MARMELLATA DI FRAGOLE

Introduzione

Strawberry Jam è un disco che ho ascoltato per intero solo da grande, ma che ha la facoltà di far risalire delle memorie della mia adolescenza che solitamente rimangono sopite nelle mie felici faccende quotidiane. Ho deciso di scriverne per salutarci prima delle vacanze, sperando anche di farvi riconnettere nel corso dell’estate con quel ragazzino interiore di cui è troppo facile vergognarsi in una contemporaneità così cretina e post-ironica. L’articolo si compone di nove paragrafi la cui scrittura ho associato ai nove brani del disco degli Animal Collective, passando dalle loro sonorità e dai loro testi, che, infatti, aprono i singoli pezzi. Al termine di ognuno di questi paragrafi dispongo un disco la cui presenza è dovuta alle riflessioni critiche che sono scaturite dalle mie memorie involontarie. È lungo: potete leggerlo come più vi pare. Potete anche non leggerlo, in effetti. Ma nel pezzo mi pongo tante domande nel campo della critica e dell’estetica, magari potete aiutarmi a risolvere alcuni dei dilemmi che mi sono imposto riguardandomi alle spalle. Buona lettura!

Peacebone

And an obsession with the past is like a dead fly
Only a few things are related to the “old times”
Then we did believe in magic and we did die
It’s not my words that you should follow, it’s your insides
You’re just an inside
Adjust your insides
You’re just an inside

Prima che tutto quanto venisse inglobato e sommerso in una gigantesca melassa di ironia e di saper vivere, i rapporti tra me e gli altri potevano essere di due tipi: ci conosciamo, abbiamo le nostre abitudini e sappiamo quello che sta succedendo oppure non ci conosciamo e non sappiamo che cosa sta succedendo. Questa è una cosa che da adulti non funziona più: andando verso i trent’anni i nostri modi di fare, le nostre convinzioni, sono tutti solidificati e rappresi sulla persona in cui incastriamo la nostra individualità. A quindici anni ogni nuovo incontro è un fuso di personaggi che stanno sperimentando insieme un mondo di impressioni e idee di cui non si conosce la direzione. In quel contesto colorato e androgino ho conosciuto tante persone che ai tempi mi sembravano sulla via verso la maggiore età, ma che in realtà avevano solo sedici anni invece di quindici, e mi ci sono gettato (loro non se lo ricordano). Mi ricordo particolarmente alcune cose: un compleanno al parco V., una serata a piazza M., intervalli di scuola, a guardare gli altri fumare sulla scala antincendio. A rivendere merendine. Una memoria densissima, un concentrato di vergogna vicaria, è quella del mio migliore amico dalla faccia da quokka L. che va da M., una fan dei CCCP più grande di entrambi, con il dito indice a mescolare l’aria e a preparare una sorta di inquisizione cool per una ragazza affezionata a Valium Tavor Serenase. La domanda di lui: “questa che stai fumando è una canna?”. La risposta di lei: “No, è un drummino”, ridendo di lui e non con lui. Ogni volta che devo confrontarmi con il mulinello di imbarazzo di questa scena cerco di deflettere il colpo e correlarla su di un’altra giornata d’estate. Basso, chitarra e batteria illuminati da una luce pallida e gommosa che smuove le tende: rispettivamente io e i due fidanzati V. (14 anni) e G. (17 anni) a suonare Ultranoia dei Verdena, canzone venerata in questo modo da G.: “anche se è facile da suonare va fatta attenzione, e comunque è una qualità troppo più alta di quello che suoni di solito, non capiresti”. Le tinte bluastre della voce di Ferrari si stringono e fluttuano nel ricordo di V. e G. che amoreggiano mentre provo il pezzo, e ancora una volta defletto con imbarazzo passando alla lettura di quello che doveva essere il documento più prezioso del mondo: un racconto di J., che non scrive più da anni (ma si occupa di bellissimi collage) e che lascia un monito al lettore: “On Animal Collective – We Tigers“. Per comprendere bene lo spirito di questo pezzo di prosa bisogna accendere eMule e scaricare il brano. J. secondo me è un po’ un genio e in realtà tutte queste persone di cui scrivo ai tempi sembravano dei geni (anche F. e B.), ma la cosa più assurda di tutta questa faccenda è che il racconto che mi era stato passato l’avevo abbastanza capito, mentre We Tigers no. Il racconto, però, non me lo ricordo; We Tigers sì.

Una cosa che posso capire adesso, con una buona distanza e un disincanto fin troppo spiccato verso i temi che mi annichilivano da più piccolo, è che c’è un rapporto biunivoco ma sghembo tra i miei punti di riferimento. Sono Valium Tavor Serenase, Ultranoia e We Tigers a farmi ricordare questi aneddoti, o ci sono motivazioni inconsce per cui questi percorsi mi lasciano a confrontarmi con delle canzoni che sono state totalmente estrapolate dal loro contesto e hanno assunto nelle mie memorie involontarie un’autorità e una potenza che definire “auratica” è un eufemismo? Del resto ricordo abbastanza bene alcune dinamiche che mi sono passate tra le mani: la prima volta che ho ascoltato Fisherman’s Blues avevo quell’età lì e le carte da gioco erano simili; anche la prima volta che mi sono confrontato con gli MC5 o con i Buckley. È chiaro che il passaggio all’età adulta attutisce e ovatta le associazioni tra quello che Berleant chiama “campo estetico” e i fatti della vita di un individuo: concentrarci sulle libere associazioni sarebbe un caos con tutte le informazioni e le esperienze che vengono processate negli anni. D’altro canto è ancora possibile fissare una memoria più solida grazie all’aiuto di un referente esterno: per esempio noi scrittori di musica siamo molto più competenti su ciò di cui scriviamo attivamente che su ciò che ascoltiamo e basta. Ma è una cosa che capita anche suonando dei brani, studiandone i testi, leggendone la storia e ricercandola personalmente. Ma il nostro corpo è davvero così hardwired da impedirci di scatenare lo stesso effetto anche senza concentrarci sul proposizionale, sullo studio e sulla contemplazione? Ci deve essere un modo per tornare a forzare memorie e impressioni estetiche in un’esperienza di vita che per la degradazione costante della memoria autobiografica risulta sempre più scarsa, più vicina alla morte. Sono convinto che non sia un semplice discorso di età, ma che c’entri con il passaggio da una vita fatta di scoperta (in toto, sia a livello di arti che a livello di esperienze personali) a una vita fatta di metodo, di vizio o, peggio ancora, di ricordi. Del resto Valium Tavor Serenase è stato uno dei primi brani che si possano definire “estremi” che io abbia mai ascoltato, V. e G. mi hanno portato ad un confronto diretto con il tema delle relazioni, forse per la prima volta così nettamente. E per quanto riguarda il racconto di J. e We Tigers: non avevo mai pensato a costruire uno scritto con una colonna sonora – soprattutto, non avevo capito cos’era We Tigers, ero rimasto troppo disorientato. E nonostante oggi io abbia le risorse per conoscere i dettagli del brano, la sua storia e la storia di quel genere di musica, anche le ricerche più attente abbassano la testa davanti a quel monolite di incomprensione che fu l’ascolto ispirato da J. 

La cosa più preziosa che una relazione così forte e indelebile mi ha lasciato è la possibilità aperta di un dialogo interiore, intraducibile, che si scatena tra me e We Tigers: quanto sarebbero ampie le prospettive se in epoca adulta si riuscisse nuovamente a confrontarsi con questi mostri allo stesso modo – e come ci si può tornare, alla fine del processo di disincanto?


Unsolved Mysteries

And all wasy greying
And all was aging anyway
Start growing in the wild

La città di N. è un dedalo canceroso di vie e piazzole che rotolano l’una sull’altra senza alcun tipo di strutturazione, la superficie di un geoide tempestato di bitorzoli – per non parlare del fatto che dove c’è asfalto ci sono piccoli rifiuti, pezzi di cibo, vispi gatti randagi esemplari per l’antica regola del bidone, che recita: “Se c’è un gatto allora aspettati che nelle vicinanze ci sia anche un topo”. Quindi, se “a B. non si perde neanche un bambino”, possiamo dire che a N. si perdono anche i tassisti. La città ha alcune linee di metropolitana. Essendo nato vicino a una fermata della metro ho passato la mia infanzia nella convinzione di essere su un’isola, di potermi muovere tra quartiere e quartiere solo con il motoscafo della metropolitana, il turbotreno tappato di gente, perennemente in ritardo. C’era anche una mistica della metropolitana: se tu eri un tipo della fermata X allora sapevi che per tornare dal sottosuolo dovevi prendere le scale a sinistra (sei uno dei nostri) e non quelle a destra (sei un turista). Cambiai completamente la prospettiva il giorno in cui fuggii di casa per depressurizzare un litigio di merda con la mia famiglia. Quella sera proseguii senza sosta in direzioni che non avevo mai esplorato fino in fondo e mi resi conto che – rivoluzione copernicana – potevo arrivare alla fermata Y della metro partendo dalla fermata X, ma a piedi. Questa rivelazione ha prima fratturato, poi polverizzato il mio sistema di credenze su come fosse posizionato il mondo, e quella fuga di casa era diventata il mio rito di passaggio verso quella che reputavo essere l’età adulta: un uomo che adesso sa navigare lo spazio, qualcuno che non dipende più da orari e da tabelle stampate sul muro a caratteri cubitali. Complice la lettura del situazionismo che si trovava nei libri di Luther Blissett, presi a dedicarmi alla psicogeografia, un metodo di indagine che attuo tuttora. Memorie che non mi va di approfondire mi spiegano che costruire un controllo sul mio corpo e sul modo in cui situo il mio corpo nel suo contesto è il primo metodo che ho mai adoperato per aggrapparmi alla mia identità, allora appena nata, e invecchiarci sopra. La città di N. era passata da un’aberrazione di urbanistica ad un corpo ignoto, brulicante, in cui dedicarmi all’esplorazione del mio spazio vitale.

Esiste un genere di musica adatto ad accompagnare delle camminate e delle operazioni di psicogeografia, ma si riduce spesso a lunghe colonne sonore di avventure molto più somatiche, con la priorità assoluta nelle memorie e nelle libere associazioni sul campo estetico. Non tratterò quindi della mia storia con Baptism of Solitude, oppure del molle quadro distopico che è facile si dipani ad un ascolto sognante di un disco di Burial. Esistono però delle musiche che hanno l’ambizione di strapparsi al reame del tempo e della successione sonora e di risorgere in progetti più architettonici, dedicati allo studio di uno spazio sonoro, che sulla carta è possibile solamente con degli impianti surround, con degli esperimenti acusmatici o, se siete sfortunati, con Zaireeka dei Flaming Lips. Ma se, de facto, la provenienza del suono è l’unico elemento concretamente spaziale di una composizione musicale, com’è possibile che io riesca a improvvisare delle sedute di psicogeografia all’ascolto di alcuni dischi? Non si tratta nemmeno della successione temporale di figure spaziali (come poteva essere la “casa delle bambole” dell’ultimo Perfume Genius), ma proprio di dischi che, non dedicandosi alla successione in sé e al dinamismo creativo, sottraggono la quarta dimensione alla musica che propongono e si cristallizzano in un cosmo 3d che non va ascoltato e apprezzato passivamente, ma esplorato con il lumicino, come la piazza desolata di una città. Un esempio perfetto da ricordare per questa tendenza è la musica del Dream Syndicate, nello specifico l’elefantiaca mole di tridimensionalità del Well-Tuned Piano di La Monte Young, che si impone in tutto il campo visivo e uditivo di chi lo approccia con la stessa leggera gravità del vuoto siderale. Ma per tornare ad esempi più recenti c’è la straordinaria raccolta di Everywhere at the End of Time, anch’essa fuori dal tempo – e qui Leyland Kirby lo premette anche nel titolo. C’è una differenza atavica, impossibile da penetrare, tra i due diversi approcci al minimalismo: da un lato ci possiamo mettere Steve Reich, Terry Riley, Julius Eastman, dediti al tempo, dall’altra possiamo metterci La Monte Young, Henry Flynt, Pauline Oliveros, dediti allo spazio. Stessa cosa con l’ambient: da un lato William Basinski e Harold Budd, dall’altro The Caretaker e i Tangerine Dream. E non c’è la stessa rottura dimensionale tra una cerimonia accompagnata da un Maalem Gnawa e un’altra da un ensemble Gamelan? È possibile ritrovarsi in un’indagine psicogeografica in altri luoghi della musica? È utile cercarli? È un modo di scoprire nuovi dettagli o è solo l’ennesima fuga da casa? 


Chores

At the end of the day
When there’s no one watching
When there’s no one watching
When there’s no one watching
When there’s no one watching

Dal racconto delle passeggiate a N. passo pigramente alla condivisione di un altro happening fondamentale di quegli anni: il weekend autunnale a F., a soggiornare da minorenni in ostelli della gioventù e bed & breakfast, a incontrare delle uova di amici di altre città e incrociare i flussi dell’adolescenza per un mix esotico e perennemente vincente, lontano dalle preoccupazioni di casa, dai gruppi sociali della scuola e dei doposcuola. In generale, una nuova volta: adulti per la prima volta. Del grande evento che ci riuniva, in sé, ricordo poco e niente. Tutte le mie reminiscenze sono captate da alcune immagini fuori dal tempo. La prima: un’amica, un’artista fan di Bowie (soprattutto della sua trilogia berlinese) in perenne battaglia con la vita, vista una sola volta dal vivo prima del suo inevitabile saluto all’esistenza. Ricordo vividamente alcuni messaggi su di un forum, estremamente arrabbiati – seguiti, qualche ora dopo, da un messaggio il cui contenuto era tipo: “Scusa, è un periodo terribile per me e non volevo insultarti. So che tra poco morirò, e questa cosa mi rende intrattabile“. Effettivamente la sua morte mi colpì, anche di più dei grandi lutti in famiglia della mia infanzia – anche più della morte di mio padre. Ricordo anche delle serate all’ombra della cattedrale ad altissima definizione – e un irish pub in cui bevevamo più di quanto adesso sarei capace, parlando per la prima volta di interessi comuni: io, L., D., P. e anche David, che conoscete. Le notti e i giorni dei periodi a F. erano canditi da un senso di libertà e indipendenza eterno, l’ascolto in combinazione di tutti i dischi più in che le nostre mini-teste si scambiavano, tutti seduti su di un letto sulle cui coperte si giocava a Magic, sempre con gli stessi quattro mazzi. Era un periodo d’oro tanto per la nostra formazione musicale, tanto per la musica italiana, che aveva preso una piega particolare – si potrebbe quasi dire freak. Ascoltavamo Manuel Bongiorni, Nicola Manzan, i Calibro 35, gli Zu e allo stesso tempo ci scambiavamo informazioni sullo pseudometal d’avanguardia, su questa cosa che si chiamava outsider music e sull’hip hop industriale. Era un periodo in cui sembrava davvero che gli Uochi Toki parlassero a noi – questo per far capire il livello delle camerate. Le notti autunnali di F. erano avvolte in una vibrazione elettrica che non finiva mai, una sera P. si mise pure a urlare nel letto: “C’era sangue ovunque! Ovunque! È stato terribile!“, riferendosi alla sua prima volta. Un paio d’anni dopo scoprimmo che il ragazzo era vergine, ma lui a tutto oggi nega di aver urlato quelle parole nell’ostello. In effetti parlavamo spesso di ragazze, mentre ci scambiavamo i nostri ascolti, ma chi è che non tuffa le sue preoccupazioni nel velluto violaceo dei primi sentimenti, a quindici anni? A testimonianza temporanea dei nostri momenti di vanagloria c’è tutt’ora un brano di Bongiorni che unisce le nostre adolescenze in un unico canto sarcastico che cerchiamo di intonare ogni volta che siamo insieme, consapevoli che la nostra musica da sola non basta a rendere Il Mercante d’Ovo quello che diventa quando ci capita di incrociare ancora una volta le nostre strade.

È possibile trasmettere un’adolescenza a qualcun altro? È possibile fargli ritrovare sotto musica quei correlativi oggettivi di cui parlavamo sotto Peacebone per riproporre un profumo che chi ascolta non ha mai vissuto in prima persona? Ho esperienze contrastanti, in merito. Mi è totalmente impossibile immedesimarmi nei comportamenti tribali di uno di quegli ascoltatori verticali di cui parlavamo la settimana scorsa, nei loro passaggi di vita all’insegna di un genere che non è il mio. Mi è anche impossibile recepire il valore adolescenziale in un oggetto sonoro che di per sé non strizza l’occhio a un pubblico di quella fascia di età: per qualcuno possono essere i Grateful Dead, per qualcun altro può essere Bright Size Life di Pat Metheny, ma è difficile che determinate operazioni mi aprano il mondo interiore di qualcuno che è cresciuto sotto il segno di una musica con un cipiglio più adult-oriented. Ma allora perché torno minuscolo quando i 100 gecs, fuori dal firmamento del mio passato, cantano “Something’s gotta work this time/It’s my way of trying to let you know/I’ve got a little thing for you/I’ve got a little crush or somethin’/Maybe I’m just drunk as fuck/I customize my ringtone/But it’s always you/It’s always you“? La risposta sembra abbastanza immediata: Pat Metheny non impone alla sua musica una determinata tinta emotiva, cosa che magari fanno i 100 gecs, i Candy Claws, i Cap’n Jazz – per citare gruppi di realtà, età, generi diversi. Però anche lì, non è abbastanza: cosa mi concede di dedicare tutto me stesso alla mastodontica adolescenza dei Modest Mouse e allo stesso tempo mi impedisce di apprezzare appieno gli American Football? Non può essere né la qualità della scrittura dei dischi (altrimenti sarei mosso anche da Diary dei Sunny Day Real Estate) e non può essere nemmeno il rapporto che io ho avuto durante quel periodo con i Modest Mouse (non l’ho avuto). Questo vuol dire che esiste una cifra estetica che si passa in dei personalismi invisibili, che corrono da disco a disco e che non è possibile puntare con il dito senza farli collassare su di in un’unica possibilità più sofisticata: che ci sia qualcosa che ho ascoltato da più giovane che i 100 gecs mi riportano a galla, come reflusso di nostalgia involontaria? Ho una spiegazione molto più semplice: ho guardato nelle persone che conosco e loro mi hanno raccontato a cuore aperto che tipo di passione hanno provato per un certo disco. I Modest Mouse piacevano allora a molti miei amici di secondo circolo (S., M., T. e altri) e per questo i miei pregiudizi li hanno inquadrati sempre come un gruppo della vita per chi sta passando l’adolescenza. Su Ringtone fu David a dirmi: “se scrivi Ringtone vuol dire che hai cuore“. Questa frase ha cambiato da sola il mio rapporto con i Gecs e oggi mi ha anche lasciato una lezione importante: a volte i sentimenti di chi ci sta attorno ci colpiscono in maniera molto più vivida delle nostre esperienze interiori. A volte il legame che si costruisce con Strawberry Jam è così putrescente e confuso che non si limita alle proprie credenze, alle qualità obiettive del disco e alla propria introspezione: a volte nel proprio campo estetico subentrano con vigore anche le emozioni degli altri.


For Reverend Green

A running child’s bloody with burning knees
A careless child’s money flew in the trees
A camping child’s happy with winter’s freeze
A lucky child don’t know how lucky she is

