BLACK FLOWER – MAGMA

Sdban Ultra

2022

Ethio-Jazz

Nel corso delle numerosissime evoluzioni musicali che hanno animato il corso degli anni Dieci, è innegabile che il jazz si sia guadagnato uno spazio solido tra i gusti di una nuova generazione di ascoltatrici e ascoltatori. La propagazione della musica attraverso formati “liquidi” e sempre più fruibili, insieme alla fioritura di un mosaico di giovani musicistə apertissimə ad arricchire il lascito della tradizione con nuovi stimoli, ha avvicinato molto le forme espressive del jazz alla sensibilità di orecchie affamate di contemporaneità. Questo ha contribuito anche in Italia (dove la crescita dei giovani talenti autoctoni fa fatica a costruire una vera e propria “scena”) a mobilizzare la granitica demarcazione che vede il jazz o come una boriosa nicchia accademica per addetti ai lavori o come strumento per nobilitare qualche flirt con il pop (vedi l’ultimo Bollani). Ora chi ha venti-trent’anni ed è musicalmente un po’ smaliziato, con tutta probabilità ascolta jazz in maniera non marginale e con attenzione alle produzioni più recenti. Ma che tipo di jazz sta al centro di questa rinnovata popolarità?

L’impressione è che sia una versione estremamente semplificata del grande fermento di idee e forme che si incontrano nella fucina creativa del genere a livello mondiale, e che l’elemento di novità stia principalmente nell’anno di pubblicazione. Dal fenomeno Kamasi Washington all’eclettismo di Thundercat (o, a scendere, di Jacob Collier), fino agli epigoni meno celebri, sembra chiaro il canone stilistico che si impone all’attenzione del pubblico: una rimasticazione dei tòpoi dello spiritual jazz e della fusion, condotta fino a macerarne i tendini e a produrne una versione morbida e malleabile, ibridata con elementi di soul, funk ed elettronica orientati ad una piacevolezza tirata a lucido. Non è esclusa la presenza di percorsi più radicali, come la corrente inglese capeggiata da Shabaka Hutchings che incorpora affiliazioni al free jazz nel contesto storico delle rivendicazioni politiche degli emigrati africani; ma la scena jazz inglese è un ambiente particolare, e verrà meglio indagata in trattazioni future. Nella maggior parte dei casi ci si trova comunque di fronte a un mix complessivo che a conti fatti suona nel migliore dei casi come un rifacimento poco ispirato di idee sviluppate già 50 anni fa (!) da artisti come Pharoah Sanders; nel peggiore come una nuova forma di muzak da sottofondo, la versione con più street cred dei lo-fi beats per studiare, con la principale preoccupazione di essere chill e non arrecare troppo disturbo. Così accade da una parte che nuove formazioni ricerchino attivamente queste sonorità per essere agganciate dagli algoritmi di Spotify e Youtube e guadagnarsi così una nicchia di ascolti; dall’altra è consuetudine che anche dischi di una modernità sconvolgente come Sélébéyone, dove con grande creatività si fondono jazz, hip hop, elettronica e tradizione africana, vengano bellamente ignorati perché non abbastanza levigati.

SEPARATORE

In tutto questo arriviamo ai Black Flower, band belga che fino ad oggi ha proposto ethio-jazz melodico e ammantato di dub, con estetica afro-futurista ed apprezzamenti ricevuti da Mojo e BBC. Insomma, sulla carta c’è tutto per assistere ad un’altra prevedibile variazione sul tema; invece Magma è il disco giusto per farsi sorprendere, perché nel rispetto della tradizione e con attitudine moderna riesce a ricavarsi uno spazio sonoro originale. Merito di una stratificazione sonora che incorpora profondamente l’elemento elettronico senza mai calcare la mano, rendendo lo sviluppo dei brani estremamente fluido. Sicuramente l’entrata in formazione del pianista e tastierista Karel Cuelenaere ha un grande peso, essendo in grado di disegnare con il suo organo Farfisa spunti vividi che danno spesso il la all’esplorazione tra suono organico e psichedelico. I musicisti si dividono con grande equilibrio la costruzione sonora dei brani e creano una coesione notevole in cui ognuno ha sufficiente luce per esprimersi: così, pur avendo come traino gli efficacissimi temi tratteggiati agli strumenti a fiato dal leader Nathan Daems, la struttura dei brani si rinnova continuamente evitando facilonerie. In particolare si rivela prezioso il lavoro alla batteria di Simon Segers che, senza mai voler strafare, si dipana tra poliritmi e tempi dispari sollecitando attivamente l’evolversi dei brani e ancorando piacevolmente le melodie liquide di fiati e tastiere.

Equilibrio ed esplorazione non convivono facilmente, ma qui il connubio si realizza di frequente. Rimane ferma la volontà della band di dare un nucleo mobile e plasmabile al proprio suono, come se ogni strumento generasse una profondità aggiuntiva, un’ombra colorata che si amalgama con le altre in una giungla di echi di note dai contorni elettronici. Sopra a questo humus ribollente agisce però l’orientamento di composizioni focalizzate e coerenti, che ai germogli di belle intuizioni sanno legare una evidente chiarezza d’intenti. Così i pezzi dell’album riescono ad essere trascinanti sfuggendo a facili definizioni. Se ascoltando le parti iniziali di Magma o Deep Dive Down mi dicessero che provengono da uscite di ambient house tribale di produttori come Dj Python o RAMZi, tra tastiere immaginifiche e sommovimenti elettronici da sogno febbrile, non faticherei a crederci. La splendida title-track posta in apertura mette in risalto la grande qualità di coloritura delle tastiere, che qui portano la musica dei Black Flower su lidi quasi prog e per tutto il brano tessono trame ardenti perfettamente contrapposte alla morbidezza del sassofono, mentre le percussioni fanno un lavoro certosino nel variare l’incedere da pigro a incombente, fino ad essere incalzante. In Deep Dive Down invece a fare da guida non è il sassofono ma il kaval, che traccia linee ariose ed arabeggianti guidando la progressiva apparizione e combinazione tra gli elementi sonori fino ad erompere in un groove collettivo riverberato di dub (usato con misura ed efficacia in tutto il disco, va detto). Il richiamo ad elementi etnici dai vari continenti è un altro elemento importante dell’amalgama del disco, ed è condotto con eleganza e sincera volontà di esplorazione. Il gruppo suona basandosi su scale pentatoniche etiopi messe al servizio di strutture polifoniche: così sorgono pezzi come The Forge, che richiama tanto l’afrobeat quanto il Miles Davis elettrico mentre il sassofono esegue temi dall’accento abissino, o il singolo O Fogo, in cui la danza balcanica del kaval si intreccia alla cornetta prima di addensarsi in trame psichedeliche.

I Black Flower dimostrano insomma di saper padroneggiare un’alchimia tutt’altro che comune e anche la conclusiva Blue Speck, pur giocata su un bel solo di Daems al washint, ci ricorda che la band è al meglio della propria creatività quando tutti gli strumentisti possono intessere ritmi e umori giocando gli uni con gli altri. Quando lo fanno, ci riescono così bene che gli si perdona volentieri l’episodio scialbo di Morning in the Jungle, una divagazione vocale dispensabile che trasforma la musica da metaforica in didascalica. Il resto sa essere chill, sì, ma anche divertente, ingegnoso, curioso: meritevole insomma di ascolti attenti. 

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto