STRADE PERDUTE: L’HIP HOP CONTEMPORANEO TRA VICOLI CIECHI E SPIRAGLI DI LUCE

Il duemilaventidue è un anno di transizione e forte turbolenza –  sociale, politica, musicale. La turbolenza, quella positiva, può portare alla creazione di grande arte, capace di sovvertire le regole del gioco e sorprendere anche le orecchie più abituate a rapportarsi col nuovo; se però non si è capaci di brandire questa profonda inquietudine, se non la si asservisce a una visione artistica coraggiosa, ciò che si ottiene è molto spesso solo inutile confusione. Adesso che la trap sta venendo superata  o sciolta in altri stili, nel macrogenere musicale che tiene ormai al guinzaglio le nuove generazioni stanno aspettando un nuovo giocattolone con cui passare il tempo. E se è prevedibile trovarsi a fare i conti con una tale attitudine nel mainstream, in realtà il midstream non è poi così diverso, specie quando parliamo di artisti che vogliono farcela; molte volte occorre scavare ancor più in profondità per trovare un approccio artistico genuinamente libero, occorre vedere come i musicisti che non si preoccupano delle logiche di mercato metabolizzano la realtà. Il prezzo che si paga con questo modus operandi è però la perdita di contatto con la contemporaneità: stai troppo tempo a osservare l’infinita rete capillare fatta di microscene e microetichette che ti scordi di monitorare il polso arterioso. Cerchiamo quindi di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, vedendo quali sono le problematiche dell’hip hop a noi più affine, sorvolando su alcuni nomi che non aggiungerebbero niente di utile alla nostra panoramica, contestualizzando quello che scopriamo e cercando di interpretare cosa potrebbe avere in serbo il futuro per la musica hip hop – sempre che l’olocausto atomico non ci riduca tutti in cenere.

SEPARATORE

Parlando a grandi linee, la contemporaneità hip hop sembra vivere di lavori eterogenei e articolati, spesso fatti con mestiere anche quando la qualità del progetto non è molto alta: è molto più facile trovare un disco senza idee ma ben prodotto e mixato che il contrario. La mancanza di incisività, come vedremo, è molto probabilmente il problema più grande con cui bisogna fare i conti, un’incapacità di risultare memorabile che affligge dischi dagli approcci più disparati e ingrigisce opere che di base potevano avere un certo fascino. Vale la pena di concentrarsi su questa tara, perché i più virtuosi di quest’anno sono – come accade di frequente – degli outlier che non ci dicono molto sulla direzione in cui sta virando il genere; soffermandoci sulle problematiche dei mediocri è possibile invece arrivare a ragionamenti più intriganti.

Iniziamo dagli artisti che hanno provato a gabbarci: Earl Sweatshirt, Cities Aviv e Material Girl. Questi birbanti hanno tutti e tre fatto uscire lavori compositi, dal piglio sfuggente, desiderosi di pressare insieme quante più influenze sia umanamente possibile. Il loro approccio all’avanguardia risulta però sbagliato in partenza: si avverte in modo doloroso la mancanza di una consapevolezza fondante, una cifra stilistica il cui eco riesca a risuonare in ogni componente, facendo comparire un messaggio riconoscibile dal caos. In Sick! di Earl Sweatshirt brandelli microscopici di soul, jazz, ambient e rock imprecisato vengono gettati in pasto a pigre manipolazioni elettroniche e beat sbiaditi in un piattume che finisce per contagiare gli stessi performer; Man Plays the Horn del prolifico duo Cities Aviv è invece un porcaio di sample che ottunde chi ascolta, l’ennesima declinazione della musica ipnagogica risorta dai primi anni ’10 per continuare a romperci i coglioni. Più energico e stroboscopico ma altrettanto inutile è infine i85mixx21-22 di Material Girl che, iniettando un poco di drum and bass nei beat e affidandosi a vocals kitsch e tinte atmosferiche datate, tenta di evocare  – riuscendoci solo superficialmente – reminiscenze malinconiche da prima era digitale. Dopo tre stroncature lampo di lavori un po’ disarticolati per tre motivi diversi sarebbe lecito per chi sta leggendo pensare che il sottoscritto abbia semplicemente un problema con la musica di questo tipo, ma ciò non corrisponde alla realtà: mi piacciono gli album che instupidiscono, mi piacciono i mischioni di roba. Mi piace setacciare la fanghiglia sonora per trovare tutte le piccole pepitine scintillanti che l’artista ha voluto nascondere. Il problema è che i dischi di questo tipo sono difficili da far funzionare proprio per il motivo accennato sopra: se non si riesce a inserire un filo conduttore nella propria opera, se a chi ascolta non è dato modo di capire perché e percome qualcosa è usato e qualcos’altro è lasciato fuori allora tutto si appiattisce, assumendo la stessa importanza e lo stesso valore. Può essere illuminante contrapporre lavori che invece sono riusciti a coniugare questo approccio in maniera meno farlocca, e per fortuna il 2022 ci regala Chó Ngi Đáy Giếng dei Mona Evie, che al netto di qualche ingenuità riesce esattamente a fare ciò che ho detto poco sopra. Il turbinio di campionamenti, manipolazioni e glitch prende a piene mani dai trend musicali degli ultimi anni – particolarmente quelli del lato più elettronico e online – rimescolandoli in un horror vacui divertentissimo e coinvolgente; al di sopra di ciò c’è il fondamentale bandolo della matassa, la chiave di lettura per capire qualcosa degli artisti coinvolti, dei loro gusti, del loro processo creativo. In questo caso, si percepisce tanto un attaccamento morboso alla nostra realtà odierna luccicante e frammentatissima quanto un gusto per il noise, il folk, la psichedelia che sottende l’apprezzamento di arte ben al di fuori dell’ossessiva mercificazione capitalista. Quanto è appropriata questa contraddizione per un disco del genere? Quanto è più stimolante che ci sia? Tanto, prevedibilmente.