Una storia buffa riguarda un’elezione per i rappresentanti di classe a cui partecipai in corsa con due mie amiche e compagne, C. N. e MV. G.
Non avevo mai fatto nulla di lontanamente politico prima di quel momento, ma ricordo che in quel contesto piantai un casino perché a mio avviso la mia presenza nella rappresentanza aveva senso solo se affiancata a quella di MV. G. e non a quella di C. N., quindi provai a fare una specie di discorso elettorale convolutissimo per giustificare questa mia preferenza, una roba che oggi avrebbe senso solo nelle file di Italia Viva. Per farvi capire il livello del dibattito in classe: nel contesto del discorso dissi anche che avrei preso da mangiare alle macchinette per chiunque mi avesse votato; era palesemente una battuta, a cui infatti seguì qualche risata anonima tra i banchi beige e ferrosi della mia classe. Fatto sta che allo scrutinio emerse che metà dei voti della classe erano andati a C.N. e l’altra metà a MV. G.: io avevo preso un solo voto – e ci mancherebbe altro, avevo fatto schifo. Scoprii qualche minuto dopo lo spoglio che il voto era di tale G.L. C., che venne da me – anche piuttosto esaltato – a tirarmi per la giacchetta e dirmi: “Ho votato per te, dov’è la mia merendina?”. Uomo di parola, lo portai alle macchinette a prendere un Kinder non so cosa: tacca sul fucile ingombrante, quella della corruzione alle urne. Ricordo notti fresche attorno a un bel tavolo di legno massello nel salotto di V. per provare a costruire una lista di rappresentanti di istituto pulita e consapevole, considerando che il potere al mio liceo era nelle mani dei collettivi, ai nostri occhi troppo impegnati nelle grandi manifestazioni e troppo poco nei più pressanti fatti del quotidiano scolastico. A posteriori, eravamo di destra – e il tavolo centrinato di legno massello attorno al quale mettevamo insieme il nostro programma poteva essere un buon indizio. Ricordo che quella notte il più esperto di noi in faccende della politica mi mostrò anche una mirabolante mossa di parkour, mascolina dimostrazione di potenza e destrezza che lo legò intimamente al suo ruolo di leader del gruppo. Alla fine la lista non si presentò, per fortuna. Alla mia prima assemblea di istituto (andavamo tutti per saltare le lezioni) ricordo precisamente S.P. alzarsi dalle retrovie durante un dibattito accesissimo e declamare a piena voce, adombrato nei suoi Ray-Ban a goccia: “Sì, ma il metal è morto!”. Seguì una standing ovation di quella sala di piccolacci che non avevano né idea né grosso interesse sui temi di cui si stava parlando. Però ricordo anche le fiumane di folla di piazza d. G. che richiedevano diritti e si ribellavano alle oscene riforme e ai lodi incostituzionali del governo Berlusconi. Ricordo il 2010 e il 2011 a R., in piazza del P. e sul T. a scappare dalle cariche della celere e schivare le macchine avvolte dalle fiamme innescate dal Black Bloc. Il mio professore di filosofia, stella rossa del nostro istituto, tenere comizi col megafono al centro della folla pronta a partire e a unirsi con le università, i sindacati dei lavoratori e quelli che erano nati incazzati. Era troppo facile identificarsi nel Saltatempo di Stefano Benni e nel suo annacquato disinteresse verso un mondo così grande, troppo grande da comprendere a quell’età. Oggi conosco il valore di aver fatto esperienza di quelle manifestazioni colossali, anche solo a guardarsi nel flusso di gente e a urlare slogan, a cantare sempre la stessa roba dietro agli stessi camion: oggi le battute sulle merendine e sulla morte del metal vengono spazzate via dal ciclone furioso della rivendicazione e la scelta di aderire a quegli scioperi ha pagato esattamente quello che promettevano i collettivi che tanto disprezzavamo.

Ci sono esperienze che acquistano senso solamente strappando pagine ai calendari e lasciando fare al tempo il suo lavoro: vale tanto per la politica e per la formazione di un individuo quanto per la maturazione del suo senso critico e per l’attaccamento a determinate opere d’arte. Abbiamo parlato di un argomento simile, recentemente, con un articolo dedicato a To Pimp a Butterfly, uno dei dischi oramai più famosi della storia a cui non avevamo dato un soldo ai tempi dell’uscita e che oggi invece si confronta con noi con tutt’altra caratura. Il meccanismo alla base è evidente: nuovi elementi emergono all’interno del proprio sistema di credenze e la rete mentale di rapporti e giudizi deve riassestarsi volta per volta per riformare la propria coerenza interna. La cosa più affascinante della rivalutazione di un oggetto d’arte, a mio avviso, non è tanto il nuovo posto che esso occuperà nel pantheon di giudizi di chi lo fruisce, bensì l’effetto posteriore che le rivalutazioni estemporanee fanno su tutto l’impianto di credenze: una solida increspatura che si dipana dal centro del nuovo giudizio e gocciola verso i bordi, a modificare mano a mano tutti gli altri giudizi estetici su cui abbiamo presa. E ognuno di questi riassestamenti del nostro impianto critico è a sua volta la fonte di altre increspature, che inondano gli altri punti della nostra rete di giudizi a cambiare ancora una volta le nostre opinioni in merito a un fatto estetico. Il proprio sistema coerente di credenze assume così, in ogni ritorno ad esso, uno stato mobile, a scatto, in cui il più minimo turbamento porta ad un moto perpetuo che siamo portati a quietare per tornare alle nostre faccende quotidiane. La riscoperta degli Animal Collective mi ha portato a riqualificare il mio rapporto con la neopsichedelia tutta, con il pop degli anni ‘00, con il free folk degli anni ‘90 e così via. Sono tutt’ora in questo sistema a scatto e conosco bene l’unico modo di uscire da questo moto perpetuo maniaco e angolare: accettare l’incoerenza del proprio sistema di credenze che pretende davanti al tribunale della conoscenza di essere coerente – o, quantomeno, coerentista. Del resto l’incoerenza è anche la fonte più pura delle battaglie politiche, che devono colorarsi e gonfiarsi di quel vento ideologico, una tempesta che abbatte il bosco e fa volare le schegge. Può un’impostazione politica, ideologica, perfino incoerente essere quella giusta per il lavoro critico? Se la rete del proprio sistema di credenze è intrinsecamente mobile, vuol dire che per combattere le proprie battaglie è necessario pittare una bandiera con una figurazione istantanea ed eterna di quel grumo di giudizi estetici in continuo bollore, fissarsi in una fotografia che violenta la complessità delle proprie idee rovesciando quelle increspature in una versione statica e sicuramente affatto fotogenica. È una cosa giusta? Cercherò la risposta a questo dilemma nelle pieghe dei Natural Snow Buildings.


Fireworks

It’s the trees of this day
That I do battle with for the light
Then I start to feel tragic
People greet me, I’m polite
“What’s the day?” “What’s you doing?”
“How’s your mood?” “How’s that song?”
Man it passes right by me
It’s behind me, now it’s gone

Questa è una memoria breve. Ho conosciuto N. sulla strada che andava tra casa e tutti gli altri luoghi in cui mi muovevo, intorno ai sedici anni. Era un periodo in cui dormivo in piedi per riuscire a mantenere il ritmo scolastico e la vita notturna: mi capitò più di una volta di collassare, sbattere su cose, cadere per terra per recuperare sonno, cose del genere. N. si pose sull’uscio della mia vita con una delicatezza da far cadere le braccia e allo stesso tempo con un metodo di espansione della propria cerchia sociale devastante e infallibile: l’ho conosciuta perché un giorno, per strada, mi disse: “ciao!”. Non sapevo chi fosse, lo giuro: nessuna idea (ho notizie anche da C., pare abbia fatto lo stesso con lei). “Ciao?”, replicai. N. sarà anche stata capace di spaccare il ghiaccio a craniate, ma dopo di questo fatto continuò così, semplicemente, per mesi. “Ciao!” “Ciao?”; un balletto monosillabo ha accompagnato tutti i miei incontri con N., che dopo aver fatto il primo passo non ha mai deciso di spingersi oltre, una scelta dovuta con tutte le probabilità al fatto che non ci fosse alcun bisogno di approfondire il nostro legame. N. in quegli anni divenne un’improbabile chimera di rapporti umani di gradi differenti nel corpo di una giovane ragazza introversa, che probabilmente aveva trovato la chiave per superare questa specie particolare di limite. Più di dieci anni dopo mi rendo conto che imparare ad aprire queste porte è un’abilità che diventa ogni giorno più vitale.

