CONTAINER BRUTTO

HIP HOP SENZA COSCIENZA

J. COLE – THE FALL-OFF

Dreamville

2026

Hip hop

3.5

La nostra redazione scrive di musica da oltre un decennio. Non sempre insieme, a fasi alterne, in luoghi diversi e con toni diversi; eppure, nessuno di noi in tutto questo tempo ha mai recensito un disco di J. Cole. Sono abbastanza sicuro che nessuno di noi abbia mai parlato di J. Cole – abbiamo mai pensato davvero a J. Cole? Analizzato la sua parabola artistica in relazione agli altri rapper di punta del nuovo millennio? Abbiamo in mente come suona un disco di J. Cole, sapremmo citare il titolo di una sua canzone? Credo proprio di no. Mi sembra di aver ascoltato KOD, forse anche 4 Your Eyez Only, ma è rimasto solo il vaghissimo ricordo di un conscious hip hop dal piglio un po’ penoso. Questo cortocircuito strano mi ha dato molto da pensare negli ultimi giorni. Stiamo parlando di un rapper che sta in giro dagli anni Duemila, che ha venduto milioni e milioni di copie, costantemente citato online insieme agli altri grandi nomi del genere, eppure non conosco nessuno che lo ascolta anche solo saltuariamente. L’ultimo disco, The Fall-Off, è il suo settimo ad essere arrivato in vetta alla Billboard 200. Come è possibile che non venga mai tirato in ballo, neanche per parlare di altri?

Non è una questione di qualità. Drake fa schifo a tutti in redazione, ma riveste comunque un peso, fosse anche solo come antagonista di Kendrick Lamar. Abbiamo in mente la roba che fa, quel pop rap melodico melenso che sembra emotivo e sensibile ma tradisce un animo nero. Con questi pensieri in testa, mi sono dunque messo ad ascoltare quello che dovrebbe essere il capitolo conclusivo della carriera di J. Cole. The Fall-Off è un doppio disco verboso, stupido e straordinariamente banale. In un certo senso assolve perfettamente alla sua funzione: pensato come la summa dell’intero percorso artistico e umano del rapper, riesce a contenere al suo interno tutta la pochezza del peggior tipo di conscious rap, quello che predica bene ma razzola malissimo. Nella mia non-recensione di Let God Sort Em Out ho usato quel disco per esprimere il mio sdegno nei confronti dell’ipocrisia del gangsta rap; questo scritto è il suo doveroso companion piece, che mostra come estetiche e approcci apparentemente agli antipodi sguazzino in realtà nella stessa palude putrida.

Musicalmente parlando, siamo alle prese col pressappochismo boom bap per eccellenza. I suoni sono tutti ultra definiti e croccanti, ma così poco ispirati timbricamente da sembrare generati con l’intelligenza artificiale; ogni traccia ha lo straordinario potere di risultare totalmente falsa, qualsiasi sia il sottogenere a cui si appoggia. L’aggressività hardcore di Two Six, il soul pseudo lo-fi di Bunce Road Blues e The Fall-Off Is Inevitable, le disgustose chitarre acustiche di Legacy e 39 Intro – tutto totalmente mediocre, indistinguibile da migliaia di altri beat. The Let Down in particolare incorpora elementi rock con una piattezza e un cattivo gusto che non pensavo fossero possibili tra chi ha i soldi per pagare uno stuolo di producer e collaboratori. The Fall-Off è molto trasparente nella volontà di ripercorrere la carriera di J. Cole, nel racchiudere un po’ tutte le lezioni che il rapper ha imparato lungo una carriera molto fortunata. Evidentemente, a livello musicale non ha imparato niente. Suoni a parte, infatti, anche la struttura dei pezzi sembra sempre uscita da una specie di bignami del rap alternativo: questo pezzo è malinconico quindi si apre con l’arpeggino di chitarra, qua devo fare il contrasto tra la vita nel ghetto e la fama quindi ci metto dei suoni grimy che poi diventano sintetizzatori scintillanti, eccetera eccetera. Questo modo di delineare un brano può pure essere un buon punto di partenza, una bozza semplice su cui  però andrebbe costruito poi qualcosa di particolare e tridimensionale, che possa sorprendere l’ascoltatore e tenerlo interessato. The Fall-Off non lo fa mai.

Naturalmente, storie di gloriosa ascesa dal ghetto sono le preferite di tutte queste megastar – quale miglior occasione di un sipario che si chiude? J. Cole usa decine di tracce per sguazzare in una saggezza da due soldi. La prima metà del disco ha come fil rouge lui che torna al suo quartiere all’età di ventinove anni (oltre un decennio fa) e vede tutti i cambiamenti, i morti, le solite cose trite e ritrite; la seconda tratta di argomenti simili ma si concentra sulla mentalità sviluppata nei dieci anni successivi. Questi escamotage sono vuoto siderale, pregni della banalità che soltanto la malizia può concepire. J. Cole vuole andare sul sicuro, parlare di tematiche che conosce benissimo perché le ha già ripetute decine di volte, dicendo cose che rientrano a puntino in ciò che il grande pubblico si aspetta da uno nella sua posizione. Esattamente come Let God Sort Em Out, questo disco è la perfetta rappresentazione dell’ipocrisia nel rap mainstream contemporaneo. 

