ENERGIA ELEMENTALE: INTERVISTA CON MAGMA

Un intreccio di percussioni gamelan al tramonto tra le saline di Cervia; minuzie balearic amplificate su un molo mentre il sole sorge sull’Adriatico; uno sleeping concert che attraversa tutta la notte tra le campagne faentine; diversi stili di musica sperimentale accolti dall’acustica spettacolare di un ex monastero a Bagnacavallo. Di tutto questo e molto altro è stato possibile fare esperienza grazie all’azione di MAGMA, collettivo artistico che da più di un decennio popola la Romagna con felici incontri tra musica e ambiente, organizzando concerti e performance in luoghi inattesi e significativi del territorio. Il centro di gravità della loro azione è la rassegna itinerante Elementi, oggi giunta alla settima edizione, che ha “l’intento di creare una dimensione performativa immersiva all’interno di paesaggi naturali e iconici dall’elevata potenza emozionale”. Non sono solo iperboli da presskit: gli eventi di cui è ricco il programma di Elementi vivono effettivamente di una simbiosi con molti luoghi suggestivi, che hanno la possibilità di essere riscoperti e vissuti da una diversa prospettiva mediante l’azione artistica che vi si svolge. Spesso e volentieri questa si concretizza in interpretazioni di musica elettronica ed elettroacustica, che a loro volta vengono animate dal particolare rapporto con il contesto che le ospita. Tutto molto bello e tutto gratuito, peraltro: gli eventi concepiti da Magma sono infatti a offerta libera. Difficile trovare in Italia un’altra rassegna artistica al contempo così inclusiva, radicata sul territorio e con lo sguardo rivolto in avanti.

Per questo, dopo aver partecipato a svariate edizioni di Elementi in veste di spettatori, abbiamo deciso di dare ulteriormente corpo alla nostra curiosità e conoscere direttamente parte del collettivo. L’occasione si è presentata con l’inaugurazione per il 2026 di Endless Summer, mostra di arti visive ospitata dal Magazzino del Sale di Cervia, che cerca di catturare le diverse sfumature sensoriali ed emotive collegate all’estate e testimonia anche l’interesse transmediale delle iniziative di MAGMA. Maggio è in piena fioritura e nella morbidezza del pomeriggio assolato la luce inizia a possedere quella intensità che ci accompagnerà nei prossimi mesi; lungo il canale i colori vibranti riverberano le suggestioni evocate all’interno dall’esposizione. Qui incontro Alex Montanaro, uno dei fondatori di MAGMA, con cui nasce una conversazione dietro le quinte.

R: Ciao Alex, parto dall’inizio chiedendoti qual è il brodo primordiale da cui nascono MAGMA ed Elementi. Se non sbaglio c’entrano la pandemia e quel celebre detto di far diventare i problemi opportunità… 

A: Allora, il progetto che nasce dalla pandemia è la rassegna Elementi, che origina dal voler creare nuove abitabilità all’interno di quegli scenari che all’epoca avevano la possibilità di riattivare un settore dormiente o impossibilitato a lavorare, cioè il mondo del teatro, il mondo della musica. Ci viene così l’idea di utilizzare i luoghi naturalistici e i luoghi simbolici per attivarli attraverso la logica dello spettacolo. Spettacoli “educati”, nel senso che si dovevano mettere in confronto con le possibilità che il luogo offriva, quindi senza voler stravolgere; questa azione continua in ciò che facciamo ancora oggi. Il brodo primordiale di MAGMA risale invece al 2014 con un gruppo di persone, del quale io facevo parte, che sentivano la necessità di muoversi al di fuori delle classiche logiche legate a queste possibilità artistiche.

R: Ed è nata qui a Cervia, per poi legarsi in maniera più ampia territorio della Romagna? 

A: È nata a Cervia, sì. Per quanto mi riguarda, è giusto che ci siano dei luoghi legati alle consumazioni e al classico fare commercio, così come dei luoghi “pettinati” legati all’arte che stimiamo e rispettiamo, ma che già allora vedevamo come o impermeabili o non coerenti rispetto a quelle che erano le nostre ambizioni. Quindi si è attivato un gruppo di persone giovani – perché all’epoca eravamo giovani! Io adesso ho 38 anni, questo avveniva 11-12 anni fa. Non arrivavo da un percorso né curatoriale, né musicale, né accademico; avevo prettamente, parlo al singolare, la voglia e la necessità di muovermi al di fuori degli schemi.

R: Quindi l’azione che ha contribuito alla formazione di MAGMA nasceva da un interesse personale, non era un correlato di carriera?

