ANGRY BLACKMEN – THE LEGEND OF ABM

Deathbomb Arc

2024

Industrial Hip Hop

Questo gennaio è uscito per la rodatissima Deathbomb Arc un disco di hardcore hip hop molto buono per la panca piana e che vale assolutamente la pena recuperare. Gli Angry Blackmen sono due rapper di Chicago attivi da qualche anno sulle non-note del loro flow crudo e stanco, spottati subito dopo l’uscita del loro EP Talkshit dall’etichetta che ha in roster già JPEGMAFIA, Dos Monos e clipping. Lì avevamo in ballo una breve scarica di break incazzati e barriti in synth, venati da un’importante tinta trap portata a tavola dalla produzione del newyorchese Wendigo, ma quest’anno il lavoro si è fatto decisamente più interessante. Il disco si chiama The Legend of ABM e si propone come veloce bragga di ventinove minuti e quarantasette secondi basata sulle personalità dei due Blackmen. La trap era già evaporata dai tempi del primo LP, HEADSHOTS!, ma se questo si muoveva su binari un po’ più tradizionali, zona East Coast, The Legend of ABM si presenta immediatamente (e per tutta la sua durata) come un prodotto decisamente meno compromissorio – un incubo di rapping monotono, piatto e bellicoso. Qui i due artisti cercano di raccontare il proprio punto su un lavoro alle basi eccezionale del producer noise Derek Allen, che rispetto al debutto si appropria di tutta la carta bianca sul tavolo e costruisce una scenografia quadrata e ossessiva di rumori, glitch, distorsioni. Senza picchi né vallate, la mezz’ora scarsa di hip hop scorre all’insegna della totale assenza di melodia nelle basi; frequentemente il ritmo asfissiante e meccatronico viene schernito senza troppi complimenti dal flow bigio di Branch e Warren, che tengono toni sarcastici e antipatici a contrasto delle basi aggressive del collega. Le principali vibrazioni a corredo del rapping talvolta prendono legna dalla dark ambient (Amor Propio, Magnum Opus), ma più spesso dai beat di power noise più spregiudicati che abbiamo imparato a conoscere bene negli anni Zero di questo secolo – che si tratti di Prurient o Pete Swanson non è importante. Il disco picchia durissimo per tutta la sua breve durata e fa venire una pericolosa voglia di fare qualcosa di molto brutto a qualcuno, allontanandosi un po’ da quell’attitudine più cerebrale che fa fare a molti act hardcore hip hop post-Dälek la figura degli sfigati tryhard (a cui vogliamo comunque un mondo di bene) e avvicinandosi molto di più all’aggressività disimpegnata e balorda della trap, pur non condividendone lo stile alla produzione. Lo spazio di manovra in scrittura in cui si muove il duo è ermetico, strettissimo – e solo raramente si allarga per accogliere nuovi strumenti (Dead Men Tell No Lies) o beat più scassati e meno parametrici (Sabotage), ma questa secchezza di fondo fa parte del gioco.

Di tutta questa storia una delle mie cose preferite, infatti, è il divorzio totale con l’idea di portare un prodotto complesso e strutturato nelle basi, tanto a livello di costruzione del timbro quanto di possibile temperatura melodica: una mossa che riporta la testa a situazioni hip hop d’antan come My Adidas e No Sleep Till Brooklyn, in prospettiva contemporanea e attuale. Il flow dei due Blackmen suona sempre abbastanza annoiato, ma anche lì lì per diventare un ruggito grime che possa dare il contrappunto di livore (heh) alle basi grezze e scure di Allen. La produzione, in questi frangenti, si fa veramente fangosa, materica, e i neuroni che vengono attivati più spesso da The Legend of ABM sono gli stessi dell’istinto fight or flight generato dalle uscite più prepotenti del collettivo Corpus, una buona misura di trueness che fa solo onore al duo di Chicago. Sarà chiaro sin dai tuoni lontani e dalle pulsazioni ad alta pressione della opener Stanley Kubrick che siete davanti a un disco a cui è impossibile, quantomeno, non prestare attenzione. Basterà arrivare ai due pezzi dagli eloquenti titoli maiuscoli, GRIND e FUCK OFF, per capire che Deathbomb Arc ha di nuovo cacciato roba buona e che avete, quest’anno, un nuovo disco da ascoltare quando avete bisogno di caricarvi. 

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Alessandro Corona M
Alessandro Corona M