PERIFERIE #9

Thorjn – Somewhere (n/a)

Ci sono album che ci parlano, anche quando non prestiamo attenzione. Il mio primo ascolto di Somewhere è stato distratto e il disco mi è scivolato addosso, apparentemente senza lasciare tracce; per chi sente più o meno regolarmente grosse quantità di musica nuova diventa normale accettare che con buona parte di questa può non scattare una connessione, e un piccolo lavoro ambient di uno sconosciuto producer inglese aveva le carte in regola per farsi dimenticare senza patemi. Eppure. A differenza di altre volte, ho percepito che mi stavo perdendo qualcosa; che Somewhere meritava un altro ascolto, più profondo. Concesso questo, le sue qualità hanno iniziato a fiorire senza sforzo: un processo che parla di quanto possano essere ingannevoli le prime impressioni, ma anche della natura di un album intimo e intimista, che sembra accartocciato su se stesso e nasconde invece uno scrigno di preziosi. La sostanza dei brani è quasi interamente composta da campionamenti ambientali, oltre alla chitarra e alla voce di Thorjn. La maggior parte dei field recordings si ritrova però pesantemente manipolata attraverso una varietà di filtri (che ad esempio ne abbassano il tono o tagliano determinati range di frequenze) fino a prendere una consistenza aliena, e viene disseminata e stratificata nel flusso audio in moltitudini di suoni a bassa fedeltà che si muovono come sciami frenetici. In questa resa si vede la propensione di Elliott Martin verso il potenziale evocativo del collage, che tuttavia qui viene smussato nei propri meccanismi fratturativi tramite l’utilizzo della chitarra e della voce, modificate anch’esse elettronicamente ma con l’intento di modellarle in forme pastose e calde (tanto che di frequente si confondono con pennellate di sintetizzatore). C’è quindi un nucleo confortevole di note e voci che ci arrivano attutite, lontane, mentre vengono sommerse da apparizioni di suoni trasfigurati in miniature inafferrabili; ne scaturisce un ambiente musicale sempre in bilico tra la meraviglia e lo straniamento, capace allo stesso tempo di confonderci di stimoli e di accoglierci in un guscio confortevole. Forse non vi sorprenderà sapere che il filo conduttore tematico dietro all’album sta nelle confabulazioni della memoria, quando i ricordi si sfrangiano e la mente deve ricorrere alla colla emotiva; lo stesso Martin dichiara: 

I was interested in both the affective qualities of distant memory as well as the interpretation and meaning of memories as they come to resound in the present moment – I’m using low fidelity to communicate this. I’m a huge fan of music that has this fidelity, as it forces the listener to really interpret what these faint auditory outlines are. This was a big point of focus for the record, specifically the tendency to relate these fuzzy interpretations to childhood memory, personal traumas and such.

Somewhere ha una strategia comunicativa semplice e un’aura umile, ma l’attenzione artigianale al dettaglio e l’impatto immaginifico della sua tecnica lo elevano al di sopra di una generica ambient da cameretta. È musica coerente con il proprio messaggio, pregna di una sincerità disarmante. Quando nel luccicare di suoni crepitanti compaiono una chitarra non filtrata o un sussurro a fior di microfono, si ha veramente la sensazione di ritrovare un appiglio dopo un gorgogliare di pensieri senza controllo; di recuperare momenti di sufficiente lucidità, per citare il più grande cantore dei nostri tempi sulle sabbie mobili della memoria. Non è poco.

aus & The Humble Bee – Chalybeate (flau)

Chalybeate nasce tra gli onsen di Ikaho da un lavoro musico-ambientale del producer giapponese aus, che nel 2024 ha registrato e rielaborato i suoni del luogo per poi riprodurli intorno a diverse pozze calde, amplificando così il senso di immersione delle e dei bagnanti nella dimensione sensoriale che lǝ avvolgeva. C’è ormai una certa familiarità tra sound art e geoantropologia, con molteplici tentativi di restituire lo spirito di un territorio – o dei processi che lo attraversano – tramite le sue emanazioni uditive: negli ultimi tempi abbiamo seguito la mappatura delle Fens da parte di Simon Scott e quella del territorio di Alghero da parte dellǝ nostranǝ Les Biologistes Marins. I nastri con le registrazioni di aus, però, hanno ricevuto una seconda vita: sono stati lasciati per un anno esposti all’aria carica di umidità di Ikaho e in seguito inviati con tutte le loro imponderabili consunzioni audio all’inglese Craig Tattersall, attivo principalmente sotto il nome The Humble Bee. Quello che può sembrare un semplice stratagemma per avere un buon retroscena da spendere in un mercato musicale affollato, si rivela invece uno stimolo all’ispirazione. Tattersall infatti è una garanzia quando ci si addentra in produzioni ambient dove la natura di ogni suono vuole essere valorizzata; la sua discografia del resto tiene fede al nome d’arte che si è scelto, essendo composta da un mosaico operoso di album dall’aspetto dimesso ma dalle trame illuminanti. E così il suo tocco si sente estesamente sulla resa finale di Chalybeate, un disco capace di far germogliare piccole meraviglie con naturalezza.

I field recordings degli onsen hanno ovviamente un ruolo centrale e ci restituiscono un’atmosfera placida e densa, con i fruscii e le fluttuazioni dei nastri che conferiscono loro una dimensione onirica. In questa selva la componente musicale viene sviluppata con mano leggera e sapiente, distribuendo pennellate di un’emotività che non si accontenta di fare da sfondo. È evidente in Blushing Copper Light, dove sentiamo mescolarsi i tasti del pianoforte e le corde dello shamisen, a cui si aggiunge gradualmente il supporto di legni a fiato e di piccole comete elettroniche, in una sorta di ensemble cameristico ibrido e diffuso che si mescola alla perfezione con le voci dell’ecosistema acquatico. Altrove basta invece l’utilizzo di pad di sintetizzatori e loop soffusi per generare quadretti vividi, grazie alla capacità di mantenere sempre un dialogo significativo tra le diverse parti in gioco. Su Specular Ochre segnali dai toni alti danno intensità all’incedere del brano senza romperne l’equilibrio, potendo contare su un fitto cuscinetto di bassi circolari, dolci riverberi e gorgoglianti ricami elettronici; le note sostenute di I Follow a Barren Path Across the Old Mountain riescono a coniugare carica melodica e solennità, arricchendo la propria filigrana sonora di nuovi dettagli ad ogni manifestazione. Nella seconda metà l’album si adagia su forme più sparse mantenendo queste coordinate, senza particolari sorprese ma con un minutaggio giusto per non consumare la sensazione di complicità che la musica evoca. In chiusura, peraltro, c’è una combinazione tra campanelle, pianoforte e suoni d’acqua che piacerebbe a Four Tet e che dà la sensazione di un prato fresco a un corpo che vi si stende accaldato. L’invito è a lasciarsi accarezzare.

P.S. – Ringraziamo Elliott Martin aka Thorjn per aver gentilmente condiviso con noi alcuni dettagli tecnici ed emotivi dietro alla creazione di Somewhere, dando nutrimento alla nostra curiosità e alla nostra scrittura.

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto