CLIPSE – LET GOD SORT EM OUT
Let God Sort ‘Em Out è quello che è: buon rapping, belle basi. Poi il solito cattivo gusto. La produzione è troppo pulita, manca un vero concetto alla base del disco, che rimane a metà strada tra vari approcci al genere e finisce così per suonare sciacquato e poco interessante. Per quanto riguarda il lato musicale, questa è la fine della recensione. Voglio però spendere il resto di queste righe per parlare di ciò che circonda il disco, del perché copriamo sempre meno lavori hip hop e della radice di una mia crescente insoddisfazione che ritengo sia importante condividere con voi.
I Clipse sono un duo di fratelli, Malice e Pusha T, formato alla fine degli anni ‘90 e diventato molto popolare nei noughties per un gangsta rap tecnicamente decente e delle produzioni che si collocano nel girone infernale di cui Pharrell è arcidiavolo: quelle vibes un po’ lascive tra hip hop, pop e R&B, quei suoni lucidi e precisissimi sono stati tutti mescolati nel suo calderone. Oggettivamente uno dei producer più influenti del nuovo millennio, ma spesso artefice di roba che fa venire il voltastomaco ad ascoltarla. Gli argomenti trattati dai Clipse sono i soliti, i soldi, le puttane, la corona dell’hip hop e la droga, con particolare predilezione per la cocaina – tanto che i loro dischi sono finiti per essere conosciuti come coke rap. Dopo una quindicina di anni sulle scene, tante collaborazioni con artisti mainstream e tre LP, Malice diventa cristiano, si rompe le palle e lascia il gruppo, per poi cambiare nome in No Malice e iniziare a fare hip hop religioso; Pusha T continua la sua carriera restando più o meno sempre sulla direzione dei Clipse. A cavallo delle scemenze cristiane di Kanye West, Malice apre al ritorno col fratello, il duo si riunisce e inizia a comporre il disco di cui dovrebbe parlare questa recensione, che sarebbe dovuto uscire l’anno scorso ma è alla fine scalato di vari mesi per problemi con la Universal.
Questo 13 settembre c’è stato un concerto gratuito in Vaticano, a San Pietro, chiamato Grace for the World e supervisionato da Andrea Bocelli e Pharrell Williams – tenete a mente che nelle ultime righe mi sono sforzato a mantenere un tono relativamente neutrale, ma sono ben conscio di quanto sia patetica tutta questa roba. Ad ogni modo, Pharrell chiama i Clipse a fare un brano dal nuovo disco, c’è pure John Legend come featuring che canta con la sua vocina pulita il ritornello (the birds don’t sing/ they screech in pain). Una bella frase, che dicono si sia inventato Malice ispirato da una lettura di Maya Angelou; è una bugia, non è così, è presa pari pari da una vecchia intervista di Herzog, lo so perché l’hanno campionata anche i cLOUDDEAD e io so tutto dei cLOUDDEAD. In ogni caso, i due fratelli stavano là dal papa a rappare l’unica canzone del disco rappabile in quel contesto. I loro temi infatti non sono cambiati, sempre di soldi, puttane e soprattutto di droga si parla. In The Birds Don’t Sing invece si parla di famiglia, ma non manca uno shoutout a Kanye, il tizio che da due anni inneggia a Hitler e va a spasso coi neonazisti, e che nel brano sta a casa di Elon Musk, altro contendente per il titolo di persona peggiore sulla faccia della terra. Fine del background.
Dove voglio arrivare? Ovviamente del fatto che siano in Vaticano a fare roba per la chiesa in sé non me ne frega niente. Quello che importa è solo la componente ipocrita. Riguardo gli argomenti di cui trattano, classici del gangsta rap, la discussione è assai complicata. Non ho la pretesa di fornire risposte in questo scritto, voglio solo parlare dello spirito alla base di tale musica, un piccolo sfogo su uno dei generi che più amo e del quale non ho più il lusso di parlare granché, per il semplice fatto che non ci sono più dischi hip hop belli. Per dare un contesto base senza dilungarci troppo, possiamo dire che l’hip hop è nato in un periodo di grande fermento artistico per la comunità afroamericana, che non contenta di aver rivoluzionato più volte la musica occidentale decide di cambiare nuovamente le regole del gioco inventando un nuovo irresistibile strumento di espressione artistica. C’erano le battaglie tra MC a colpi di rime simpatiche e un po’ corny, il turntablism, il breakdancing, i graffiti. Verso la fine degli anni ‘80 arriva il gangsta rap e i testi si fanno più arrabbiati, problematici, anche violenti. L’opinione pubblica insorge, ma l’arte deve essere pericolosa, deve essere anche ingiusta, altrimenti sai che palle vivere. Ci sono i libri violenti, i film violenti, i giochi violenti, e il gangsta rap è musica violenta, come lo può essere il metal. Certe importanti differenze le esploriamo dopo, siamo al gangsta rap: il gangsta rap fa il botto. Entrano tantissime parti dalle intenzioni decisamente non cristalline, entra il business di mezzo, e coi decenni la scena si separa in tantissimi sottogeneri che intensificano ciascuno delle componenti diverse di questo brodo musicale primigenio. Per ragioni che ho approfondito bene in passato, quello che ci interessa è Dr. Dre e il suo gangsta rap fasullo, la musica di un uomo che le strade ormai non le vedeva neanche col cannocchiale ma che fingeva di essere rimasto quello di sempre. In netta opposizione, i veri gangsta rapper, quelli che finivano in prigione, che stavano nelle gang, che sparavano alla gente e poi ci scrivevano i pezzi su. Queste attitudini opposte, e la miriade di sfumature che ci stanno in mezzo, hanno negli anni costruito la mitologia impareggiabile dell’universo hip hop, una battaglia eterna capace di partorire reazioni e controreazioni a determinati stilemi espressivi, tenendo la scena fertile per un lungo periodo.
