Minime premesse.
Per chi ci leggeva già: Come vi abbiamo accennato, stiamo cominciando a sondare il territorio italiano e la musica che ne esce fuori. Se siete confusi su cosa significano le stelline, andate qui. Visto che per adesso questa rubrica è in fase sperimentale, abbiate pazienza se qualcosa non torna o se non percepite lo stesso livello di attenzione delle nostre recensioni normali. Andrà sempre un po’ meglio della volta precedente, ma da qualche parte bisogna partire.
Per tutti: eccovi un trio di dischi italiani usciti di recente che, per un motivo o per un altro, abbiamo trovato tra i più meritevoli nelle nostre ricerche.
Questa selezione contiene dischi particolarmente belli, che se non fossimo a fine anno avremmo probabilmente coperto con una recensione piena. Un paio di questi sono nei dischi dell’anno dell’autore, quindi ottimo lavoro. Buona lettura e buon ascolto!
Lac Observation – A City of Gandharvas ⭐️⭐️⭐️

(Hvergelmir, MyOwnPrivateRecords) | Psychedelic Folk
Il cursus honorum di Lac Observation è troppo complicato per esaurirlo in poche righe, ma potete usare questa intervista di Nikilzine come punto di partenza per capire chi è figlio a chi e a quali altri act sono collegati. Ora che ho le mani deliziosamente lavate dai dettagli biografici, fatemi concentrare un attimo sulla musica, molto bella, del nuovo A City of Gandharvas.
Il disco è un’ora di psichedelia ben costruita e spazia da un lato più slabbrato a una dimensione più picchiante e d’attacco. Nel primo troviamo jam distorte e rock-ish (Splinter in the Mind’s Eye) e lunghe brodaglie psych folk (Sister Drag the Sun); l’altro invece è composto da un patchwork di bellissimi singoloni indie rock novantoni (Greenland Myth / Birch Canoe, The Iron Age Jets) e bizzarri anthem freak folk (Golden Pin, Corridor Dream). Ho provato a starci nelle righe d’ordinanza, ma la verità è che – con tutte le incertezze del caso – il nuovo Lac Observation è così pieno di spunti e direzioni che vale semplicemente la pena prendersi un’oretta della propria giornata, magari passeggiando, e godersi il viaggio.
I prossimi appuntamenti live di Lac Observation:
27 Dicembre – Avamposto (Amelia, TR)
22 Gennaio – Fanfulla (Roma)
23 Gennaio – Neibar Laboratorio (Venturina Terme, LI)
24 Gennaio – Circolo Bernieri (Bologna)
25 Gennaio – Refettorio Birraio (Vicenza)
Dalila Kayros – Khthonie⭐️⭐️

(Subsound) | Elettronica, Post-Industrial
Il nuovo disco di Dalila Kayros suona esattamente come il nuovo disco di Dalila Kayros, e questa è una cosa lodevole, di questi tempi (exhibit 1, exhibit 2). Se vi siete divertiti nel 2022 con le atmosfere cupe e le rincorse grintose di Animami potete stare tranquilli anche per il nuovo Khthonie – nome programmatico.
La regola di Dalila Kayros è abbastanza semplice: adattare il filone post-industrial one-woman-show dell’ultimo decennio (banalmente, Lingua Ignota) alla dimensione mediterranea senza strafare sul lato del vagheggio e finire a fare Moor Mother né sul lato della decostruzione e finire a fare Sara Persico. Al contrario, il ritualismo tipico di queste uscite è tutto quanto concentrato su una club music schiacciante e piuttosto dritta, foraggiata dalla bounciness dei suoi beat e dai mastodontici synth che disegnano i pochi brandelli melodici dei pezzi, qui gestiti da Danilo Casti. L’effetto delle basi è sempre molto gritty, e concede alle acrobazie della voce di Dalila Kayros di brillare di luce propria, con i classici speaking in tongues, i ruggiti gutturali, intervallati e messi in riga da escursioni di tono che arrivano molto in alto e che lasciano intravedere tutte le chiare influenze dell’art pop più lirico sulla formazione della musicista. Una musicista che è sempre stata un’easy pick per i miei ascolti, e che spero di poter vedere live prima o poi.
Dalila Kayros non si esibirà prima di Febbraio, a Genova, ma ha un tour in programma. Potete seguirla per gli aggiornamenti sulla sua pagina Instagram
Les Biologistes Marins – Looking Out for Dolphins ⭐️⭐️⭐️

(JIPO Records, Kohlhaas) | Field Recordings, Ambient
Su Looking Out for Dolphins, in realtà, c’è veramente poco da dire e molto da ascoltare. Il progetto di Les Biologistes Marins nasce dalla mente della flautista Beatrice Miniaci e del batterista Anton Sconosciuto, con l’intento più o meno dichiarato di costruire un racconto di sound art basato sulle acque, e in particolare sulle acque dei mari. Looking Out for Dolphins è stato registrato ad Alghero durante un periodo di residenza artistica, e si propone di mappare la geografia concettuale della famosa cittadina portuale sarda.
Il disco è bellissimo. È bellissimo per chi, come me, ha un rapporto particolare con il mare e con le città che si appoggiano sul mare – e mi scoccia persino parlarne perché sento come se affondare le mani dentro a questa musica volesse dire spezzarne il moto uniforme e farle un torto. Vi basti sapere che ogni mappa è un tipo di rappresentazione, presenta degli ovvi omomorfismi con quello che rappresenta, e che ascoltare Looking Out for Dolphins vuol dire connettere in modo intimo con la residenza ad Alghero e con gli stimoli che i Biologistes hanno certamente sentito di incanalare. Se pensate che questa rappresentazione sia quello che vi serve per riavvicinarvi al mare, o per capirlo per la prima volta, fatevi un favore e sentite questo disco – una delle migliori esperienze del mio anno musicale.
I Biologistes ora sono in Giappone, ma saranno allo Spazio Kina a Roma il 9 Gennaio e si parla anche di un tour in primavera. Seguiteli sulla loro pagina Instagram per tutti gli update.
Nic T – The Use⭐️⭐️⭐️

(Hora Records) | Chamber Folk
Qui a Livore abbiamo un tallone d’achille nei confronti di un paio di tipi specifici di folk bianco, quello più cameristico à la Cosmo Sheldrake o Andrew Bird (sempre sia lodato) e la versione post-outsider e stonataccia di folksinger come Alexander Tucker o Richard Dawson (sempre sia lodato). Sono stato quindi folgorato quando ho scoperto come il mio connazionale Nicola Traversa (per i nemici Nic T) sia riuscito a unire queste due anime in un unico disco, The Use, che è entrato immediatamente tra le mie scelte del 2025.
Molto del disco suona come una versione progged up e ripulita del fingerpicking di Dawson, con il timbro di Nic T bello rotondo e avvolgente in semi-Callahan e svariati spunti e divagazioni creative che si appoggiano su una struttura molto più lo-fi del normale. E tutto The Use si nutre di questa ambivalenza tra complessità e semplicità, riuscendo ad essere incredibilmente bilanciato, cozy e stimolante nella stessa misura, capace di esplodere ogni sua canzoncina in modi inaspettati, ma lasciandole essere, nel loro più intimo, delle canzoncine. Un tipo di operazione che è raro trovare nelle tradizioni che questo genere di folk lo masticano da anni e che è bellissimo riuscire a incrociare in una realtà con cui siamo molto più vicini. Spendete questa mezz’ora e provatelo.
Potete trovare tutti gli update sui prossimi live di Nic T sul suo profilo Instagram
