MANGIANASTRI #6

La sesta puntata della rubrica più amata del Belpaese ci presenta personaggi molto diversi tra di loro: una veterana jazz fusion alle prese con il suo lavoro più complesso, un insolito duo di agitatori cyberpunk e un giovane gruppo che sguazza con grande agilità negli anni Novanta.

Rosa Brunello – We Are Surging Waters ⭐️⭐️⭐️

(Domanda Music) | Jazz Fusion

Non è certo una novizia, Rosa Brunello – sette album da bandleader in quattordici anni – ma ha una visione musicale che ripudia l’inerzia e brulica di energia. Nel suo ultimo lavoro We Are Surging Waters si alterna al contrabbasso e al basso elettrico, guidando con maestria un ensemble di fiati, percussioni, chitarra e sintetizzatore attraverso sessioni improvvisative e alcune composizioni proprie. Il gruppo snocciola un jazz fusion squisitamente moderno, con un suono asciutto e un’attenzione alla componente ritmica che esaltano l’efficacia comunicativa tra lǝ intrepretǝ. Buona parte del merito sta nell’esecuzione sgusciante della stessa Brunello coniugata con percussioni eclettiche e vivaci, che in metà dei brani si avvalgono di una doppia batteria per moltiplicare le proprie possibilità espressive. Su questo tessuto si muovono agilmente melodie levantine metabolizzate e restituite dai fiati, con una coesione d’insieme resa ancor più profonda dall’uso discreto ma sapiente dell’elettronica in post-produzione; ci arrivano sentori dub non dissimili da quelli che abbiamo già apprezzato nei lavori dei Black Flower. Altro punto in comune con la band belga: l’incisività delle tastiere, a cui sono riservati anche alcuni assoli folgoranti nel segno dei toni acidi del synth.

Questa formula si rivela capace di accogliere in maniera elastica umori diversi, tanto che funziona sia quando sentiamo spuntare la grinta degli Zu di Radiale in Line Unbroken sia quando viene declinata su morbidezze cameristiche stile Hubro in When the River Remembered Its Name. A voler indulgere in un momento di puntacazzismo, si potrebbe dire che tra le nove tracce manca un respiro più ampio che porti l’album oltre la semplice successione di buoni episodi. Bisogna però considerare l’importanza che l’improvvisazione ha avuto in queste registrazioni, e guardare l’altro lato della medaglia per cui ci sono ottimi spunti e dettagli preziosi disseminati in abbondanza. Insomma, We Are Surging Waters è un album ricco di idee, con un’esecuzione coinvolgente e una prospettiva attuale, oltre a lasciarci la sensazione che la musica di Brunello potrà crescere ancora: tanta roba.

Rosa Brunello porterà in concerto We Are Surging Waters il 22 novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Prima di allora, la troverete in tour con Maryam Saleh a Le Guess Who? di Utrecht il 6 novembre e al New Morning di Parigi l’11 novembre; sarà invece in tour con il Dee Dee Bridgewater Quartet l’1 novembre a Esslingen e il 4 e 5 novembre a Milano.


Gom Jabbar – Gom Jabbar ⭐️⭐️⭐️

(n/a) | Digital Hardcore

Fabio Bortolotti, conosciuto ai più come Kenobit, è uno tra quei pochissimi personaggi internettiani del panorama italiano per cui la morale va di pari passo col profitto. Punk DIY al 100%, si è costruito negli anni uno status di culto grazie alla sua squisita passione per il retrogaming, che si integra alla perfezione con la sua decennale carriera di compositore chiptune. Federico Trimeri, invece, è il bassista degli Storm{O}, band che vanta il non indifferente primato, nel panorama emocore italiano, di non aver ancora gettato la spugna. I due, dopo aver scelto il nome Gom Jabbar, hanno dato vita a un disco omonimo rigorosamente autoprodotto e distribuito unicamente su Bandcamp (e vabbè).