Alcune caratteristiche, tuttavia, sono sempre state onnipresenti, e più di quarant’anni dopo non sono ancora cambiate. Il bragging si trova tanto nei primi brani hip hop mai registrati quanto in Let God Sort ‘Em Out, si trova nel gangsta rap e nell’hip hop conscious, e sinceramente dovrebbe aver stancato tutti. Ritengo assurdo che non si riesca a ideare un nuovo modo di veicolare informazioni, una nuova lente attraverso la quale interpretare la contemporaneità, qualcosa che non sia inventare motivi per cui tu sei meglio degli altri. Un altro grosso problema deriva dal fatto che l’hip hop è un genere per sua natura molto formulaico. Tanti, tantissimi dischi suonano noiosi perché partono da premesse noiose: troviamo un bel beat, poi un bel sample, poi delle barre argute da recitarci sopra, fine. Pezzo dopo, stessa cosa. Disco dopo, stessa cosa. Non c’è nessuna riflessione alla base che dia un senso profondo all’opera, e nessun desiderio di reale innovazione formale o tematica: sotto questo aspetto, ormai perfino il pop è più interessante. Infine, collegandoci al discorso pseudo moralista fatto in precedenza, anche dal punto di vista etico stiamo esagerando. Film e videogiochi operano in un universo di chiara finzione, mentre una nutrita schiera di musicisti hip hop mainstream, siano essi trapper o gangsta rapper più vecchia scuola, esibisce o finge di esibire i comportamenti di cui parla su disco. Se gli inconfutabili danni dei lati più oscuri della cultura di massa sono un accettabile prezzo da pagare per rendere la nostra contemporaneità più stimolante, almeno non si dia così tanto spazio a persone realmente disagiate, realmente violente, realmente disgustose. L’unico genere ad avere questo problema su così larga scala è l’hip hop, ad oggi la musica più popolare del pianeta.
E i Clipse? I Clipse sono il pretesto perfetto per scatenare questo rant: contengono ciascuno degli elementi di cui mi sono lamentato. Formulaici, falsi, vuoti, opportunisti e noiosi, tutto ciò che un artista non dovrebbe essere. Non sono altro che l’ennesimo rigurgito dei lati peggiori della società americana, che sputa sulla collettività e poi si nasconde dietro Dio, che sputa sulle donne e poi si nasconde dietro la mamma, che sputa sulla tolleranza e poi si nasconde dietro al dolore per gli amichetti morti. Non sputa mai sul consumismo sfrenato. E dentro Let God Sort ‘Em Out ci sono tutti: c’è Kendrick Lamar, c’è Tyler the Creator, c’è Nas, c’è Pharrell. Tutti a vorticare in questo maelstrom di contraddizioni, ad annegare nella più densa ipocrisia, a dire bene di un nazista un giorno e a rappare in Vaticano il giorno dopo. Tragico, ma l’aspetto più tragico è che queste follie giornaliere non creano neanche buona musica. Artisticamente parlando, l’hip hop è un genere in totale stagnazione, e le vere innovazioni sono praticamente sempre totalmente aliene o per ragioni geografiche (i Crizin da Z.O., i Dos Monos) o per estrazione (i Sélébéyone); paghiamo con la nostra moralità, con i nostri soldi, con la nostra attenzione, e tutto quello che riceviamo in cambio sono le solite quattro stronzate. Gli uccelli non cantano, stanno nei club a pippare cocaina dal culo di una influencer conosciuta su Instagram.


