ANNA VON HAUSSWOLFF – ICONOCLASTS
Era dal 2018, cioè l’anno di pubblicazione di Dead Magic, che non avevamo avuto notizie del progetto per band di Anna von Hausswolff. L’album, che rappresentava la definitiva conferma sulla scena internazionale dell’artista svedese dopo il già acclamato The Miraculous, era passato di bocca in bocca soprattutto perché riusciva a convogliare e replicare l’ipnotismo travolgente della musica degli Swans novantiani, aggiungendo un tocco spiccatamente nordico alle proprie canzoni.
Oramai alla fine del 2025, possiamo dire con ragionevole certezza che von Hausswolff rappresenti oggi la punta di diamante di una rinascente scena gotica nordeuropea che si muove trasversalmente dall’Olanda di Jozef van Wissem fino alla Norvegia degli Skuggsja; motivo per cui Iconoclasts, il suo sesto disco, era atteso con trepidazione nonostante l’esperimento fallito del precedente All Thoughts Fly, che si concentrava invece su composizioni minimaliste per organo a canne e voce.
Iconoclasts è invece improntato verso un ampliamento della palette sonora che caratterizzava i dischi di maggiore successo della cantante, con la predominante novità dell’integrazione di sassofono e legni vari all’interno dell’organico, a volte suonati addirittura da von Hausswolff stessa. Sfortunatamente, le novità da registrare si esauriscono quasi del tutto qui: Iconoclasts ha la grande colpa di non tentare un nuovo approccio alla composizione dei brani che non avessimo già sentito sul già citato Dead Magic o su The Miraculous.
Ripetuti riascolti del disco, su cui ci sarebbe davvero poco da dire di per sé, mi hanno fatto pensare a una spiccata influenza della musica più rarefatta di Kate Bush (Facing Atlas ne è l’esempio più clamoroso) che non della cupa inquietudine in stile Jarboe. Infatti, nonostante il suo songwriting sia rimasto sostanzialmente invariato, von Hausswolff sembra aver smussato molte delle spigolosità che rendevano la sua musica quantomeno degna di un ascolto in primo luogo; e se la sua anima più selvaggia riappare in qualche istante (Stardust, la cavalcata di Struggle With the Beast, certe parti della title track) la resa appare comunque molto meno sanguigna, forse anche a causa del fatto che il sopracitato sassofono viene adoperato in maniera estremamente monotona in davvero troppe tracce attraverso il disco.
Anche la voce, l’elemento che esaltava i momenti più catartici della musica di von Hausswolff e rendeva passabili quelli più deboli, sembra essere meno graffiante e stregonesca, più domestica e impostata. I momenti più irrilevanti del disco coincidono proprio con questa austera restrizione delle proprie risorse: non so se sia stata una scelta operata per far risaltare di più il controcanto degli illustri ospiti, ma i duetti con Iggy Pop e con Ethel Cain risultano estremamente noiosi perché piatti in maniera quasi indifendibile.
In definitiva, appare difficile parlare in un modo che non sia negativo di un album che mette così poca ciccia sul piatto; e sì che Iconoclasts sembra mostrare, seppure in pochissimi momenti, una brillantezza tutta gotico scandinavo da chiese in fiamme e sacerdotesse druidiche. Sull’ennesimo tappetone semi-ambientale in chiusura all’LP, la domanda che ci sentiamo di porre a von Hausswolff è forse la stessa che avremmo dovuto fare sei anni fa: tutto qui, quello che sai fare? Ad oggi, è difficile intravedere una risposta convincente.

