ROSALÍA – LUX
Poco dopo l’uscita di MOTOMAMI, David scherzava su come Rosalía avesse abdicato al ruolo di «regina del pop per personcine avvedute» che il mondo aveva deciso di ricamarle addosso, rinunciando a pose più intellettualoidi e perseguendo uno stile più tamarro ma anche più personale. Se volessimo essere benevoli potremmo quindi dire che questo nuovo LUX sia il manifesto musicale e culturale di un’artista che, dopo aver deviato dalla strada maestra imboccando un sentiero a suo modo originale, basato su R&B modaiolo, flamenco pop e reggaeton, ha infine scoperto di essere pronta a reclamare il ruolo di primo piano che le spetta nell’ambito del pop contemporaneo tirando fuori dal cilindro l’album più avant-garde della sua carriera: questa è più o meno la vulgata che potete leggere ovunque lì fuori (ci arriviamo alla fine di questo articolo).
In realtà, non è andata proprio così. È vero che LUX è stato accolto come uno dei capolavori del 2025, ma questo è successo soprattutto perché da mesi Rosalía non fa che martellare il proprio pubblico con una campagna di marketing che lo preparasse a considerare il suo (ai tempi) imminente ritorno discografico come un gioiello di avanguardia pop dalle tinte quasi sacrali. Ogni orpello, dalla materia sonora in sé al dettaglio collaterale più microscopico, sembra studiato appositamente per strillare nelle orecchie di ascoltatori e critici quanto Rosalía sia ambiziosa e raffinata come autrice: mi permetto di farvi un elenco, così ammiriamo insieme quanto tutto sia triste e patetico. Innanzitutto, come ogni lavoro impegnato che si rispetti, il processo di scrittura e registrazione ha impiegato tantissimo tempo (più di due anni) ed è stato ultimato in dieci studi diversi disseminati tra Spagna, Francia, Regno Unito e Stati Uniti; dovendo poi essere un’opera tanto ricercata, LUX non è semplicemente una raccolta di canzoni ma si presenta come un polittico in quattro movimenti per un’ora di durata: ovviamente, durante l’ascolto non emerge nessuna unitarietà tematica o stilistica all’interno dei singoli movimenti, e la suddivisione appare scelta arbitrariamente. Si arriva quindi all’immaginario concettuale estremamente à la page, che tocca il vissuto relazionale autobiografico, la riflessione sulla propria femminilità, e immancabilmente il rapporto con la spiritualità e il divino; poiché aggettivi come sottile e implicito non sono ben chiari a chi produce certi blockbuster, l’afflato mistico di LUX è stato evidenziato in maniera sfacciata dichiarando la lettura di varie agiografie di sante della tradizione cattolica (3 aprile 33 d.C.: godo ancora) come ispirazione per il disco. Proprio per celebrare le diverse provenienze geografiche di tali sante, Rosalía ha scritto i propri testi in quattordici lingue, di cui però ne parla tipo tre: è lei stessa ad ammettere che è giusto a un paio di mesi su Duolingo dall’essere completamente analfabeta in circa tutte le lingue usate nel disco, ammettendo con candore la goffaggine dell’intera operazione quando spiega che in realtà ha prima scritto delle bozze molto maccheroniche avvalendosi di Google Translate, andando più o meno a sentimento, e poi si è fatta sistemare il tutto da traduttori professionisti terzi. Anche qui, tutto è così posticcio e dozzinale che viene da dubitare della supposta “professionalità” di tali traduttori, se hanno concesso il loro nulla osta a roba come «La verità è che / entrambi abbiamo macchia / e nessuno dei due può sfuggire di l’altro» (da Mio Cristo piange diamanti). Ovviamente di questa cosa non frega un cazzo a nessuno, e tutto questo contesto tragicomico viene fatto passare in sordina per restituire invece l’immagine di una studiosa panculturale davvero attenta alla rappresentazione di diversi popoli nella propria musica. Sentite qua come se la canta e se la suona quando è intervistata dal New York Times:
I’m rebellious in general, OK? Let’s say that, for sure, I’m rebellious. But I think it’s more about I belong to the world. That’s how I feel — yo no soy tan mía como del mundo.I love traveling, I love learning from other humans. Why would I not try to learn another language and try to sing in another language and expand the way I can be a singer or a musician or an artist? The world is so connected.
e poi cercate di coniugare questa dichiarazione con ciò che avete letto poco sopra.

