente irregolare. Per farla breve, le chitarre microtonali degli Angine de Poitrine non hanno niente di speciale perché l’effetto che sortiscono è troppo generico. La parte fastidiosa di questa nozione va naturalmente ricercata nella macchina dell’hype: non c’è niente di sbagliato nel suonare una chitarra microtonale solo per giochicchiare un po’ coi quarti di tono. Quando però viene costruita su di te la narrativa dell’alieno, della band che sta finalmente espandendo i confini della musica rock, ecco che ridimensionare un poco i termini aiuta a non perdere il contatto con la realtà. Un framing positivo e giusto della microtonalità negli Angine de Poitrine dovrebbe sottolineare esattamente il contrario: ecco una band che adopera intervalli microtonali ma resta comunque totalmente approcciabile e orecchiabile, usandoli solo per dare un po’ di flavor, togliendo quel velo di astrusità da un concetto musicale in realtà molto semplice e naturale. La qualità della musica che creano è poi un discorso a parte.
Partendo dunque da un elemento oggettivo, e guardando poi da vicino gli Angine de Poitrine, notiamo una convergenza di fattori veramente drammatica: sembra impossibile criticarli senza risultare antipatici. Guarda cosa fanno live con una loop station! Sono due nerd che suonano musica stramba! Con tutta l’immondizia che diventa virale ogni giorno, perché fare le pulci a due artisti che fanno il loro, che contribuiscono a portare generi nuovi alle orecchie di persone che non li avrebbero mai sentiti? Questo è quello di cui parlo quando dico che la loro è una tempesta perfetta. Essendo musica strumentale, possiede un minor numero di significanti; dopotutto, le parole sono l’elemento che è possibile valutare con più immediatezza, e la voce è lo strumento che siamo più inclini a giudicare. Vestendo costumi esageratamente strambi, riescono subito a comunicare una cifra estetica di riferimento, imponendosi come weirdos e quindi anti-establishment. Suonando musica apparentemente complicata e tecnica – addirittura microtonale! – essi cadono a puntino nella narrativa secondo la quale sono dei geni incompresi che il mondo finalmente apprezza. Dopotutto, come Il Fatto Quotidiano immediatamente sottolinea usando un linguaggio quasi caricaturale, hanno fatto gavetta. Quando li abbiamo nominati per la prima volta sul nostro canale Telegram, nessuno ha osato mettere in dubbio che fossero musicisti dalle eccezionali doti tecniche. Suonare sanno suonare, ma che c’è di strano in un musicista che sa suonare? La narrativa che contrappone i veri musicisti a chissà quale fantasma di un trapper strafatto di autotune è ormai talmente stantia da risultare ridicola. Io, che sto acquisendo giusto adesso le conoscenze base per essere definito musicista, mi sento circondato da una folla di fenomeni: su Mangianastri li portiamo continuamente alla vostra attenzione. Senza scomodare il mondo intero, l’Italia è piena di giovani musicisti di incredibile talento. La costruzione di brani alla loop station non dovrebbe sorprendere, non dovrebbe essere considerata eccezionale; dovrebbe essere una cosa talmente mondana da venir data per scontata. Sono musicisti, sanno suonare. Ma cosa compongono? Di cosa parla la loro musica, cosa fanno di speciale?
Arriviamo così alla cosa davvero tragica: la colpa non è loro. Il successo Angine de Poitrine nasce da una generalizzata perdita di alfabetizzazione musicale ed estetica che colpisce ogni livello della popolazione. La situazione è così grave che la gente ormai non sa più cosa sia la musica. Non sto parlando dell’operaiə con la terza media che accende la radio una volta al mese, ma dell’universitariə che, pur definendosi appassionatə d’arte, si sbalordisce dinanzi a una musica che dovrebbe annoiarlə. L’ipnosi degli Angine de Poitrine nasce e muore nei venti secondi di un reel, e la loro influenza sociale è di cartapesta come le loro maschere: una façade che scuote dal torpore chi non dovrebbe essere assopito. La gente si stupisce del piacere che prova a vedere due persone suonare live costruendo i pezzi, jammando e facendo i cazzoni, e li giudica straordinari perché fanno provare loro quei sentimenti inspiegabilmente diventati così inusuali. Non sono straordinari. È semplicemente bello vedere la musica prendere forma, anche se si tratta di musica mediocre. È bello vedere musica live, anche se non stai ascoltando i Velvet Underground nel ‘66. Certo, il fatto che ci sia bisogno dei cartonati stile Albero Azzurro per far passare il messaggio è un po’ preoccupante, ma tale è la maledizione dei social. Purtroppo, l’intraprendenza di cercarsi altri dischi math rock, altro rock microtonale o altri gruppi mascherati con lingue inventate nasce dalla corretta contestualizzazione di un fenomeno e dell’effetto che ha su chi ascolta, cosa del tutto impossibile da fare in questa baraonda di sensazionalismi e retorica. In questo torpore, i potenziali effetti benefici degli Angine andranno quasi interamente persi. Fra qualche mese, di loro resteranno soltanto qualche centinaia di migliaia di Fabienk inserite in altrettante playlist generaliste di Spotify – volantini digitali alle loro ultime piroette sopra un vento fioco, sbiaditi ricordi di una delle tante dopamine spike.
