CONTAINER BELLO

IL DESTABILIZZANTE SUONO DELL’ETERNITÀ

RADWAN GHAZI MOUMNEH & FRÉDÉRIC D. OBERLAND – ETERNAL LIFE NO END ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها

Constellation

2026

Avant-folk, Elettronica

8

Concedetemi per una volta di dedicare una buona parte di una recensione a qualche passaggio biografico. Il periodo della vita che mi sto trovando ad affrontare è tremendamente malinconico: gli anni si accumulano, devo cambiare di nuovo città, in futuro so già che dovrò cambiare di nuovo città e che i prossimi anni saranno l’ennesima parentesi. È la vita che ho scelto, ma è inevitabile sentire di star camminando sopra al vuoto, con poche cose tangibili nel presente, un futuro sempre più incerto e un passato sempre più radioso – nel senso che tutto quanto si ammorbidisce e assume quella tinta magica che rimane l’unico brandello veramente vibrante della nostra quotidianità disincantata. 

Nello specifico, stavo camminando sotto i portici di Bologna nel momento in cui ho fatto partire Eternal Life No End ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها, il primo long play in collaborazione di Radwan Ghazi Moumneh, musicista avant-folk libanese conosciuto soprattutto per il progetto Jerusalem in My Heart, e Frédéric D. Oberland, producer francese di elettronica sperimentale già in attività con gli Oiseaux-Tempête. In soggettiva, stavo vivendo un momento veramente triste e opprimente: camminavo per una città che tendo a chiamare casa, dentro cui ho speso dieci anni di vita, ma che comincia a mutare forma in maniera così vivida da far sentire me e quelli che se ne sono allontanati orfani in pochi anni. Le facce cambiano, la città universitaria si svuota e si riempie per fare spazio a nuove generazioni, gli amici scompaiono nella nebbia dell’estero come me, oppure rimangono, si siedono, e ti accolgono in una vita in cui però sarai sempre un estraneo, di passaggio. 

Così, le mura che fino a pochi mesi fa ho sentito coccolarmi, oggi sono diventate una pasta strana di ricordi disinnescati e vite vissute al di fuori del mio orizzonte. È in una condizione del genere che il pavimento dei porticati manca sotto i piedi, polverizzato da uno schiacciante senso di alienazione che sovrasta il tutto. Questo è il vuoto emotivo in cui ho fatto partire il disco, che mi ha accolto con le percussioni gommose e fredde di Squeal of Swine, seguite da vicino dai tremolo pesantemente effettati del buzuk e del rebab elettrico. 

I primi pezzi di Eternal Life No End sono scritti in modo da lasciare affogare le modalità colorate e ispirate della musica sufista in un oceano di distorsione che strappa le pulsioni avant-folk della coppia e le trasforma in un post-rock strepitante e psichedelico, in chiaro debito con l’esperienza che il producer libanese ha avuto con i pezzi grossi del genere durante la frequentazione di Hotel2Tango nei suoi anni d’oro. La lunga e rumorosa camminata di Dagger Eyes è esemplificativa: sotto, un insistente e lento battito di bonghi; sopra, una pioggerella leggera di synth modulare ad arpeggiare con dolcezza; al centro, il carnoso boato elettronico del Buchla stratificato addosso al buzuk, ai fiati e all’occasionale, affannoso predicare della voce di Moumneh.

Per fortuna il lavoro rallenta nel capitolo centrale, lasciando tanti spazi vuoti e il tempo necessario a metabolizzare i suoi suoni. È questa la fase del disco di cui ho subito il fascino più profondo, che ha fatto da eco alla mia tristezza e che è riuscita a trasformare la mia camminata malinconica in un momento di netto coinvolgimento estetico, lasciandomi vagare in questa assenza che non era più angosciante ma più dalle parti dell’inebriante. A Silence with No Ceiling, A Shadow with No Silhouette e più avanti Walked and Walked sono una radura di non detto e di non suonato confinata tra i pigri pizzicati del rebab e gli avvolgenti soffiati del sassofono di Oberland, con l’occasionale impalcatura sintetica di droni aridi e metalli formicolanti, capaci di dare forma al pezzo senza effettivamente riempirne il panorama sonoro. Sappiamo da una bella intervista per A Closer Listen come il processo di scrittura di questi pezzi sia stato incentrato sull’intuizione e sulla jam di coppia più che sulla scrittura a quattro mani, e se ci vuole poco a ritrovare in cuffia tutte le incertezze e le esitazioni nel disegno del brano, i battiti finali atterrano sempre morbidi, raccontando quanto i due musicisti siano a proprio agio nella costruzione di questo semi-silenzio ispirato e incantante. 

Anche se l’album si prende qualche spazio per singoloni più clubby e adatti alla diffusione come The Serpent – un’invocazione in crescendo di battiti sintetici post-industrial – reputo che la parte più affascinante di questa musica sia proprio quella che si appiccica alle riflessioni su solitudine, tristezza, e quel tessuto di alienazione che si percepisce quando ci si trova a galleggiare al di sopra del tempo. Dopo aver passato il primo ascolto di Eternal Life No End ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها  e dopo essermi dunque appropriato della poetica del disco per descrivere le mie sensazioni, ho avuto modo di andarmi a guardare la motivazione che sta dietro alla sua uscita. Il press-kit di Bandcamp e l’intervista su A Closer Listen lo dicono meglio, ma, sostanzialmente, l’album vuole riferirsi alla pioggia di ingiustizie e violenza che negli ultimi anni ha rinfocolato l’Asia sud-occidentale e a cui tutti noi siamo esposti nella nostra infosfera quotidiana. Il primo impulso che ho avuto, dopo aver ragionato sul tipo di male che viene subito dalle persone che abitano quella regione, è quello di sentirmi uno stronzo per aver pensato ai miei problemi più mondani e al mio pesante ma comunque sofisticato senso di solitudine, e di mancanza di un posto da chiamare casa. Però è inevitabile guardare la vita attraverso le proprie lenti, e la cosa che mi ha affascinato tanto del lavoro di Moumneh e Oberland è che l’intenzione alla base è comunque quella di parlare dell’esperienza umana e tragica del displacement, dell’impossibilità a vivere nella propria casa in piena sicurezza, anche proprio della difficoltà di avere un posto per sé sul pianeta – a questo punto. 

Il fatto che i fiati, le distorsioni e i buchi sonori di Eternal Life No End ليلة ظلماء ملعونة، كحياة طالبيها mi abbiano mosso verso queste tematiche è a mio avviso testimonianza dell’efficacia espressiva della coppia, e il fatto che i due siano stati capaci di trovare un terreno comune a distanze così larghe al di là del tempo specifico della vita che viviamo, mi ha lasciato tanto da ragionare e mi ha portato e riportato ad ascoltare i loro brani e a riflettere, guardarmi in giro, e sentirmi ancora più destabilizzato dalle assenze che questa musica si è imposta di descrivere. Non sempre mi capitano queste cose nei miei ascolti, e non è nemmeno sempre questo ciò che io cerco nella musica. Ma è decisamente notevole, stimolante, magnetico, bello – ed è per questo che consiglio a tutti e a tutte di ascoltare quest’uscita con le giuste orecchie e lasciare che vi porti a una deriva di pensieri che possa sbilanciarvi abbastanza da farvi raggiungere conclusioni simili alle mie.

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Alessandro Corona Mendozza
Alessandro Corona Mendozza