A: Sì, per quanto mi riguarda, che di quel gruppo sono forse uno dei pochi superstiti, c’era la volontà di muoversi al di fuori delle classiche logiche senza aver l’ambizione di portare avanti né un progetto che già “mi vestiva”, né un progetto accademico che doveva magari sbocciare. All’interno del gruppo c’erano comunque già diverse personalità che come ambito primario occupavano ruoli legati all’arte, a livello accademico e lavorativo, ma che si sentivano a loro volta vincolati al concetto-lavoro, cioè: ho la possibilità di lavorare nel settore ma non ho la possibilità di produrre nel settore, che sono due cose molto diverse, perché esistono dinamiche che già mi direzionano in un certo modo. Il brodo primordiale, come l’hai denominato, non era in realtà definito e non c’era una direzione chiara, quindi secondo me non sapevamo neanche noi esattamente cosa stavamo facendo. È qualcosa che si è sviluppato nel tempo. Tuttora penso che man mano che si acquisisce esperienza, naturalmente si visualizza con più facilità anche quello che si è fatto in precedenza; ricordo che all’epoca la grande passione nell’aver creato un gruppo e nel poter attivare delle cose in maniera corale – e anche inusuale – ci faceva lavorare con grande cuore, anche con grande urgenza. Ora abbiamo delle regole più chiare che ci permettono magari di visualizzare uno spazio, di avere delle competenze tecniche, di avere anche delle competenze relazionali per poter coinvolgere chi deve fare un service audio o chi deve semplicemente risolvere un problema; all’epoca lo stesso problema ci si sarebbe posto come più grande, e quindi o lo risolvevamo a nostro modo o ci muovevamo per imparare come fare.

R: E qual è stato l’esordio “sul campo”, la prima manifestazione di MAGMA sul territorio?

A: All’inizio ci dedicavamo prevalentemente al suono, quindi giocavamo al confine tra clubbing e azioni performative. La prima forma credibile, concreta, di MAGMA nasce a Cervia durante un evento che ibridava la serata tra un’esposizione di gessi di Enrico Ferrarini, uno scultore, e delle azioni performative di Andrea Magnani e Hazina Francia (Petit Singe attualmente) sopra la torre di San Michele. Questo nel 2014. Evento organizzato da giovani, il che era un dato oggettivo all’epoca, però questo “arrivano i giovani” è sempre stato visto in maniera svilente, come un pregiudizio. Tuttora mi capita di entrare in alcune sale istituzionali e percepire questo “ah, sono arrivati i giovani”; e ho 40 anni.

R: Infatti non che tu non sia giovane adesso, però se mi parli del 2014 io ripenso al fatto che facevo il terzo anno di università, quindi capisco la distanza nel tempo. Per cui mi dici che sentivate di avere a che fare con un ambiente inveterato, che soffriva il fatto di doversi confrontare con una realtà nuova e non ancora definita?

A: Sì, per questo l’hanno voluta definire. Infatti il primo evento concreto di MAGMA all’interno della Torre San Michele creò uno scandalo mediatico a Cervia, ci fu un’interpellanza di tutta l’opposizione dell’amministrazione. Io mi ricordo che all’evento venne tantissima gente, partecipò anche l’amministrazione stessa; noi avevamo un limite di persone per gli spazi, ma c’era la fila di gente che arrivava sul canale, così entrò qualche persona in più con il beneplacito dell’amministratore dell’epoca. Ci ritrovammo il giorno dopo con [Alessandro] Marconi, del Movimento 5 Stelle, che dichiarava alla stampa: “La musica techno è musica da decerebrati. Me ne assumo la responsabilità”. Uno, non facevamo musica techno; due, il giudizio “musica rave sulla torre michelangiolesca” era fuori strada perché in realtà abbiamo fatto un’esposizione, un concetto magari nuovo per Cervia che comunque era riuscito. I termini per valutare le iniziative ad oggi sono molto simili a quelle che vivevamo allora, cioè l’iniziativa funziona e mediaticamente esce a livello popolare quando arriva tanta gente, cosa giusta o sbagliata che sia. All’epoca venne tanta gente, mediaticamente però l’evento non fu capito e l’opposizione si permise di dar conto all’amministrazione, strumentalizzando moltissimo. Io tra l’altro ero partito per il Marocco e vedevo tutte queste notizie da là, un gran caos. Questa però è una fase importantissima per MAGMA perché una dirigente illuminata dell’epoca, Daniela Poggiali, ci convocò dopo due settimane dicendo: “Ragazzi, avete fatto una roba incredibile, nel bene o nel male ne stanno parlando, noi l’abbiamo vissuta perché ci siamo venuti, bisogna che replichiate quello che è stato fatto per far vedere alla comunità che non fate solo dei rave”. Io non voglio male ai rave, che si facciano pure, ma in quel caso era una categoria mediatica utilizzata per denigrare. 