Magari i testi vi suoneranno come un po’ troppo diretti, magari la pronuncia di Bortolotti vi farà un po’ storcere il naso, ma fatto sta che i 24 minuti del disco sono un martellante assalto a tinte cyberpunk che veste con orgoglio l’influenza degli Atari Teenage Riot. La palette sonora e di arrangiamenti, specialmente in virtù della scelta iperminimalista di un GameBoy, di una chitarra e di pochi altri aggeggini elettronici vari, è comunque capace di declinare le proprie modalità di pestaggio in vari umori: pattern ritmici mutuati alla gabber si intrecciano con inni di ascendenza Oi!, senza disdegnare gelidi sketch dark ambient per spezzare la corsa a perdifiato di brani come Hack Yourself o No Followers. I più attenti avranno notato che i riferimenti descritti qui sono comunque tutti figli degli anni Novanta, a partire dal GameBoy infernale suonato da Bortolotti; ma il disco è capace di prendere le migliori intuizioni di quelle correnti e farle proprie con una certa maestria. Con questo non penso che lo scopo dei Gom Jabbar sia quello di proporre qualcosa di mai sentito prima d’ora: l’intento, invece, è quello di creare musica di protesta che suoni contemporanea a quest’epoca di liquidità digitale, aggiornando il software per reindirizzare la rabbia contro l’ultraconsumismo, l’industria big tech e la parasocialità. Tutto bello e lodevole, insomma. E a chi si chiede come possa rinnovare lo stile di un progetto del genere, si può rispondere incazzati neri dicendo che bisogna prima pensare a uscire vivi dal 2026.

I Gom Jabbar per ora non hanno concerti in programma, ma seguiteli su Tunecamp o Bandcamp per i prossimi aggiornamenti.


pearl moth – Feverish Wild Things ⭐️⭐️

(n/a) | Alternative Rock

La band romana pearl moth, di cui ho avuto il piacere di seguire da vicino la crescita, ha un pregio che non si incontra spesso in un album di debutto: una musica già assestata su binari stilistici e comunicativi ben definiti. Feverish Wild Things è un disco di rock alternativo spaccato tra chiare influenze grunge e incursioni di luce dream pop, che attraverso strati di chitarre distorte finiscono a flirtare più volte coi muri di suono dello shoegaze. L’immaginario alla base del lavoro traccia panorami vividi, che rendono l’ascolto come un bosco profondo attraverso il quale si procede a fatica, in cui l’aria è carica di umidità e di un potpourri floreale dalle componenti indistinguibili. Sonicamente, questa sensazione è data da una produzione pastosa e monolitica, che a volte purtroppo sacrifica i dettagli melodici dei pezzi al fine di mantenere questo incedere laborioso, simile a marciare nel fango dopo una tempesta. Tale approccio concede però a chi ascolta il giusto tempo per soffermarsi sull’ampia palette emotiva di questo lavoro, sul buco nero di Rotten State, sulla maliconia di Daphne, sulla catarsi di Late Spring. Sono i testi della vocalist Camilla Crisciotti a fornire gli elementi per mettere tutte le cifre stilistiche dell’album al loro posto: una scrittura emotiva e composita, memore delle acrobazie di Joanna Newsom, che racconta l’esistenza da tanti punti di vista, guardando al passato per affrontare il futuro. 

La visione dell’esperienza vitale come un caleidoscopio di colori e immagini, troppo rapide per essere comprese fino in fondo e quasi obnubilanti,  si ritrova nei continui contrasti di immagini evocate dai brani: in Cooling Fluid Leaks from the Eyes un androide scopre la sua realtà mentre precipita rovinosamente tra la boscaglia; in Favorite Flower un fiore compone e scompone sé stesso, scegliendo come sbocciare per raggiungere una forma che possa fungere da dichiarazione d’amore. Ecco dunque che la pesantezza dell’impianto strumentale e la durezza delle distorsioni assumono la forma di scogli su cui far infrangere questo lirismo, che tuttavia sembra voler gonfiarsi sempre di più, per continuare imperterrito un’opera di erosione col suo culmine nel piglio folk più bucolico della chiusura Late Spring. Feverish Wild Things è un disco ambizioso che, pur soffrendo di qualche ingenuità strutturale, riesce a comunicare sensazioni complesse con sincerità.

I pearl moth suonano il 13 novembre allo Zoobar di Roma; nel frattempo, potete gustare il video del singolo Rotten State, in uscita il 31 ottobre.

Condividi questo articolo:
Livore Redazione
Livore Redazione