YOU’VE COME A LONG WAY, BABY: RIVALUTANDO TO PIMP A BUTTERFLY

A partire dal 15 marzo 2015, data di pubblicazione di To Pimp a Butterfly, le acque del panorama musicale mainstream sono state gradualmente smosse fino a creare, se non proprio uno tsunami, almeno dei cavalloni belli grossi, di quelli dove la mamma da piccolo ti diceva di uscire dall’acqua – consiglio che tu naturalmente ignoravi, costringendola a trascinarti via per il braccio. Con un disco considerato quasi all’unanimità un capolavoro della musica moderna, in tale data Kendrick Lamar ha sigillato definitivamente lo status della musica hip hop come Arte, arrivando perfino a vincere il premio Pulitzer due anni dopo. Questa, almeno, è la narrativa portata avanti da buona parte dei giornalisti musicali e da moltissimi fan; gli appassionati di musica hip hop sanno invece che il genere sforna capolavori dagli anni ’80, e più in generale chi pensa con la propria testa sa che non esistono arti con dignità superiore o inferiore, oppure arti da nobilitare, solo arti che illuminano lati differenti della condizione umana. Nonostante ciò, la Storia vive di attimi e avvenimenti puntuali: solo così i posteri possono avere la possibilità di comprendere lo zeitgeist di epoche passate, anche solo sotto forma di una flebile eco. Molto probabilmente, il nome di Kendrick Lamar nella lista dei vincitori del prestigioso premio sarà quello che i musicologi andranno a guardare tra trecento anni, quando ci saranno nuove mode e nuove classi sociali: magari gli scavenger che osano avventurarsi nell’inferno rovente della superficie verranno discriminati e scriveranno canzoni, chissà. Con queste premesse voglio arrivare al fatto che il sottoscritto, quando uscì To Pimp a Butterfly, fu decisamente restio a unirsi al coro di sperticate lodi rivolte al rapper californiano, e che mesi di smisurata esaltazione finirono per inficiare in negativo la mia percezione del disco. Ho sempre sostenuto che Kendrick Lamar fosse un rapper tecnicamente impeccabile e un ottimo performer, ma non riuscivo davvero a comprendere quale aspetto del suo lavoro lo rendesse degno di essere annoverato tra i giganti del genere. Adesso, sette anni dopo, ho il lusso di vedere le cose con un poco più di chiarezza, e di riflettere con maggior distacco sul valore di quelle opere e quegli avvenimenti. Ciò mi ha portato a un significativo cambiamento di prospettiva, e nonostante io rimanga fermamente lontano dal considerare To Pimp a Butterfly come un capolavoro della musica hip hop, non ho più ragioni per negare il grande spessore del golden boy di Compton. 

SEPARATORE

Kendrick Lamar è un artista ambizioso. A partire da Section.80, passando per good kid, m.A.A.d city e culminando in To Pimp a Butterfly, la sua idea di hip hop è sempre stata quella di un calderone con dentro tutte le influenze classiche del genere (quindi R&B, soul, jazz, funk) levigate fino alla completa assimilazione in un sound molto coeso e solido, capace pertanto di mantenere la propria identità quando declinato nei vari stilemi hip hop: ora conscious, ora boom bap duro e puro, ora trap, ora recitativo poetico. La notevole versatilità come MC permette a Kendrick di donare naturalezza a tale processo adattando la sua delivery alle situazioni e tematiche ideate in fase di scrittura,  conferendo in questo modo ulteriore espressività e potenza alla propria musica. Così in good kid, m.A.A.d city l’escapismo di Bitch Don’t Kill My Vibe, simboleggiato da scintillanti riverberi di chitarra e un flow calmo e riflessivo, muta poi nel bragging edonistico di Backseat Freestyle, shift marcato dall’ossessivo sferragliare degli arrangiamenti e da un rapping che diventa più rapido, incoerente, aggressivo. L’efficace e scrupolosa manipolazione di questa trinità – scrittura, arrangiamenti, flow – è parte del motivo per cui la musica di Kendrick suona così composita, ed è ciò che manda tanto in visibilio i critici: dato l’ammontare di controllo sul genere e la programmaticità con cui esso viene plasmato risulta facile comprendere come i suoi dischi migliori possano sembrare la summa di ciò che è venuto prima, e lui il primo artista capace di assimilare tutto quello che il rap aveva voluto dire in precedenza dentro lavori potentissimi e totalizzanti. Questa, ovviamente, è una visione incompleta e perfino dannosa, probabilmente dovuta all’eccessiva mitizzazione della tecnica e, beceramente, all’impatto che ha nella testa degli addetti ai lavori il vedere un disco con centomila produttori di spicco e duecentomila turnisti. Purtroppo o per fortuna, il Genio è una dama ben più volubile. Detto ciò, To Pimp a Butterfly è l’apice della poetica di Kendrick Lamar. Questo era abbastanza chiaro all’uscita, ed è ancora più chiaro ora che sono usciti altri due album dopo di esso, il primo (Untitled Unmastered.) una robetta raffazzonata, il secondo (DAMN.) una merda e basta. Per quanto riguarda il disco in esame, poco fa ho detto che i critici lo hanno adorato fin da subito, e non stavo esagerando:  