Due momenti in particolare mi hanno fatto sobbalzare. Safety è un pezzo strutturato come unione di vari messaggi che vecchi amici hanno lasciato alla segreteria telefonica di J. Cole, aggiornandolo sugli accadimenti del quartiere ora che lui ha raggiunto la fama e vive lontano. Uno di questi racconta di un suo conoscente, che gli dicono essere morto di AIDS; si parla del rimorso di averlo ostracizzato per la sua inclinazione sessuale, e c’è questa barra patetica dove la persona che lascia il messaggio sta per usare la f-word ma poi si ferma, dicendo che ora ha capito che usare tale linguaggio è sbagliato. Nello stesso messaggio, però, apostrofa l’omosessualità utilizzando termini che lasciano comunque trasparire un velo di derisione:

But that changed soon as he went to college
Up there wildin’ at A&T, 
Runnin’ with fruity types
Dick in the booty types
Tight pants, switchin’ their hips, paintin’ their nails
So niggas from the Ville had to distance ourselves

Questa scelta non è fatta apposta, non siamo di fronte a un’intelligente riflessione di come certi bias restino internalizzati: semplicemente J. Cole pensa che non dire veri e propri slur basti a qualificarsi come non omofobo, a sentirsi cresciuto, e non si accorge che i suoi giudizi sulle preferenze sessuali altrui sono ancora vivi e vegeti. È la stessa confusione che si ritrova in Auntie Diaries di Kendrick Lamar, brano che dovrebbe essere sull’accettazione delle scelte altrui al raggiungimento della maturità, ma scade in un delirio di pronomi sbagliati e discutibili parallelismi con l’uso della n-word da parte dei bianchi; tale goffaggine è figlia dell’ignoranza, della ferrea convinzione di avere lezioni importanti da condividere anche se non ci si è fermati neanche un momento ad approfondire questioni molto delicate. Abbiamo poi The Fall-Off Is Inevitable, che al suo interno ha una sezione dove il rapper ripercorre letteralmente la sua vita a ritroso, dipingendo una serie di scene che procedono al contrario. Il pezzo è scritto e rappato molto bene, a livello tecnico funziona tutto – il mestiere c’è. Anche qua, però, stesso problema: tutto il disco a chiamare le donne hoes, a parlare solo attraverso stereotipi, a glorificare implicitamente stili di vita tossici in gioventù come se fossero passaggi obbligati per raggiungere la maturità di pensiero. Poi, ai suoi occhi, la barra “we live for the search of new hoes/ lusty, quick to fuck me, unaware of their worth” dovrebbe giustificare tutto, comunicare il rispetto che ha per le donne – ma solo quelle che vivono esattamente come vuole lui, secondo la sua concezione maschilista di “valore”, si intende. 

Il disco è pieno di questi scivoloni, ed è importante dire che fa schifo. Questo come migliaia di altri dischi hip hop mainstream che escono ogni giorno. Il genere è nato e cresciuto così tanto che sta diventando vecchio. Si percepisce un che di stantio in tanti, troppi dischi rap, e non soltanto a livello musicale: tradiscono mentalità limitata, mancanza di introspezione, pigrizia tematica, tutte cose che ammazzano sul nascere il valore dell’opera, che ancorano la musica a un passato sbagliato. Se cose di questo tipo si possono trovare anche in altri generi, quello che davvero mi uccide del rap è il quantitativo mostruoso di ipocrisia dimostrata da tutte le sue figure di punta, Kendrick Lamar compreso. C’è uno strano fondo di vanità in come raccontano gli sbagli di gioventù. Li chiamano esplicitamente sbagli, ma nel parlare di essi non descrivono mai circostanze o azioni che potrebbero sminuire il proprio status di maschio alfa. Sono sempre loro a sparare o picchiare le altre persone, a essere corteggiati da donne che poi definiscono facili o approfittatrici o mille altri insulti. Non ti sei mai pisciato addosso dalla paura? Non sei mai stato rapinato? Non ti sei mai sentito davvero nudo, vulnerabile, stupido di una stupidità che non si esaurisce nel cameratismo tra teppisti? Cosa è questa incapacità di mostrare questo lato di sé al mondo, se non fragilità e infantilismo? Questo è vero patriarcato. E vederlo cristallizzato così nitidamente e inconsciamente in un disco il cui genere si chiama letteralmente conscious hip hop è l’apice dell’ironia. 

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David Cappuccini
David Cappuccini