DUE A TEMA #1 – AFFIDABILITÀ

Sylvie Courvoisier & Mary Halvorson – Bone Bells (Pyroclastic Records)
Sylvie Courvoisier e Mary Halvorson non avrebbero granché bisogno di presentazioni: la prima è una pianista di formazione classica che ha animato per più di vent’anni la scena jazz di New York, la seconda vanta già una nutrita collezione di grandi album come bandleader che, oltre a farla diventare una nostra beniamina, non rendono esagerato considerarla la più importante chitarrista jazz in attività. Le musiciste avevano già pubblicato in duo Crop Circles nel 2017, ma quando hanno deciso di ripetere l’esperienza quattro anni più tardi è avvenuto un salto quantico rispetto al pur gradevole predecessore; Searching for the Disappeared Hour è uno di quei dischi che rivela qualcosa di nuovo a ogni ascolto, dove le notevoli qualità tecniche e di improvvisazione vengono non solo messe in mostra, ma elevate a un’alchimia inafferrabile di intuizioni oblique e sorprendenti. Altri quattro anni ed ecco che Pyroclastic torna ad ospitare una loro collaborazione con questo Bone Bells, che conferma un legame artistico speciale ma cambia alcune delle carte in tavola. Gli otto brani sono i più densi registrati dal duo, in un’alternanza tra passaggi composti e improvvisati dove le artiste si scambiano a più riprese i ruoli di primo piano e accompagnamento fino a confonderli: sebbene ognuna delle due firmi esattamente metà dei brani, non è immediato indovinare quale sia stato ideato da chi. Nella title-track, ad esempio, tra l’esecuzione piena ed emotiva di Courvoisier e gli agili ricami in punta di plettro di Halvorson, chi domanda e chi risponde? Non importa davvero, perché il ricco dialogo ci restituisce due interpretazioni in stato di grazia. In particolare, mai come stavolta le musiciste sembrano inclini a improntare il tessuto della propria musica con temi vividi e melodie insinuanti, che non impediscono però di apprezzare la consueta esplorazione timbrica. Se a questo giro Halvorson si fa trovare in una veste più frugale rispetto all’assortimento di pedali ed effettistica che costellava Searching for the Disappeared Hour (dove l’imprevedibilità del tono della sua chitarra diventava uno spettacolo elettroacustico a parte), non perde tuttavia il gusto di oscillare tra le emanazioni eteree e la componente più materica delle proprie corde. D’altra parte, Courvoisier pare addirittura potenziare la propria capacità di muoversi lungo tutta l’ampiezza della tastiera, sfruttando con padronanza accordi dissonanti e contrasti cromatici – ascoltate la cascata ceciltayloriana con cui prorompe sull’attacco sornione di Beclouded. Quando poi tutti questi elementi si allineano nasce un brano travolgente come Float Queens, in grado di restituire la stessa energia sia quando i due strumenti si avvolgono a vicenda in morbidi arpeggi sia quando Halvorson pennella distorsioni fulminee sulle spigolose figure in ostinato ammantate di pedale da Courvoisier. Nel complesso Bone Bells è un lavoro più strutturato rispetto al precedente, che pur non toccando le stesse vette di fluidità proteiforme organizza il proprio discorso espressivo in modo da risultare sempre interessante. Ormai lo avete capito: quando queste due artiste si incontrano in studio di registrazione, il risultato è una garanzia.

Black Flower – Kinetic (Sdban Ultra)
I Black Flower appartengono a quella confortante categoria di band che non hanno mai sbagliato un album: una compagnia preziosa su cui poter far affidamento, in una realtà che sembra potersi sfaldare sotto i piedi a ogni giro di notifiche. Non solo, il loro percorso è stato fin qui anche in crescendo e li ha visti passare dalla dimensione di discreto gruppo ethio-jazz allo sviluppo di uno stile compiutamente personale, dove le eredità musicali di diverse aree del globo si fondono sopra il fuoco lento delle tecniche dub. Questo processo ha raggiunto l’apice con il precedente Magma, in cui l’ispirata amalgama dei belgi si ammantava di un calore dai risvolti psichedelici; per questo Kinetic hanno invece deciso di tornare a un suono più asciutto, sottolineando per sottrazione l’ormai consolidata abilità nella scrittura dei pezzi. I Black Flower suonano un jazz intriso fino al midollo di funk e afrobeat e sembrano non fare nessuno sforzo a imbastire di volta in volta dei groove coinvolgenti e ipnotici, su cui sono capaci di far fiorire melodie così luminose da risultare spiazzanti. Questo connubio viene ulteriormente impreziosito dall’incontro tra strumenti che parlano di tradizioni eterogenee, evidente nelle occasioni in cui le frasi di Nathan Daems al kaval e al washint (strumenti nativi rispettivamente dell’area balcanica e dell’Etiopia) vengono punteggiate da percussioni che sembrano provenire da diverse parti del mondo, convogliando insieme il suono del djembe africano e delle tabla. La presenza delle tastiere è meno preponderante rispetto a Magma, ma ha comunque un ruolo importante nello scompaginare con toni acidi le timbriche fin troppo dolci degli altri strumenti: non a caso Underwave è il principale palcoscenico dell’organo Farfisa di Karel Cuelenaere e anche il brano che più volentieri si lascia infiltrare dal rumore. Continua a trovare spazio pure la componente elettronica, evidente in una Conundrums che è nominalmente ispirata a Consumed di Richie Hawtin ma che nella sua parte iniziale passerebbe tranquillamente per un pezzo di James Holden & The Animal Spirits, oltre che nella collaborazione con la cantante Meskerem Mees su Monkey System. Il pezzo con la sua voce rappresentava il passaggio più debole dell’album precedente, mentre qui porta una presenza decisamente carismatica: i suoi deliziosi giochi fonetici si esaltano in un testo evocativo e nell’efficace alternanza di spoken word e cantato, con la band che le fornisce un instancabile moto propulsivo e continue sottotrame melodiche. Insomma, una bomba. Morale della favola: i Black Flower ci sono riusciti ancora, e fuori dai circoli d’avanguardia rimangono a tutt’oggi una delle esperienze più soddisfacenti del jazz europeo.