R: E da qui nasce il primo festival organizzato da voi.

A: Esatto, organizzammo un incontro con l’amministrazione che ci chiese di replicare il format con il Magazzino Darsena e il Woodpecker, due luoghi memorabili, abbandonati da più di 30 anni; il Magazzino Darsena si affaccia dall’altra parte del canale rispetto a dove ci troviamo ora, il Woodpecker è un posto incredibile con uno dei primi murales di Blu. Li attivammo attraverso un bando da parte dell’amministrazione che voleva destinare questi spazi a nuova vita e così riuscimmo a organizzare il nostro primo festival, Modulo Fest. Anche lì tanto entusiasmo e tanta ingenuità, però riuscimmo a coinvolgere dei nomi eccezionali se visti oggi.

R: Sì, ho letto una line-up impressionante nonostante foste attivi da poco: Biosphere, Roly Porter, Aïsha Devi…

A: Da pochissimo! Venne anche Caterina Barbieri, che è l’attuale direttrice della Biennale Musica Venezia. Il tutto tra l’altro con un budget contenuto. Ma la cosa sorprendente è quanto i luoghi e i contesti attivati generassero nuovi flussi, nel senso che l’attenzione dedicata ai luoghi era quasi più importante dell’attenzione che ricevevano i contenuti. E noi ci facevamo forza con questo, perché ci permetteva di slegarci dalle logiche commerciali del dover chiamare il nome di grido perché porta gente, che è una cosa che non abbiamo mai voluto fare. La logica di far riuscire l’evento per MAGMA è sempre stata un match luogo-contenuto: il luogo deve essere coerente con ciò che vi accade, ma deve possedere comunque una caratteristica specifica che lo renda attrattivo di per sé.

R: In effetti gli eventi della vostra rassegna, Elementi, permettono allo stesso tempo di vivere molti luoghi in maniera inedita e di assorbire esperienze musicali in contesti insoliti. Per questo sono curioso di sapere: come avviene la scelta dei luoghi e di artiste e artisti che li sonorizzano? Ci etichette discografiche, circuiti musicali che seguite da vicino? Sul territorio siete in contatto con le amministrazioni locali?

A: Inizialmente l’impulso era il voler coinvolgere un determinato luogo che noi ritenevamo affascinante o coerente per una determinata cosa. Per questo ci etichettarono come quelli che riattivano i luoghi abbandonati, cosa che non era per noi fondamentale, ma ritenevamo interessantissime le peculiarità di posti come le colonie di Cervia, il Woodpecker, l’ex convento di San Francesco a Bagnacavallo. E rispondo anche a ciò che hai chiesto prima: non siamo tanto noi che decidiamo di rimanere in Romagna quanto è la Romagna che decide di farci rimanere, nel senso che ci sono tantissimi luoghi attualmente inesplorati che ci stimolano a creare una progettualità, una programmazione o anche semplicemente il desiderio di volerli riscoprire. Per quello che riguarda la curatela invece siamo tante persone che operano nel settore; ognuno ha la sua esperienza, le sue relazioni e anche il suo percorso artistico. L’associazione, che rientra nel terzo settore dal 2020, si è costituita come APS e all’interno dello statuto ci sono degli artisti anche molto noti, dei curatori, degli storici dell’arte. Questo permette di creare un tavolo del suono e un tavolo delle arti visive dove il confronto è costante. Ciò che alla maggior parte di noi piace e che ci mettiamo come obiettivo è di slegarsi da un concetto di genere, sia a livello sonoro che visivo: al di là del contemporaneo che si lega a un determinato percorso e approccio, questo ci permette di non dover scegliere all’interno di un roster o all’interno di una scena per poter fare le cose in uno specifico luogo, ma ci consente in maniera molto orizzontale di fare sia il concerto neoclassico acustico come il concerto elettronico a volumi magari più alti. 