Per umana pietà, tralasciamo poi le francamente imbarazzanti trovate pubblicitarie con i manoscritti delle parti di violino, le foto di Rosalía in chiesa con vestiti Gucci, le paparazzate mentre legge gli spartiti delle arie di Puccini a Parigi, e arriviamo direttamente alla musica. Anche qui, tutti gli elementi sembrano voler implorare il pubblico di considerare LUX come il parto monumentale di una creatività così vulcanica che, per forza di cose, non può che avvalersi di un enorme arsenale di risorse umane (e finanziarie). La lista di collaboratori, ospiti, arrangiatori e produttori è pertanto infinita: vi figurano diverse celebrità di casa alle ultime edizioni dei Grammy (Andrew Wyatt, Noah Goldstein, Pharrell Williams, Tobias Jesso Jr., Pablo Díaz-Reixa, Nigel Godrich); importanti esponenti della musica ispanofona di ogni tipo ed epoca (Estrella Morente, Sílvia Pérez Cruz, Joan Albert Amargós); star del mondo pop internazionale (Yves Tumor, Guy-Manuel de Homem-Christo, Charlotte Gainsbourg e naturalmente Björk — c’è sempre Björk di mezzo in ‘ste robe). Vi sono, ovviamente, pure prestigiosi nomi afferenti al mondo classico, che servono allo scopo di esasperare ancora una volta il taglio colto della musica di LUX (Angélica Negrón, Caroline Shaw, la London Symphony Orchestra che quando si tratta di sguazzare nel fango non si tira mai indietro). Un gigantesco who’s who? interamente volto a celebrare l’immagine di un’artista che vuole apparire poliedrica, indecifrabile, ma sempre legata all’idioma popolare e al territorio catalano, a qualunque costo: così, il pop a tinte flamenco di El mal querer si avvale ora di disneyane orchestrazioni d’archi, di elementari temini di pianoforte per provocare la lacrima facile, e soprattutto di un’aura che cerca di suscitare scandalo confondendo alto e basso, sacro e profano, tra un innuendo a Ildegarda di Bingen e un motherfucker rivolto all’ex Rauw Alejandro. Per sua sfortuna, la visione di Rosalía della classicità in musica è così stereotipata, banale, edulcorata e slavata che quello che riesce ad allestire è uno spettacolo sì pirotecnico, ma soltanto allusivo di un’immagine di “classico” fatta a uso e consumo di un pubblico che non ascolta musica classica. LUX rimane così impantanato in una formula che perde il mordente infectious dell’ottimo pop senza conquistare la ricchezza formale di un vero lavoro classico. (Su questo punto — e su vari altri — ne scrive molto bene MusicPaper giungendo a conclusioni molto simili alle nostre: vi rimando anche al loro ottimo articolo.)
Il singolo di lancio Berghain è emblematico di quanto, al di là di ogni trovata pubblicitaria, ogni post su Instagram e ogni autoreferenzialità, i riferimenti classici di Rosalía si esauriscano nel repertorio più abusato e nazionalpopolare. Le frasi wannabe virtuosistiche dei violini sono ciò che immaginerebbe un bambino leggendo un po’ di aneddotica su Paganini; la contrapposizione tra la linea vocale principale (con una pseudo-coloratura operistica francamente imbarazzante) e lo sfondo melodrammatico, con tanto di gorgheggi corali a fare da controcanto, tradisce però l’ascolto in serie dei Carmina burana di Orff. E non c’è nient’altro in questo carnaio, salvo il ridicolo contributo di Yves Tumor che si limita ad apparire sul finale, imitando il «I’ll fuck you till you love me» di Mike Tyson, ma tagliando tatticamente sul faggot per non rigare il parquet: che ridere. Non va meglio con le orchestrazioni su La perla, che con il loro pedante andamento in ¾ tentano in ogni modo di instillare il ricordo del Valzer dei fiori di Čajkovskij; o con il pastiche di La rumba del perdón, che accompagna maldestramente sporadiche note di clavicembalo e i soliti archi cinematografici al battito ritmico delle palmas e alla vocalità del flamenco. Sporadicamente, proprio quando LUX rinuncia alle sue ingombranti sovrastrutture classicheggianti e punta con decisione alla materia pop, si trovano numeri convincenti come Porcelana (che non avrebbe sfigurato su El mal querer), il conturbante flamenco pop De madrugá (che però dura nemmeno due minuti) o la Reliquia arrangiata da Caroline Shaw: essendo lei una compositrice intelligente e acuta, per il suo brano decide di evitare le pomposità facili complementando il flamenco pop digitale di Rosalía con un tessuto post-minimalista intrecciato in staccato dagli archi sullo sfondo. Ma il più delle volte la musica di LUX è comunque noiosa, senza guizzi, completamente anemica, e semplicemente si infila senza battere ciglio direttamente in territori sanremesi (cfr. Dios es un stalker, La yugular, Sauvignon blanc).