A questi si aggiunge pure il 10/10 di Anthony Fantano, e la lista potrebbe continuare all’infinito, in patria e fuori.

La prima, grossa frattura tra la mia opinione e quella esposta nelle righe precedenti si ha proprio guardando la lista dei collaboratori, contenente molti dei nomi che, intorno a quegli anni, stavano coniando un nuovo modo di intendere il funk, il jazz e l’R&B. To Pimp a Butterfly vede i contributi di Thundercat e di Flying Lotus, di Pharrell Williams e di Kamasi Washington, e si sente; i primi due in particolar modo hanno avuto evidente influenza nel sound grasso ed eccessivo di varie linee di basso, nell’incessante wobbling di certi pezzi, nella produzione molto lussuriosa di gran parte del disco. Flying Lotus aveva da non molto pubblicato You’re Dead!, abominio schizofrenico fusion senza capo né coda, e Thundercat avrebbe di lì a poco rilasciato Them Changes, brano popolarissimo contenente un basso praticamente sovrapponibile a quello suonato sul disco di Kendrick. Per quanto riguarda Kamasi Washington, poi, manco vi devo dire quanto ci avrebbero scassato i coglioni col suo The Epic, disco tanto lungo nel minutaggio quanto innocuo nel contenuto. Questo modo di intendere il jazz, il funk e tutto ciò che ci sta in mezzo mi ripugnava al tempo e continua a ripugnarmi ancora adesso: dietro il non plus ultra di produzione ed estetica si nasconde una carenza di idee abbacinante, una stanchezza compositiva talmente apparente che, in quei mesi, mi rendeva davvero fastidioso vedere questi cialtroni lodati ovunque. Di conseguenza, quella che per molti era una direzione artistica auspicabile mi rimase invece assai indigesta; considerato che Kendrick veniva già da un album ambizioso e celebrato, era palese che il suo progetto successivo sarebbe stato al minimo fonte di grandi chiacchiere e copertura, e l’idea di vivere in un mondo di funk jazzato e sugnoso mi spaventava non poco. Ciò che non fui in grado di apprezzare al tempo è che To Pimp a Butterfly riesce a digerire abbastanza bene questo boccone avvelenato, tramutandolo al peggio in un pezzo dimenticabile (Wesley’s Theory) ma riuscendo nei punti migliori a sfruttare l’elasticità e l’untuosità dell’impianto strumentale per creare King Kunta, anthem divertentissimo che traduce questi attributi in un ondeggiare irresistibilmente tronfio, allineato alla perfezione con lo scopo del pezzo. Inoltre, l’estetica di quei cialtroni è fortunatamente rimasta abbastanza confinata ai loro lavori e finito per contaminare l’hip hop, per cui ad oggi resta abbastanza un unicum di questo disco, cosa che la rende più interessante o almeno tollerabile.