R: Confermo: all’ex convento di Bagnacavallo mi è capitato di assistere sia a esibizioni orchestrali molto quiete sia a Tom Ankersmitche per un’ora ha fatto urlare un sintetizzatore analogico. Il tipo di musica che fluisce attraverso le diverse incarnazioni di Elementi, anche se come dici tu non è vincolato a uno specifico genere, non mi sembra però casuale: si tratta soprattutto di commistioni tra musica elettronica e approcci sperimentali, con interpretazioni che si muovono su direttrici ambient ed elettroacustiche. Nelle note a Music for Airports, Brian Eno scrive che la musica da sottofondo convenzionale viene realizzata eliminando le sensazioni di dubbio e incertezza, mentre la musica ambient da lui intesa vuole conservare queste qualità. In Elementi c’è in effetti una sorta di dialogo attivo tra le manifestazioni sonore e l’atmosfera dei luoghi, qualcosa che va oltre la semplice contemplazione con accompagnamento sonoro: come cercate di favorire questa dinamica?

A: Certo, la comunicazione col contesto parte prima di tutto, di conseguenza noi vediamo già quello che può essere l’eventuale dialogo di ciò che vogliamo fare accadere all’interno di un luogo. La maggior parte delle volte l’organizzazione di una performance parte proprio dalla scelta del luogo. E direi che attualmente, soprattutto in Elementi, è il cardine fondante, nel senso che agire in un ambito naturale richiede la coerenza in ciò che si fa, l’autenticità e anche il rispetto. Ad esempio, visto che abbiamo citato la musica techno: fare un concerto di musica techno all’interno di un’oasi naturalistica non rispetterebbe un nostro principio, perché non ci prenderemmo cura di quel luogo. Quindi si parte dal luogo e anche dalla possibilità economica, nel senso che il più delle volte ci si relaziona con dei budget che partono dalle amministrazioni o da autoproduzioni. Se c’è già una contestualizzazione a monte, come è stato magari al MAR, si lavora su una specifica tematica; negli altri casi, è più il contesto che ci permette di cercare, pescare e curare, è lì che si detta la direzione attraverso il luogo. 

R: Credo che una componente importante di Elementi, nel suo favorire incontri inattesi con luoghi e musica, sia la gratuità degli eventi. In questo modo si elimina una barriera all’ingresso e si stimola la curiosità a esplorare nuovi mondi anche in chi non li ha mai frequentati prima. Come fate a mantenervi sostenibili pur senza far pagare biglietti?

A: Ah, con tanto cuore sicuramente, perché dipende sempre dalle percentuali che si mettono di fronte alla possibilità. È sostenibile attraverso il pubblico, pochissimo tramite il privato, in più ci aggiungiamo tanto volontariato. Nella maggior parte dei casi, anche nel contesto dove ci troviamo oggi, avremmo potuto mettere 5 euro all’ingresso e guadagnare un margine, ma decidiamo di rendere inclusiva l’azione. È comunque una domanda difficile perché stiamo diventando grandi, di conseguenza ci sono anche grandi discussioni su come far evolvere il progetto: attualmente viene difeso nel suo microformato, però penso che prima o poi dovrà poggiare i piedi in una reale sostenibilità che includa all’interno della squadra anche delle figure che possano sostenere la parte burocratica, che è sempre più dura. Attualmente la autogestiamo e si slega da tutto ciò che ti ho anticipato prima, ovvero il concetto di passione, cioè lì è veramente vomito puro. Se e quando arriveremo a far pagare un biglietto, molto probabilmente sarà perché avremo qualcuno di stipendiato che dovremo sostenere per fare delle cose che non riusciremo più a seguire; per gli adempimenti burocratici, appunto, oppure tecnici del suono.

R: Quindi la prospettiva futura non è tanto quella di allargarsi come estensione territoriale, ma come orizzonte di ciò che si può fare?

A: Secondo me ci muoveremo anche al di fuori, infatti faremo qualcosa a Venezia a settembre, stiamo già facendo cose ad esempio a Milano, a Torino. Però il focus sarà quasi sempre la Romagna, fin quando la logica sarà legata alla sostenibilità autonoma; perché anche gli spostamenti, il doversi prendere delle giornate, includono una dimensione che ad oggi non ci possiamo permettere. Il futuro non so come sarà, sicuramente ci sarà sempre più rispetto verso ciò che facciamo e di conseguenza ci sarà anche sempre più intenzione da parte nostra nel voler fare le cose fatte bene, quindi il “fatto bene” si dovrà includere. Purtroppo in questo ambito si sta irrigidendo tutto, nel senso che i piccoli formati vengono paragonati ai grandi formati e questo molte volte crea una competizione sleale: di fronte a un bando, da una parte c’è chi magari ha già una struttura ed è sovvenzionato dal Ministero con milioni di euro, mentre noi partiamo da una disponibilità di decine di migliaia di euro all’anno, c’è uno squilibrio netto.

R: Senti che ci sono delle difficoltà in più adesso, rispetto a dieci anni fa?