Un discorso a parte va speso per la già citata Mio Cristo piange diamanti, il brano cantato in italiano (stentato) e che dichiaratamente tenta di fare il verso a un’aria dell’opera classica (coerentemente con il pressapochismo dimostrato in tutto l’album, Rosalía traccia il più ovvio collegamento tra “italianità” e “bel canto”). Si tratta di un terribile lento guidato da uno svenevole tema di pianoforte, sopra il quale si erge un’interpretazione vocale esageratamente enfatica: nel tentativo disperato di esacerbare l’emozionalità di versi già di per sé poeticamente molto limitati, Rosalía cerca di sottolineare il tono struggente con un vibrato francamente insostenibile che se non altro infligge all’ascoltatore il dolore dell’imbarazzo vicario. La sua terribile delivery in italiano e i frequenti errori grammaticali del testo amplificano soltanto questo senso di sospensione dell’incredulità: è un serio candidato alla palma di brano più brutto che abbia ascoltato nel 2025. Se questo è il risultato del suo lavoro di “ricerca linguistica” nell’ambito dell’italiano, che da molti punti di vista è vicino allo spagnolo, non oso immaginare che nefandezze abbia tirato fuori con il mandarino, l’ebraico, l’ucraino e l’arabo. A pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.

Di fronte a tutti i limiti espressivi, intellettuali, e culturali di un lavoro del genere, l’accoglienza tributata da critica e pubblico a LUX mi ha sinceramente spiazzato. Forse perché arrivato in chiusura di un anno che è stato scevro di casi mediatici che monopolizzano il dibattito musicale trasversalmente — per intenderci: qualcosa di paragonabile a Imaginal Disk l’anno scorso, o ad Ants from Up There nel 2022 — l’isteria di massa che si è generata intorno a quest’album è sembrata motivata innanzitutto dal bisogno di avere il momento musicale iconico della cultura pop anche per questo 2025. A due settimane dalla sua uscita, il successo planetario di LUX ci appare però più vicino all’insopportabile ubiquità di Brat: è come se fossero stat* tutt* in trepidante attesa del ritorno della figliol prodiga, dopo i flirt più chiassosi con il reggaeton di MOTOMAMI, per procedere infine all’incoronazione della nuova regina del pop — il cui regno, però, non può limitarsi al pop e deve estendersi ben oltre gli steccati di genere. Così, per Gio Santiago di Pitchfork LUX è «a place where pop and religion […] can converge on the grounds of deeper understanding»; per Julyssa Lopez di Rolling Stone, si tratta di un «transcendent album that sounds like nothing else in music right now»; sul Guardian, Alex Pedritis dice la sua sull’annosa questione «LUX è un album di musica classica?» (ahah! dio bastardo), riconoscendo che «Lux certainly sounds closer to classical music than it does to anything in the charts»; fa eco Claudio Lancia su Ondarock, che si chiede se LUX sia «soltanto musica pop» e lo tagga come musica sacra. Nonostante la vulgata critica del poptimism cerchi continuamente di rivendicare il valore intrinseco del peggior pop da classifica, ogni occasione è buona per ammantare paragoni a caso con forme musicali percepite come più nobili, per tirare acqua al proprio mulino.
Si potrebbe parlare di chissà quant* altr* autori e autrici che si sono sperticat* in applausi per LUX, a partire da Mark Savage sulla BBC: pure lui si pone la domanda retorica se LUX possa essere il migliore disco dell’anno — perché affermare implica anche assumersi la piena responsabilità delle belinate che si pensano, mentre chiunque può chiedere senza alcun vincolo alla realtà dei fatti. Più che la sua commistione (insignificante) di pop e musica classica, più che la (patetica) iconografia cattolica, più che la rappresentazione (superficiale) di diverse culture, il contributo più evidente di LUX è aver reso manifesto il tragico abbattimento del livello di qualità della comunicazione della musica pop: contemplate insieme a me la pazzesca esaltazione del testo di La perla fatta sul NME, con l’autrice Rhian Daly che va in brodo di giuggiole per la più squallida serie di insulti all’indirizzo dell’ex fidanzato, come se la storia del pop non fosse lastricata di diss di tale infima fattura. Le stesse persone che dovrebbero avere strumenti più adeguati per inquadrare opportunamente il valore della musica contemporanea vi reagiscono e la recepiscono come il più gretto influencer per adolescenti su TikTok, senza fare alcuno sforzo per informarsi, comprendere e contestualizzare. Davvero possiamo parlare di pop soltanto in questi termini?
Crediamo ci sia vita oltre il poptimism: per questo, LUX non è solo uno dei dischi artisticamente più irrilevanti dell’anno ma, da un punto di vista concettuale, è anche e soprattutto uno dei più odiosi.