Facendo un passo indietro e guardando il disco nel suo insieme, appare molto chiaro come l’arroganza e i deliri di onnipotenza che scaturiscono dal successo siano soltanto una faccia di ciò che vuole dipingere To Pimp a Butterfly: il desiderio di Kendrick era platealmente quello di creare un’opera che affrontasse tutti gli aspetti della sua vita, relazionandoli ai luoghi in cui è cresciuto e alle cose che è riuscito a ottenere, tentando così di trovare risposte su come questo suo percorso possa aver influenzato il rapporto con sé stesso e le persone a lui più care. Queste tematiche introspettive sono indubbiamente interessanti, ma non si commetta l’errore di pensare che costituiscano un significativo avanzamento del livello di maturità nel linguaggio hip hop: non è questo il caso. Al contrario, tali contenuti sono la pietra angolare dell’hip hop definito conscious, e più in generale si ritrovano frequentemente in qualsiasi sottogenere voglia separarsi dalla componente prettamente gangsta; inoltre, la compenetrazione di queste due realtà stilistiche è anch’essa stata ampiamente esplorata in precedenza da decine di grandi gruppi: in Enter the Wu-Tang, uno dei dischi più famosi e celebrati del genere, pezzi come C.R.E.A.M., Tearz o Can It Be All So Simple? vanno a fondo proprio su queste attitudini. Con ciò non voglio dire che la poetica di Kendrick perda valore o sia meno legittima, ma i testi che ha scritto non bastano neanche lontanamente a giustificare la narrativa di eroe disceso a salvare l’hip hop dalla vacuità e dall’infantilismo, a giustificare gente che ha scritto tesi di laurea sui contenuti del disco. Anche meno, santo cielo. Gli scossoni generati da To Pimp a Butterfly sono arrivati a fargli vincere un PREMIO PULITZER, ma ci vogliamo calmare? Questo tizio non scrive così bene. Illogic scrive meglio. I Cannibal Ox scrivono meglio. I Dälek scrivono meglio. Aesop Rock scrive meglio.

Arrivati a questo punto, le precedenti otto righe di rambling in quello che voleva essere un articolo più abbottonato contribuiscono meglio di qualsiasi spiegazione coerente a finire di farvi capire quanto queste esagerazioni nei giudizi possano avermi irritato anni fa. Da allora però ulteriori riascolti, uniti all’acquisizione di più gusto per certo R&B falsettato che prima mi inorridiva, hanno contribuito a far brillare sempre di più le vette del disco – su tutte la splendida The Blacker the Berry, un crescendo magistrale di una furia sopra un beat boom bap splendidamente prodotto. Molte delle altre tracce non sono così efficacemente focalizzate, e sottintendono una visione imbolsita di cosa significa fare musica. In certe occasioni questo è davvero un peccato: in u Kendrick mostra un controllo sovrumano sul suo flow, utilizzando strilli e rantoli per cesellare maledizioni a lui stesso dirette da persone che sente di aver abbandonato. Un pezzo come questo trattato bene sarebbe un capolavoro, ma data la limitata concezione di quello che è possibile fare con un sassofono jazz il meglio che riesce a fare Kamasi Washington è inanellare una sequela più o meno pulita di note suonate molto velocemente. In un pezzo che descrive il culminare di odio e frenesia, perché fermarsi a questo?  Soprattutto quando si è dimostrato in altri momenti, come nel divertentissimo interludio For Free?, di avere la capacità di utilizzare gli arrangiamenti in maniera ben più sofisticata. Ad ogni modo il disco riesce bene o male a rendere giustizia ai grossi pregi di Kendrick Lamar e, nonostante tutti i suoi limiti, To Pimp a Butterfly funziona. Si tratta di un lavoro dotato di dinamismo e personalità, e la sua influenza diventa ogni giorno più innegabile: ho sentito la cadenza e lo stile di Kendrick Lamar nella bocca di altri artisti più di ogni altro rapper degli ultimi 20 anni. Care For Me di Saba, disco hip hop acclamato del 2018, vede sto tizio imitare Lamar fino al ridicolo, e non è l’unico; per esempi più positivi, basti pensare che ne ho sentito l’eco perfino in Melt My Eyez, See the Future, ultimo progetto di Denzel Curry – influenza piuttosto significativa, considerato che parliamo di uno degli artisti dallo stile più creativo in circolazione.

In tutto questo turbinare di pensieri e opinioni e rimuginazioni a posteriori, l’importanza di tracciare la propria opinione lungo oltre un lustro, via via raffrontandola con quello che viene detto dagli altri, si fa sentire anche a livello personale. Realizzare il valore di questo artista mi ha permesso di maturare ulteriormente come ascoltatore, dandomi l’occasione di vincere certe mie remore ideologiche che a volte, in passato, avevano annebbiato il mio spirito critico. La capacità di vedere i punti di forza di un’opera e di goderne malgrado l’amaro in bocca che ti lascia coi suoi difetti è un’abilità preziosa per chiunque consumi qualsiasi tipo di arte con regolarità, in quanto – al netto di qualsiasi utilità a livello critico – ti permette di trarre più piacere dalle esperienze che fai nella tua vita.

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David Cappuccini
David Cappuccini