Indugiando ancora un po’ dentro l’hip hop più alternativo e abstract, billy woods ha messo le sue zampe su una buona metà dei dischi più celebrati dell’anno, con una costanza talmente peculiare da sfiorare l’uncanny. Giusto per capire quanto ha lavorato negli ultimi mesi: il rapper americano ha rilasciato due dischi di grande successo tra il pubblico alternativo – Aethiopes e Church – sotto proprio nome; un terzo disco di qualità paragonabile, WHT LBL, col progetto Armand Hammer; una dozzina buona di featuring prestati in giro a gente come Elucid, Pink Siifu, al nuovo singolo degli Algiers, persino al sopracitato Sick!. In tutto questo, il suo stile e la sua cifra estetica rimangono salde come una roccia. Magari non splendono mai di luce eccessiva, non sconvolgono mai, ma offrono sempre una musica ben congegnata ed evocativa, nonché un flow tecnicamente sofisticato  e godibile. Quando ti approcci alle release di billy woods sai esattamente cosa andrai a trovare: basi opache, voce rauca, atmosfere rarefatte. Questo menù fisso il nostro eroe lo offre dal 2012, quindi è da considerare più come una roccia piantata nel mezzo al corso di un fiume che non come l’acqua corrente al suo interno; il suo nome sta però acquisendo sempre più prestigio, facendo garrire insieme a Ka (che ha pure lui rilasciato due dischi quest’anno, Languish Arts e Woeful studies) il vessillo di un rap maturo e ponderato. 

Se poi andiamo a mettere il piedino fuori dalla parte più intimamente astratta del genere, se ci avventuriamo nell’hip hop dal sapore più canonico, lungo tutto lo spettro che va dal gangsta più idiota al conscious più borioso, la figura di Kendrick Lamar continua a incombere come il baretto di quartiere nella mente di un alcolista. Riflettendoci un po’ la cosa non dovrebbe granché sorprendere – suoi sono i dischi più celebrati del nuovo millennio, è naturale che la sua influenza si propaghi per diversi anni. L’ineluttabilità di tale fenomeno è però legata a doppio filo col tipo di musica prodotta da Kendrick: il suo hip hop è composito, un meccanismo svizzero che incorpora in un modo o nell’altro tutte le influenze più pervasive degli ultimi anni. C’è il jazz, c’è l’r&b, c’è il ghetto, c’è la coscienza sociale, c’è l’identità razziale, ci sono la fama e il sesso e la religione. Quando un carico di tali dimensioni viene lanciato nella folla, è naturale e perfino salutare che ognuno faccia suo ciò che gli torna più comodo. Il problema arriva quando si esagera: ascoltando The Forever Story di J.I.D., ad esempio, ci si accorge che tutti i pregi del disco (la produzione bella croccante, la sua grande abilità come MC, gli hook piuttosto ispirati, l’eclettica palette sonora) assumono un retrogusto decisamente amaro una volta capito che sono tutte rimasticazioni dello stile e dei temi di Kendrick. L’interplay di attitudini conscious e gangsta, le dinamiche del ghetto come veicolo d’introspezione, e ogni altra cosa menzionata poco sopra: tutto sa di già sentito, specie quando viene messo in musica con un timbro e una cadenza vocale così sfacciatamente simile a quella della più grande star hip hop dei tempi moderni. Capisco che la propria voce non si possa più di tanto plasmare, ma zio, qualcosa per distinguerti potresti sicuramente trovarlo; è una bella delusione, perché a livello di qualità grezza il disco si collocherebbe tra i migliori dell’anno. 

Focalizzando la nostra attenzione sul lato più conscious troviamo un sacco di monnezza, dal patetico Trees recensito poco fa a Cheat Codes di Danger Mouse & Black Thought: dischi noiosi e passatisti, incapaci di costruire e far evolvere la solita mistura di soul e jazz sentita ormai mille volte. L’inabilità di generare un sound interessante è una spada di Damocle che grava titanica sopra l’hip hop più strutturalmente abbottonato. Intro samplate da orazioni famose o messaggi sulla segreteria telefonica, voci o note lunghe di fiati spezzate a metà e mandate in loop, riff di chitarra in background o piccoli arpeggi di synth: queste componenti, spesso spalmate su un beat che non sa come evadere dalla sua staticità, vengono riproposte ogni anno con sorprendente pochezza creativa da persone che fanno musica da decenni. Ho citato Danger Mouse, ma al suo posto potevo dire Lupe Fiasco, Black Star, Freddie Gibbs – tutti veterani placidi e imbolsiti, peso inutile sulle spalle di un genere con disperato bisogno di linfa creativa. Il perbenismo genera mostri.

Allo stesso tempo, scene ben distanti continuano a dimostrare che si può fare molto con poco se si approccia uno stilema con freschezza. Non serve niente di particolarmente elaborato: Yeyo di Lil Supa ci insegna che nel 2022 è ancora possibile cavar fuori una mina di disco con un boom bap ben piazzato e una sana dose di carisma. A confronto con una semplicità così efficace, tutti gli orpelli nelle release dei grandi nomi appaiono ancora più patetici. Naturalmente in ogni ambito ci sono debite eccezioni, come Boldy James che quest’anno ha fatto uscire ben due dischi interessanti in collaborazione prima con Real Bad Man (Killing Nothing) e poi con Nicholas Craven (Fair Exchange No Robbery). Ascoltarli a distanza ravvicinata è utile anche per risalire all’origine di questa mia teoria sugli accessori inutili in un disco formalmente poco avventuroso: nonostante seppellire lo scheletro di un beat monocorde sotto strati di sample e parti strumentali possa sembrare un corso d’azione logico, tra questi due dischi è il primo a brillare di più grazie alla sua maggior semplicità, che fornisce spazio e respiro all’MCing anziché soffocarlo con ridondanze banali. 

Alla fine della fiera, cosa possiamo trarre da questa panoramica? Sicuramente che la musica hip hop non si trova in una nuova golden age, qualitativamente parlando. Le problematiche più profonde sembrano essere due: la mancanza di una programmaticità in grado di rendere certi dischi più espressivi e la generale incapacità di andare oltre la mera formula “beat che suona bene + persona che sa rappare”. Per esplorare le cause di questi difetti, prima di tutto occorre guardare alla cultura della produzione musicale hip hop, a mio avviso troppo suddivisa in compartimenti stagni e afflitta da un feticismo per l’abilità spesso fautore di spersonalizzazione. Leggendo il modus operandi di moltissimi artisti, il dialogo tra MC e beatmaker sembra avvenire quasi sempre in maniera superficiale, con basi e versi impilati come lego a realizzare costruzioni magari piacevoli, ma che non riescono a trascendere la somma delle loro parti. Inoltre, per un genere intrinsecamente iconoclasta, l’hip hop pare perseguitato a livelli drammatici dai giganti del suo passato e i loro stilemi: particolarmente fastidiosa è l’onnipresenza del bragging, vetusto retaggio di battaglie tra MC ormai lontane nel tempo, piaga che appiattisce e banalizza una quantità inaudita di dischi ogni anno. Tutti i rapper sono più bravi degli altri, tutti speciali, tutte divinità che esigono rispetto ma non si accorgono di star usando una stampella per sorreggere la loro vacuità di pensiero. Molti dei miei dischi preferiti contengono bragging a iosa: magari in certi casi funziona pure, ma non è mai la parte del lavoro che apprezzo di più né la più interessante. Per quanto riguarda le basi, moltissime sono affossate dalla rigidità ritmica delle percussioni – anche questo è un fenomeno strano, considerando quanto i musicisti hip hop amano rifarsi al jazz. Basta infatti sapere dove guardare ed è proprio il jazz a indicarci la via d’uscita da questi vicoli ciechi, con un lavoro che da solo è riuscito a rivitalizzare la mia fede nelle possibilità del genere che amo di più: Xaybu: The Unseen, dei Sélébéyone. Ne abbiamo già parlato approfonditamente, ma vale la pena spendere altre due parole su come questa release possa fungere da esempio positivo relativamente a ogni singola tematica affrontata in questo scritto. Il disco ruota attorno al concetto islamico di al-Ghaib, ciò che non è possibile vedere: è questo il filo conduttore tramite cui chi ascolta può partire per sbrogliare un tessuto musicale eccezionalmente criptico e denso, ed è questa la tematica chiave che dona potenza alle parole, alla musica, ai rumori del disco. Il batterista Damion Reid opera poi un lavoro magistrale di liberazione ritmica, dialogando coi vocalist, con gli strumenti e perfino con le manipolazioni elettroniche fino a far sembrare la nozione di “beat” semplicistica e superata. Xaybu ci dona un hip hop finalmente capace di un dialogo profondo coi generi musicali che abbraccia: se solo si riuscisse a trasporre questa stessa attitudine in lavori che sposano ciascuno stili musicali diversi, usando le loro caratteristiche per ampliare lo spettro espressivo della musica che si crea, le possibilità diventerebbero di nuovo infinite.

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David Cappuccini
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