SUNN O))) – SUNN O)))

Sub Pop

2026

Drone Metal

5

Se c’è un modo per definire i Sunn O))), uno degli aggettivi più adatti sarebbe di sicuro “catartici”. Sono oramai più di vent’anni che Stephen O’Malley e Greg Anderson si sono dedicati con tutta l’anima all’astrazione del drone metal brevettato da Dylan Carlson, facendo fede al principio per cui ogni nota conta; il minor numero di note possibile, quindi, può veicolare lo stesso messaggio di un frullino implacabile. Effettivamente, nella discografia dei Sunn O))), questo approccio riduzionista fa sì che ogni composizione voglia (e riesca, con più o meno successo) a evocare una perenne tensione che viene ulteriormente esacerbata dai disturbanti volumi delle chitarre del duo. Allo stesso tempo, Sunn O))) è stato un marchio di garanzia per un decennio buono perché il metodo compositivo descritto poco sopra faceva sì che ogni collaboratore al progetto avesse modo di infilare nel gorgo sonoro la propria idea di quella stessa filosofia: penso a Monoliths & Dimensions e a come la voce di Attila Csihar troneggi e assuma una teatralità così terrificante proprio perché immersa nella scura melma di chitarroni ultradistorti.

Sunn O))) è il decimo album in studio del gruppo, pubblicato dalla Sub Pop dopo una lunga militanza con la Southern Lord, e stando alle dichiarazioni del press-kit è anche il primo disco per cui Anderson e O’Malley non si sono avvalsi di collaboratori. Le lunghe tracce che costituiscono l’album, infatti, sono a tutti gli effetti la versione più fondamentalista dei Sunn O))) per come li abbiamo imparati a conoscere: chitarre su chitarre su chitarre, senza un obiettivo preciso che non sia l’esperienza spaccatimpani che il duo ha inesorabilmente legato alla propria scrittura. I problemi iniziano proprio qui: brani come XXANN o Butch’s Guns sono effettivamente indistinguibili tra di loro proprio perché la mancanza di ricambi nell’organico di ogni traccia dona a tutto il disco una scoraggiante sensazione di già sentito, che si fa più intensa con ogni minuto che passa (e no, non vale inserirci due note di piano come fanno in Glory Black per sperare di scamparla liscia). Sul disco in sé c’è veramente poco altro da dire: vi piace il metal perché fa casino E non avete mai sentito i Sunn O)))? Buttatevi. Altrimenti lasciate perdere. Liquidare il loro drone metal come one-trick pony è però estremamente limitante, specialmente alla luce di quanto scritto poco sopra.

Insomma, mentre mi sforzavo di subire sti ottanta minuti di mattone continuavo a poemi domande che c’entravano sempre meno con il disco è sempre di più con i Sunn O))) in toto. Domande dai contorni e dalle risposte indefinite come: quanto incide il contributo di un collaboratore all’interno di un progetto che ha coordinate ultra-rigide? O anche: fino a che punto può spingersi un minimalismo così estremo da voler utilizzare quasi esclusivamente un’unica palette di colori nella definizione del proprio spazio sonoro? In questo senso, è straordinario pensare che i Sunn O))) siano durati così tanto. Come ho già scritto sopra, la loro carriera è oramai pluridecennale, e il fatto che siano riusciti a scalare le gerarchie fino a insediarsi nel pantheon ristrettissimo di questo genere a fianco degli Earth, che del drone metal sono i padri putativi, non è frutto del caso. Anche nel momento in cui sono arrivati a collaborare con pesi massimi del calibro di Ulver e Scott Walker, il fitto sottobosco di collaboratori di cui si circondano Anderson e O’Malley è prima di tutto il segnale di un’affinità ideologica che ha permesso loro di piegare la solidissima formula di base all’inclinazione personale di ognuno dei suoi interpreti senza per questo snaturare il sound Sunn O))). È però ovvio che questa simpatia abbia bisogno di una profonda comprensione reciproca del materiale con cui si lavora: realizzare un disco con Nurse With Wounds o con i Boris è facile e dà vita a risultati interessanti perché, proprio come i Sunn O))), si tratta di artisti che si muovono verso un quasi esagerato uso del volume come fondamenta dei propri progetti artistici. Se a questa già difficile selezione da compiere si aggiunge il fatto che Anderson e O’Malley vivono oramai da più di un decennio separati da un oceano, lo sforzo diviene quasi titanico: riuscire a catturare una scintilla di quella cupa e granitica brutalità che è alla base di Black One, Altar o del già citato Monoliths attraverso un continuo scambio di idee a distanza che si rimbalzano come una pallina da ping pong appare quasi impossibile. Allo stesso tempo, in questo scenario appare ovvio che la definizione di un canone di criteri così ingabbiati sia un’ancora di salvezza: basta che Anderson e O’Malley suonino come vogliono, quello che vogliono, e poi il resto vien da sé.

Ma Sunn O))) è un disco in cui questo concetto viene esagerato. Il dialogo incessante e monocorde tra le chitarre del duo è quello di due voci che continuano a ripetere le stesse parole senza nessuno scambio di significato: un’esperienza svilente e tediosa. Anche perché, invece che ridefinire i limiti della gabbia stilistica (usando, che so, altri colori o modalità diverse di intendere l’oggetto musicale chitarra), sembra che i Sunn O))) si siano limitati a restringere ulteriormente il già asfissiante recinto in cui si erano infilati. Quel che ne viene fuori è un distillato che mostra, come già detto, la versione nuda e cruda di tutto quello che il duo ha offerto in carriera. Peccato che questo ingrediente, fondamentale nella riuscita di tanti capitoli della discografia dei Sunn O))), noi lo conoscessimo già; e il riproporlo in forma assoluta è il motivo dietro all’inevitabile fallimento del concept di questo album.

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Jacopo Norcini Pala
Jacopo Norcini Pala