Con quanti dischi ho mai avuto l’arroganza di presentarmi con una mente totalmente aperta, come se tutto il resto, tutto quell’apparato di credenze di cui parlavamo prima, non esistesse? È praticamente impossibile tentare un approccio puramente fenomenologico all’arte quando il nostro bagaglio culturale è così pienotto e peso, ma quali sono le tecniche specifiche che concedono di rinascere come lo starchild in un campo estetico fatto di motivi, timbri e trovate le cui declinazioni conosciamo da anni e anni? Più che altro, un’operazione di denudamento così estrema ha un valore per l’approfondimento dei propri giudizi estetici? Deve avere un valore e deve esserci un modo di rompere il ghiaccio in un campo il più possibile libero da pregiudizi: se è una cosa che è possibile fare nel campo della ricerca allora deve essere possibile anche nel campo della percezione, nei limiti di quella corporeità materica cui era affezionato Merleau-Ponty. Se N. è stata capace di salutare gli sconosciuti che avevano attirato il suo interesse con il “ciao!” più neutro e solare che io abbia mai sentito vuol dire che una neutralità e un atteggiamento di pura apertura verso ciò con cui ci confrontiamo deve essere possibile, non solo in campo sociale ma anche nel contesto dell’arte. È un lavoro di sottrazione delle proprie esperienze, oppure bisogna attuare un’epoché terminale e svuotare i propri atteggiamenti con un lavoro di meditazione contemplativa? Bisognerebbe parlarne proprio con un ragazzino, che probabilmente ci direbbe semplicemente che una canzone piace o non piace, è allegra o triste, tutto preso dalle sue esperienze di vita, libero dall’abominevole fardello di un sistema di pregiudizi. È possibile dialogare con questo ragazzino interiore, o è una perdita di tempo? Io credo che riuscire a parlargli sia il modo migliore per forare il proprio fagotto con uno spiraglio di luce fresca e fragrante, prepararsi alle scosse del proprio campo estetico grazie all’apertura di un nuovo percorso d’analisi. Solo in questo modo una composizione di ridicola bellezza come il Waltz for Debby può infiltrarsi nell’anima di chi sente di aver divorziato con tutte quelle forme di jazz più dolci e pastose. 


#1

Your mom and I
Will help you dance through your bad weather
Young love is fine
Just please respect the candles as they line

Tra i quattordici e i quindici anni mi innamorai della mia migliore amica (E.), che – manco a dirlo – non ne voleva mezza. Mi sa che è una cosa che succede a tutte le persone che passano in quell’età. Lei usava in maniera massiccia un profumo di cui non conosco il nome, che ogni tanto risento per la strada al passare di una di quelle ragazze a cui capita di avere suoi stessi gusti, che si rende colpevole involontaria della mia profondissima dissonanza cognitiva: “E.? Cosa?”. Dopo il suo giusto rifiuto scelsi attivamente di allargare le mie prospettive per dimenticare quella che sentivo come una pulsante ferita d’amore ma che in realtà era più simile a una sferzante batteria di unghie sulla lavagna che mi ricordava ogni giorno quanto fossi stato impacciato a dichiararmi. Sostanzialmente, mi dissi: innamorati di qualcun altro o ti ammazzo. Fu in quel periodo che cominciai a parlare con O., una ragazza bella e pallida in fissa con i panorami nuvolosi dell’Irlanda, con R., una persona raggiante che parlava solo per enigmi e metafore e con C., di cui sapevo solamente che scriveva bene. Non ero particolarmente interessato a nessuna di queste possibili fughe, ma ero un povero disperato e dovevo dedicare a qualcuno gli smottamenti delle mie coronarie enfie e dolenti. Con R. uscii qualche volta e fu immediatamente chiaro che dovevamo essere amici e non altro: era un po’ troppo fuori dal mondo, ma ci trovavamo bene insieme. Finimmo a suonare insieme e a fare qualche giro per la provincia, inaugurando un breve periodo di condividualità che evaporò dopo un’estate luccicante. Con O., invece, era sostanzialmente andata: dopo lunghe chiacchiere su Windows Live Messenger e visioni di pellicole a distanza scegliemmo di uscire per un appuntamento e le cose funzionarono. Eravamo nel centro storico di N., ancora una volta a sperimentare insieme i miei metodi psicogeografici, in un ottobre cui le varie occupazioni e autogestioni donavano la malleabilità plastica di un giugno qualunque. Provai a forzare i miei sentimenti per O., allo scopo di dimenticarmi della mia misera condizione, ma la cosa non funzionò molto bene: tutto quanto, quando il gioco si fece duro, assunse un tono meccanico, tattico; la scelta di rilanciare il mio affetto verso una nuova spiaggia sembrava fisicamente impossibile e, nonostante la bella serata e la bella compagnia, mi trovai bloccato in quel punto vorticante di rimorsi da cui non sembrava fisicamente possibile uscire. Io ed O. ci salutammo e da quel momento il nostro rapporto andò a disfarsi settimana dopo settimana, fino all’estraneità. Sembrava che assumere un atteggiamento imperativo sui propri sentimenti fosse impossibile, e che l’unico modo per cambiare il proprio panorama emotivo fosse quel sempiterno lasciarsi andare che viene ripetuto come un mantra dai propri amici, davanti a una birra nazionale. Ma con C. il mio impegno a fissarmi su un nuovo panorama emotivo fu rispettato, e l’impressione di un innamoramento avvenne già dal primissimo sabato in cui avevamo camminato insieme. Perché?

Sostengo che sia possibile imprimere arbitrariamente un carico emotivo a una determinata esperienza estetica, anche senza fissare referenze esterne a episodi di vita. Credo che l’emotività debba poter essere generata, perfino a comando, dalla corporeità e dall’esperienza vissuta attivamente. Del resto già a fine ‘800 James-Lange affidavano alla fisiologia l’autorità necessaria a scatenare una risonanza emozionale: non sorridiamo perché siamo felici, ma siamo felici a causa del nostro sorridere. Anche la teoria a due fattori di Schachter-Singer, molto più recente, ci viene incontro, associando alla causa fisiologica anche l’etichettamento cognitivo dello stato interiore. Ovviamente le teorie delle emozioni sono usate con una grana molto grossa in questo contesto: non stiamo analizzando l’ordine di eventi che porta all’insorgenza di uno stato interiore, stiamo solo cercando di capire se sia possibile forzare un’emozione a emergere davanti a un determinato evento – e in questo caso specifico, davanti a un determinato evento sussunto sotto il nostro campo estetico. La mia esperienza mi racconta che questo tipo di leva esiste per l’apprezzamento di un disco, ma che non tutti i dischi sono disposti ad accogliere un certo tipo di carico emotivo: non tutti i dischi hanno i fattori corretti per accompagnare gli stati fisiologici che contraiamo per raggiungere un certo stato interiore, per partecipare al processo di etichettatura. Ho avuto negli anni una grande difficoltà nell’entrare nella giusta cornice interiore per l’ascolto appassionato di Loveless, ma forzare l’ingresso nel disco e nella sua lingua stridente e sensibile evolvendo i miei stati emozionali ripetizione dopo ripetizione verso quel modello di ascoltatore che i My Bloody Valentine avevano in mente mi ha concesso di aprirmi a uno degli album della vita di tutti noi: il gioco è ampiamente valso la candela. Allo stesso tempo non riesco a educarmi sentimentalmente al dream pop così simile e così differente dei Fishmans, perché – banalmente – sembra una relazione che non può funzionare. La domanda sorge spontanea: cosa cambia tra dei dischi di difficile accesso, ma su cui imprimere il proprio carico emotivo non è una perdita di tempo, e altri dischi ugualmente ermetici per chi non è della partita, che però rimangono impermeabili al proprio sentimentalismo? E come facciamo a sapere quando vale la pena di mettersi a sfondare una barriera di incomunicabilità a spallate, quando è possibile tingere un’opera d’arte con gli stati interiori che le imponiamo? È la stessa differenza che ho sperimentato con O. e C.? Oppure questa volta è il nostro ragazzino interiore che fa la parte degli altri, come succedeva diversamente qualche paragrafo sopra, in Chores? Stiamo perdendo universi o ci stiamo ingannando sull’universo?


Winter Wonder Land

If you don’t believe it’s raining
I won’t tell you that it’s raining
Do you not believe it’s raining just because it gets you down?

Non ricordo come ci sono finito (anche se mi ricordo che c’entrava R.), ma a un certo punto della mia vita ho fatto parte, in quel di N., di un comitato antirazzista formato da me, una decina scarsa di altri liceali e una ragazza (una signora) che avrà avuto una trentina d’anni che ci stava sensibilizzando sull’argomento. A guardarmi indietro: …boh? Ok. Non ho memorie concrete dell’attività di questo gruppetto – soprattutto, è un contesto in cui i ricordi si fanno confusi, frastagliati, spezzati. Un festival per la riqualificazione di un vecchio parco, un caffè ad un bar sotto casa, l’acquisto di strumenti e pedali in via s. S., concerti sottoterra e – finalmente la vedevo! – tutta quella scena post-hardcore italiana che ha i suoi numi tutelari nei Laghetto, ne La Quiete, nei Raein e così via. Vivido ricordo di D. ed io in via T., con lui che mi dice che sta aspettando da eBay un certo Spiderland, spiegandomi che lui e i suoi amici suonano post-rock e che non fa niente se non conosco il genere. 

“Conosco il post-rock. Godspeed You! Black Emperor, Mogwai, Tortoise, no?”

Come stavamo messi: dopo questo show di erudizione divenni immediatamente un punto di riferimento per il gruppo in fatto di nuove uscite, gruppi di musica “sperimentale” e roba cool. Il comitato antirazzista si era dissolto dopo pochissimi incontri, una volta preso atto che il gruppo di bimbi sperduti non avesse esattamente la forza politica per fare molto riguardo a quello specifico problema, ma da quel nocciolo di personaggi ricavai tanti contatti che mi portarono nel mondo della scena underground di N., o, quantomeno, della sua versione light-pomeridiana – per citare il vate. C’era qualcosa che univa quelle adolescenze stratificate in ere geologiche di differenze sociali, impegni politici e appartenenza scolastica: la musica cosiddetta alternativa. Davanti a un buon disco dei Massimo Volume eravamo tutti quanti della stessa squadra, e i silenzi e i cablaggi delle derivazioni post- e math- e noise- della musica sembravano nascondere quelle torbature così adulte, quel senso di fumo e masticatura che fa sì che una bottiglia di whisky possa essere venduta a cifre spropositate. A riguardarmi indietro, era uno dei contesti più esaltanti che io abbia mai avuto modo di vivere.

C’è una piccola politicità emergente nella scelta di dedicare le proprie attenzioni alla musica alternativa, qualunque cosa questo vocabolo voglia stare a significare: innanzitutto, se ti interessa attivamente la musica (è un discorso facile affrontare anche con le altre arti) vuol dire che impieghi il tuo tempo al di fuori della rat race, nessun soldo ripagherà il tempo impiegato nella tua passione. Si è soggetti attivi nella ricerca dell’arte, non certo consumatori passivi di prodotti bioingegnerizzati per farci stare meglio al termine di una giornata di fatiche. In questo caso alternativo è tutto ciò che va ricercato e che non ci viene sparato in faccia dai media mainstream, presuppone un’attenzione diversa al genere d’arte preso in esame ed è un concetto con un piglio abbastanza malandrino da essere capace di incanalare diverse esperienze estetiche in un’unica scena di persone che ne sanno, di piccoli esperti di musica – tipicamente custodi di dischi segreti, che dall’altro lato non hanno una grande stima della musica più popolare. Questa è una condizione che nel contesto adolescenziale è spettacolare: crea rapporti, amicizie, gruppi e band, ma che succede quando cresciamo? È tristissimo constatare che quell’impulso sociale e politico derivato dalla presa diretta con la musica percepita come alternativa venga meno e collassi man mano che lo studio delle correnti diventa più profondo e accademico: lo sguardo si allontana dalla scena e lo stimolo analitico alla considerazione della musica ascoltata prende il sopravvento e soffoca tutti quei picchetti di piccola politica che era possibile maturare in un percorso collettivo. Il motivo per cui è sempre più difficile conservare un’ottica di militanza artistica nel corso della fioritura del proprio campo estetico deriva per forza dal rovesciamento di ciò che era allora alternativo in una storia strutturata di riferimenti artistici che vengono discriminati con metodo scientifico, con ricerca; la stessa passione dell’arte che riuniva individui diversi in una socialità controculturale è la responsabile finale di quell’intorpidimento del proprio spirito di comunità a favore di uno studio più critico, inappellabile e soprattutto solitario. Eppure quella piccola politica di scena non è solamente uno spunto dettato dall’adolescenza: è ancora possibile un mondo in cui l’esperienza artistica genera un pestifero impianto sociale che superi le singole individualità e i loro campi estetici, i loro idioletti. Ma oggi sono cambiate così tante cose che la domanda “Come fare (a tornare ad essere tutti in una scena)?” sembra essere destinata a rimbalzare e perdere potenza in una rete di specchi che infine ritorna all’individualità e al suo stato praticamente monadico, che si trova male in ogni community, sotto ogni bandiera. Però, guardando indietro alle esperienze della musica alternativa, a quel momento di comunione attorno alla mera citazione del nome Godspeed You! Black Emperor, a quel potenziale politico e artistico inespresso, la domanda deve essere ripetuta, sperando di spaccare le monadi di chi entra in risonanza con questo discorso: “Come fare?”


Cuckoo Cuckoo

Cause you can’t feel a thing
No heart flutters in late spring
You just drift and pray
For sun kissed golden days

Cercherò di affrontare il racconto del mio periodo a N. con C. con la discrezione e il rispetto che quegli anni meritano, ma questo non significa che le emozioni che ho provato con lei non siano state tra le più intense e schiaccianti che io abbia mai sperimentato in tutta la mia vita. Trovare qualcuno con cui crescere e con cui unire le solitudini in un percorso comune fu sicuramente la più grande svolta della mia adolescenza: è probabile che tutti questi episodi che ho raccontato nei paragrafi precedenti non mi avessero comunque reso pronto, solido e completo, per un ingresso nell’età della ragione. Se “a quindici anni ogni nuovo incontro è un fuso di personaggi che stanno sperimentando insieme un mondo di impressioni e idee di cui non si conosce la direzione”, questo incontro qui era un continuo venire a galla di colorature e granuli in un campo di esperienze che sembrava piatto e in scala di grigi: non più un percorso di psicogeografia da intellighenzia immatura, ma una specie di tentativo storto e imbranato di ascoltare il respiro dell’universo, persi nell’esperienza interiore dell’altro – una novità di cui era facile farsi carico, dato che si intrecciava giorno dopo giorno con la mia stessa interiorità. Giravamo molto, per la città collinare e bitorzoluta, a volte per le sue province più vicine: era un processo di evasione costante destinato a concludersi in dei lunghissimi saluti che si scolpivano nel mosaico della stessa metropolitana che avevo imparato a eludere poco tempo prima. A volte capitava di trovare degli spazi assoluti, posti obiettivamente terrificanti in cui, però, il mondo intorno a noi andava in pausa. Per qualche motivo nessuno dei due aspettava altro che mettere tra parentesi tutto ciò che era intorno, a rimarcare il tema della fuga dalla realtà. Difficilmente facevamo qualcosa di veramente bello, nel senso tradizionale del termine: aprendo i cassetti della mia memoria trovo quasi unicamente dei panorami grigiastri e urbani, dei pomeriggi scuri, appesantiti dalle motorette che sfrecciano e dal traffico di via S. R., poche concessioni, pochi lussi (nessuno?). Alcuni oggetti da quattro soldi: una felpa magenta, un cappellino bianco, tagli di capelli improvvisi, una foglia e delle telefonate al balcone, tutto senza alcun senso in una parata di oggetti che non mi danno risposte. Non si può dire neanche che al termine di quegli anni io sia diventato grande: quella storia è finita dopo un bel po’ e ai tempi ero maggiorenne, ma assolutamente non grande. Si può dire, però, che ci siano dei nuclei inaccessibili della mia persona che sono a lato di tutte le sinapsi, totalmente imperscrutabili alle mie introspezioni – non perché particolarmente oscuri o problematici, bensì perché scevri di qualsiasi contenuto logico o pulsionale. Ho dei nuclei di puro colore emotivo che sono sicuro si siano formati in quegli anni, ma senza contenuto: so cosa provo davanti alla luce gialla di un lampione, non so perché le cose stanno così. E lo stesso vale per l’odore dell’asfalto di sera, per il neon delle grandi strutture ospedaliere e per un certo tipo di suono di chitarra in low fidelity. Sono reazioni che fondano la mia persona, non valgono più come libere associazioni fissati da un referente casuale: il mio universo interiore parte da lì, a prescindere da dove poi io riesca ad arrivare. Se nella vita quotidiana e nelle mie scelte questo tipo di coloratura mi intrappola a volte in un’imbarazzante soggettività, altre volte esonda nel mio campo estetico e mi concede di dedicarmi ad una contemplazione assoluta dell’esperienza con cui mi sto confrontando, il cui metodo ha origine in quell’ascolto del respiro dell’universo che ho imparato nei giorni che io e C. passavamo insieme.

Cosa è che distingue una pietra angolare della nostra persona da una libera associazione, al di là dei ragionamenti orfici di cui sopra? Non credo che sia possibile ridurre tutto quanto a una differenza quantitativa dello spazio impiegato nelle memorie consce o inconsce dell’individuo. Affrontando l’argomento dal campo estetico, che sto privilegiando dall’inizio dell’articolo, c’è uno scostamento troppo capitale tra un normale pezzo d’arte che alleghiamo alle nostre esperienze di vita e quello stesso pezzo d’arte, quando è parte integrante della nostra persona, quando non abbiamo nessun dubbio a dire “Io sono X, e amo il disco Y”. Ma anche senza dire questa frase: lo scostamento si percepisce su tutte quelle opere di cui abbiamo subìto l’imprinting come le paperelle, tutto ciò che è stato un passaggio fondamentale della nostra crescita come critici e come persone. Se Ultranoia mi ricorda di quel pomeriggio con V. e G., St. Jimmy è un pezzo che ha fondato, nella sua stupidità, tutto il percorso che poi è seguito. Se nella mia testa scorrono le immagini di determinate persone quando sento The Purple Bottle, quando invece ascolto il S.S. Anne Theme di Pokémon Rosso so di essere davanti alle radici stesse della mia persona. Non è possibile portare lo scontrino e fare un cambio, ci sono associazioni che sono così forti da diventare inalienabili alla nostra persona senza rischiare un danno psichico così consistente da spaccare a metà la nostra identità – anche se questa cosa non ci piace. La cosa interessante è che queste cornerstone non sono delle condanne all’ottusità, perché abbiamo tutte le armi possibili per sfuggire al loro controllo primigenio e fondare i nostri nuovi percorsi, magari ispirati da altre persone con cui ci confrontiamo, di cui vogliamo capire i fondamenti della personalità. Però, tornando alla domanda originaria, quand’è che è il nostro campo estetico diventa così intenso da aderire alla nostra persona come un tatuaggio? A me è successo anche in seguito all’età dello sviluppo: Starsailor, i Complete Recordings di Johnson, il Pop Group sono solo alcuni degli esempi più vivaci di questa continua addizione di pietre angolari in un palazzo di musiche che mi rende ogni anno più sensibile a determinate sonorità. Gira che ti rigira siamo sempre allo stesso tipo di domanda: cosa differenzia un’occorrenza normale da un’occorrenza speciale? La Ratatouille, fondamento della personalità di Anton Ego nel film omonimo, cos’ha di diverso dagli altri piatti? Credo che la risposta a questa domanda giaccia in fondo alle nostre esperienze, in quegli stessi nuclei di colore emotivo impenetrabili fatti di pura forma, esenti da ogni contenuto. La creazione di questi nuclei vuole dei lunghi rapporti con i campi estetici di cui sono referenti, non delle scappatelle aneddotiche. Il quantitativo, in questo modo, trascende nel qualitativo. Ego passa la sua infanzia a mangiare ratatouille, come io l’ho passata a giocare ai Pokémon, così come ho passato la preadolescenza a macinare pop punk e gli ultimi anni della triennale in una lunga relazione con il delta blues. Ancora una volta – stavolta nel campo dei sentimenti – una grande vittoria per chi ascolta poca musica, in continuazione. Possiamo sfruttare queste conclusioni per innamorarci di qualcosa con cui flirtavamo senza troppo impegno: possiamo sfruttarle per innamorarci degli Animal Collective i cui dischi, fino a poco prima, non riuscivamo a sfruttare per ascoltare il respiro dell’universo – e, infine, il respiro nostro.


Derek

Sorry when I get unruly
When you carry on so much I get a little tired
Hope you get over your teething
It’s not easy when you feel sick

L. era il mio migliore amico, ma io non ero il suo migliore amico. Aveva senso, tutto sommato: lui era un personaggio poco avvezzo alle relazioni sociali, un fantastico intellettuale in piccolo che amava concentrarsi sull’ascolto della musica giusta, sulla lettura dei libri giusti, sulla visione dei film giusti. Era decisamente snob, ma non posso dire di non aver mosso i miei primi passi grazie a lui, che a sua volta li aveva mossi grazie al fratello. In origine un ondarockiano, poi scoprì Scaruffi e cominciò a passarmi dischi che un quattordicenne che non ha mai ascoltato niente degli Stones non dovrebbe ascoltare, dai. Si parlava di Pere Ubu, dei Rake, di Beefheart e Zappa – i soliti nomi buoni per deviare da principio le ricerche in campo rock di un preadolescente. Mi ricordo distintamente: io volevo vedermi con L. in tutte le occasioni, che fosse una partita a biliardo, a ping-pong, o un’uscita da pesaculo con la nostra compagnia. Lui non voleva vedermi mai, perché evidentemente ero una palla al piede gigantesca, un tizio mediamente imbarazzante, con cui avere a che fare era difficile e impegnativo. Metà delle mie attività in quel periodo le copiavo direttamente da lui: le passioni, le opinioni, addirittura le cotte (anche lui era stato profondamente innamorato di E., l’anno prima di quando successe a me). Le discussioni erano travagliate: non era possibile parlare senza finire in un conflitto idiota frutto dell’incapacità di ciascuno di provare il proprio punto, radicata nella nostra sostanziale ignoranza. Una volta gli chiesi, spinto dalle tipiche curiosità di “classifica” che si provano a quell’età, chi fosse per lui il cantante più bravo della storia (sulla falsariga del chitarrista più bravo, il batterista più bravo etc.). Mi rispose, con sprezzo: “Placido Domingo. Ha una bella voce. Scusami, ma che cazzo vuol dire il cantante più bravo della storia? Ti rendi conto di che domande fai?”. Era una domanda del cazzo, ma non c’era bisogno di fare tutto questo casino. Constatai con un’ampia malinconia che L. non voleva avere più a che fare con me, e da quel momento le mie avventure adolescenziali cominciarono davvero. Fu possibile conoscere il gruppo di giovani adulti di Peacebone, dedicarmi alle passeggiate solitarie di Unsolved Mysteries, espandere le mie amicizie oltre N. come raccontato in Chores, provare la politica di For Reverend Green, sperimentare l’affetto microtonale di N. da Fireworks, fare un piano per trovare una ragazza come in #1, conoscere la scena alternativa della città in Winter Wonder Land, diventare una prima versione di me stesso in Cuckoo Cuckoo. La cosa più importante che ha fatto L. nella mia vita è stato chiedermi di lasciarlo stare, e la cosa più importante che ho fatto io è stato accontentarlo.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il parricidio sia un passaggio fondamentale per la crescita di un individuo: il Kill Yr Idols dei Sonic Youth è sempre un buon consiglio – e un decluttering aggressivo della nostra storia con le arti è sempre una gioia da portare a termine: ci fa sentire più maturi, meno dipendenti da rapporti ormai stantii e quindi più autonomi. C’è un’ombra che viene proiettata da questo bagno di lucore, però. Io penso che oggi potrei essere un buon amico di L., avremmo tanti interessi in comune e potremmo chiacchierare in quel clima di socialità militante che tanto manca nel contesto monadico di cui mi lamentavo in Winter Wonder Land. E quindi viene da chiedersi: cos’è che sacrifichiamo davvero, durante un parricidio? Non può essere solamente il rispetto che provavamo fino a poco fa per qualcuno o qualcosa che era autorevole nei nostri confronti. Il tango si balla in due, e un rapporto di autorità è dialettico: avremo anche abbattuto il padrone, ma con lui abbiamo perso il servo – per usare il lessico hegeliano. Abbiamo perso una versione di noi stessi. Trasponiamo questo concetto nei campi estetici: frantumare il nostro rapporto con un’opera d’arte che conservava una certa autorità non significa solamente svuotare il nostro sistema di credenze da imbarazzi e lasciare spazio per l’emergere di nuove autorità; significa anche abbandonare per sempre, durante la crescita, quel peculiare campo estetico che fondeva la nostra individualità all’opera d’arte in questione. Perdere quel campo estetico a volte lascia un vuoto paragonabile a quello di un amico che ci molla. Esempio tragicamente azzeccato: il mio rapporto con Wish You Were Here, un disco che percepivo come gigante all’inizio della mia adolescenza, che mi donava dei passaggi sentimentali che difficilmente oggi ritrovo in alcuni dei miei lavori preferiti, si è spezzato molto tempo fa e mi ha abbandonato in una indifferenza totale verso un lavoro che in passato mi ha fatto venire più volte i brividi. Probabilmente bisogna rassegnarsi all’idea di aver perso quel rapporto, quel campo estetico, e con essi una parte di se stessi – forse una zavorra da mollare per passare oltre e procedere. Bisogna anche rassegnarsi all’idea di aver perso i propri amici, ogni singolo padre che abbiamo ucciso con le nostre mani e con lui ogni singolo figlio che siamo stati. Questa rassegnazione non deve per forza prescindere dall’apprezzamento di quello che abbiamo perso. Non deve prescindere, soprattutto, dalla conoscenza intima che abbiamo di quelle persone che non siamo più, ma che comunque hanno qualcosa da dirci su chi siamo, oggi.


Conclusione

Tornare così indietro è un processo doloroso – e non credo che tutte le riflessioni scaturite dalle mie memorie volontarie ci abbiano insegnato davvero nulla. Ma credo fermamente che tornare nel reame della durée sia il destino storico di tutti noi: alcuni dati di senso sono impossibili da dimenticare e tanto vale riportarli nero su bianco. Del resto Avey Tare ci aveva avvertito proprio all’inizio di questo articolo e oramai la marmellata è stata fatta, non ha senso piangere sulle fragole schiacciate.

And an obsession with the past is like a dead fly
And just a few things are related to the “old times”
When we did believe in magic and we did die
It’s not my words that you should follow, it’s your insides
You’re just an inside
Adjust your insides
You’re just an inside

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Alessandro Corona M
Alessandro Corona M