CERC (AA. VV.) – AUGAN 25
What Remains of Edith Finch? è un acclamato walking simulator di Annapurna in cui si osserva una casa con stanze piene di morte dagli occhi di Edith, l’ultima componente di una famiglia in cui tutti quanti hanno fatto una brutta fine, per un verso o per l’altro. Il gioco è un’esplorazione sequenziale: Edith va stanza per stanza a guardare gli oggetti della sua famiglia e a lasciare che il giocatore, per interposta persona, viva gli ultimi ricordi del componente che ha abbandonato le sue spoglie mortali in questa o quest’altra maniera. Tonnellate di inchiostro digitale sono state gettate per spiegarvi di che cosa parla questo gioco, e visto che non è il mio campo non mi arrischio. Basti solo sapere che raramente (mai?) mi è capitato di rivivere quella precisa esperienza, fatta di un’atmosfera angusta e spettrale, un passo-dopo-passo di esplorazione, contornati da una generica sensazione, ad ogni modo, di familiarità.
Pagans, l’etichetta specializzata nella condivisione e promozione dell’avant-folk occitano che ogni tanto trovate su queste sponde, mi ha dato l’opportunità impressionante di calzare le scarpe di una Edith Finch che alza le tende polverose di una musica che mezzo le appartiene, mezzo no. Prendendo spunto da un periodo di residenza d’artista al CERC della bellissima Pau, in Nuova Aquitania, la mente alveare degli artisti che in questo momento sono sotto l’etichetta ha generato, nel corso dell’anno appena passato, uno dei dischi che segneranno i nostri ascolti per l’anno che abbiamo appena iniziato: Augan 25, anno corrente 25, in lingua d’oc.
Augan 25 ha un concept piuttosto semplice: ogni artista, mese dopo mese, lascia una impalpabile traccia sonora che verrà staffettata dalle varie persone che hanno preso parte alla residenza al CERC. L’obiettivo, concentrare il periodo in residenza, l’annata e un distillato dell’esperienza dei singoli attori in un disco che vuole essere più di una semplice raccolta. Il vasto gruppo di artisti che hanno partecipato all’esperienza organizzata da Romain Baudoin conta decine di volti a noi più noti (come La Nòvia o l’Ensemble Ars Nova) e meno noti (la maggioranza). Ma se i volti sono decine, le idee e gli strumenti portati in campo per presentarle sono centinaia. Essendo targato Pagans, il disco è anche una scusa per celebrare al massimo le radici dei vari artisti, e non è affatto raro trovarsi nelle orecchie dei suoni difficili da identificare – ognuno a fare da portabandiera per un sobborgo dove sta il cuore dell’artista di turno. Si hanno tra uno o due minuti per passare il testimone, quindi dovete aspettarvi un tipo di ascolto estremamente rocambolesco e polimorfo, ma allo stesso tempo – considerato i comuni punti d’incontro di chi entra nell’orbita dei Baudoin – puntellato da certi attrattori musicali verso i quali tutti si trovano a gravitare. Nello specifico: la scomposizione elettronica della musica, la coralità ancestrale del folk occitano, l’insistenza su un interplay brillante e colorato laddove possibile.
I momenti più memorabili, grazie a questa varietà e alle energie portate dalla residenza, si accavallano l’uno dietro l’altro con pochissime soluzioni di continuità. Vale la pena però darvi un paio di coordinate se volete provare a piluccare questi 40 minuti un pezzetto alla volta. Per quanto mi riguarda, per esempio, Augan 25 già vince il mio cuore al secondo minuto, quando Rozenn Talec prende le redini dell’installazione di elettronica progressiva targata La nòvia e ne trasforma la coda in un canto popolare a cappella con ritmo battuto a mano e fibra sonora radiofonica. Il mese di Febbraio (Février) è pieno di spunti allucinanti, tutti orbitanti attorno a una vocalità brutale che campa nello spazio delle voci bulgare (arC atlantiC), delle litanie di satana (il finale di Habia) e della poesia corale (Les Bal des Sophies), e in ognuno di questi capitoli le cantanti portano la loro anima da angolature personali e diversificate, grazie anche a un reparto strumentale che va dalla tarantella di alboka e tamburelli ai droni spiazzanti di boha e flabuta. Alcuni punti, poi, sono bestiali e basta. La danza ossessiva di ghironda e banjo di Talbru, pur schiacciata tra i droni dei La Crue e i contrappunti minimalisti di veuze e fisarmonica in Treì, emerge come uno dei pezzi più impressionanti di tutta la residenza; allo stesso modo la Nascor di Julie Azoulay scoppia come una performance di slam poetry sonorizzata che condivide lo spessore dei grandi parolieri e – probabilmente il singolo momento più impressionante del disco – la call che Aina Tuller lancia nel vuoto mentre tortura la sua nyckelharpa illumina la stanza con una violenza inaudita. Ma anche la sound art ghiacciata alla Bertoia di Km0, il flamenco con tabla di Frédéric Cavalin e Maël Goldwaser, la tortura che Lucile Marsac riserva al suo quinton. Non abbastanza spazio in una sola recensione per parlarvi di tutto quanto senza tediarvi.
Chiudiamo quindi la porta sui dettagli e torniamo al paragone con Edith Finch. Augan 25 lascia sì che il suo fil rouge si perda tra le invenzioni degli artisti che ne prendono il timone, ma non c’è dubbio che l’odore di fondo rimanga lo stesso: è una casa di fantasmi. E anche se ciascuno è confinato nella propria stanza – anzi, forse proprio per quello – la voce dei singoli spettri tuona con una forza d’urto che raramente si può ascoltare in un album strutturato coerentemente. Ognuno ha la possibilità di confrontarsi con pochi minuti di musica e provare a partecipare a un telefono senza fili in cui è importante anche risaltare come singolo artista. La narrazione non può essere corale, e quindi abbiamo le nostre decine di protagonisti. L’unica cosa che assomiglia a un coro è lo sfondo sotto il quale i musicisti Pagans si passano la palla avvelenata: la residenza a Pau, il modo in cui lascia che gli inconsci convergano sui suoi paesaggi e le sue camere. Il vero protagonista di questa rappresentazione è uno spazio, che viene raccontato con un processo sequenziale, lineare: uno spazio che è stato abitato e del quale a noi ascoltatori rimangono solo le tracce in un’altra modalità, il suono.
Ci sono due angoli da cui mi aspetto che possiate prendere questo disco. Nel primo, siete come me e avete una fascinazione sedimentata verso un certo tipo di musica, un avant-folk che esplode in varie direzioni (dallo ctonio al neoclassico, dalla musica sefardita alla tammurriata). In quel caso non avrò molto da dovervi raccontare: vibrerete come delle libellule ascoltando Augan 25. In un altro caso, non siete a contatto con questo tipo di prodotto e avete qualche sospetto quando qualcosa devia più verso la sezione concettuale/sound art della musica. In quest’altro caso vi consiglio a maggior ragione di ascoltare il disco per lasciarvi guidare e stupire nel vedere cosa può succedere quando viene dato un pezzetto di carta bianca a un artista che sa cosa sta facendo. In entrambi i casi rimarrete spaesati, affascinati, e vi sembrerà di essere già passati di qui. È normale avere questo effetto, e noi non possiamo che essere felici di cominciare il 2026 metabolizzando quello che resta del 2025. Grazie Pagans.