A: Moltissime. Soprattutto da quando il terzo settore ha vissuto la riforma e anche noi ci siamo dovuti adeguare passando da associazione culturale ad APS, che viene gestita con una rigidità molto più stringente. Questo complica le cose, infatti se io mi guardo attorno in Romagna le associazioni attive sono sempre meno; per me non tanto perché non c’è volontà di fare, ma perché non c’è un sistema che crea un ponte reale tra quello che può essere l’interesse, che a uno stadio iniziale può essere magari anche visto come un azzardo, e il fare concreto. Ci vorrebbe una mediazione, cioè gli amministratori dovrebbero agevolare queste iniziative, soprattutto quando si parla di giovani, mettendoci magari dei mediatori nel far capire come si possono fare inizialmente delle cose piccole. Se arriva un giovane o un neofita ad oggi è giusto che si spaventi, perché ti dicono: devi costituire l’associazione, devi fare il lavoro volontario, devi fare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr), devi fare la SIAE… diventa tossica la situazione.

R: Perciò l’asticella per iniziare viene posta molto in alto, giusto? Perché se non hai già risorse, sia umane che materiali, oltre a conoscenze pratiche, burocratiche…

A: Sì, in quel caso è infattibile, del resto anche i bandi sono sempre più impermeabili. Vengono messe delle soglie di accesso di progetto a 25.000 euro per una piccola associazione: sono tanti soldi! Però dal piccolo può nascere il grande, mentre dal grande cosa può accadere in più se già lo si vede come tale? Ci può essere una linea di continuità ma occorre saper tramandare ad altri, invece ad oggi come generazione stiamo vivendo il fatto che chi è grande difende il proprio posto e non lascia spazio a chi potrebbe andare avanti, a livello culturale come in tutti gli altri ambiti. Quindi c’è un grande pregiudizio sul nuovo, c’è un grande pregiudizio sul giovane, che non è giustificato secondo me, è più una forma di difesa. Il giovane è giusto che possa sbagliare e si dovrebbe trovare davanti non una diga, ma degli argini.

R: Questo tuo ragionamento mi ricorda un passaggio dell’intervista a Mai Mai Mai, dove ci raccontava delle difficoltà incontrate negli anni a Roma per via di amministrazioni che sotto la nomea della sicurezza preferivano chiudere le realtà alternative invece che favorirne lo sviluppo, generando il paradosso di una scena artistica abbastanza soffocata pur in una città molto grande. Mi sembra allora fondamentale il fatto che agli inizi di MAGMA voi abbiate potuto interagire conuna dirigente ricettiva, che non ha prestato il fianco alla facile demonizzazione e invece ha detto: “Ok, vi do questa possibilità anche se ancora è un’incognita, vediamo cosa si può fare”. Ci vorrebbe insomma qualcuno che dialoga invece che mettere solamente paletti. Immagino poi che sia anche un vostro obiettivo proprio quello di tramandare, cioè di trovare delle nuove forze che portino avanti i vari progetti.

A: Assolutamente, cerchiamo sempre di pensare più a un concetto di “noi” piuttosto che a un concetto di “io”. MAGMA si sostiene e riesce a fare ciò che fa perché siamo un noi, io stesso da solo non riuscirei a fare nulla. Soprattutto perché altrimenti non ci sarebbero le risorse per poter creare uno stimolo collettivo e non ci sarebbe forse neanche la proprietà intellettuale di poter mettere in piedi, ad esempio, una mostra come quella di oggi. La virtuosità nasce proprio da un concetto di insieme: problemi ce ne sono, però insieme possiamo risolverli.

R: Grazie Alex. Prima di salutarti, ti faccio una domanda ormai tradizionale: ci consigli della musica che hai ascoltato recentemente e che ti ha emozionato? Inoltre, trattandosi di MAGMA, ti chiedo anche di suggerirci un luogo della Romagna da scoprire.

A: Per la musica scelgo Hawaii Bombay cantata da Vica Pacheco, un’artista che è stata coinvolta in Elementi, l’ha cantata a un karaoke a Cervia e mi ha emozionato, mi ha rivelato una canzone che non conoscevo e per me è stata un’interpretazione super esotica, bellissima. Come luogo da scoprire ti direi l’aeroporto Francesco Baracca di Lugo, dove abbiamo già fatto un evento in passato e ne avremo un altro a luglio: posto incredibile.

Elementi è in pieno svolgimento, e anche quest’anno è ricca di proposte che uniscono stimoli musicali e luoghi suggestivi. Trovate il programma completo qui.

[le foto presenti dall’inizio dell’intervista sono di Chiara Pavolucci, concesse da MAGMA]

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto