BACKENGRILLEN – BACKENGRILLEN
I Backengrillen sono un quartetto svedese formato da Dennis Lyxzén, Magnus Flagge e David Sandström insieme al sassofonista Mats Gustafsson. I primi tre sono stati, rispettivamente, il cantante, il bassista e il batterista dei Refused; il quarto lo avrete sicuramente già incrociato in qualcuno dei suoi numerosissimi esperimenti avant-jazz (probabilmente la Fire! Orchestra). È un gruppo in attività ormai dal 2022 — questo esordio omonimo è stato registrato in tre giorni nell’ottobre di quell’anno, durante la loro prima performance insieme in assoluto — ma è soltanto dopo lo scioglimento definitivo dei Refused che i quattro membri hanno deciso di investire con convinzione le loro energie in questo progetto.
Partire dagli ingombranti nomi in formazione, che di fatto sono anche l’unico motivo per cui i Backengrillen hanno fatto parlare di sé e sono giunti alle mie (nostre) orecchie, è essenziale per mettere subito in chiaro tutto ciò che non funziona nella loro musica. I Refused sono una band mitologica e, allo stesso tempo, una one hit wonder: oltre al classico The Shape of Punk to Come — giustamente celebrato, ma di cui viene esageratamente decantata la componente innovativa — il resto del loro catalogo ha ben poco di rilevante da offrire; anzi, dopo aver ripreso le attività nel 2014, hanno dato alle stampe soltanto materiale dalla povertà deprimente. Il primo disco post-reunion, Freedom, era la manifestazione di un gruppo eclatantemente privo di idee, costretto dalle circostanze a fare il cosplay di una band capace di piegare i stereotipi dell’hardcore a propro piacimento: un album fiacco, vecchio, talmente brutto da riuscire a meritarsi numerose stroncature in diretta pur essendo uscito in un’epoca storica in cui chiunque si sentiva in dovere di tessere le lodi del ritorno di quasivoglia gruppo cult di due o tre decenni prima. Non ho ascoltato War Music, ma sinceramente non credo che ci fossero le condizioni per risollevare le sorti tracciate da Freedom.
Dall’altra parte, è da tempo che Mats Gustafsson si è suo malgrado impantanato in un desolante ruolo di Re Mida al contrario, scialacquando tutta la credibilità che si era guadagnato con merito una dozzina d’anni fa. Ogni anno, la lista delle sue collaborazioni si arricchisce di una manciata di titoli, e ognuno di questi veleggia tra il sorvolabile e il terribile perché ogni possibile orizzonte musicale di Gustafsson si esaurisce in un baccanale cacofonico di tecniche estese e skronking senza alcun criterio. Oltretutto, come spiegavo a suo tempo nella recensione di Echoes della Fire! Orchestra, le competenze jazzistiche di cui è in possesso sono talmente misere che non gli risulta fisicamente possibile concepire qualcosa che superi i cliché del free jazz europeo e rinnovare il proprio vocabolario: di conseguenza, tutti i suoi interventi in ogni album su cui ha suonato negli ultimi tempi sono interscambiabili, e nessuno di questi supera la soglia dell’imbarazzante.
Ora, sotto il moniker Backengrillen, questa gente si è posta l’obiettivo di suonare una musica a cavallo tra hardcore punk, noise rock, free jazz e metal (i quattro si pubblicizzano come — cito testualmente — «Anti-fascist, anti-racist, free form Death Jazz»). Se non siete disillusi quanto me, una presentazione del genere potrebbe ancora risultarvi allettante, ma Backengrillen fallisce ogni obiettivo: è soltanto un lavoro raffazzonato, confezionato frettolosamente e con poca cura da un gruppo di artisti bolliti che non ha più nulla da offrire da decenni, del tutto inconsapevole della propria inadeguatezza e irrilevanza nel panorama musicale dei 2020s, inebriato da un clout sproporzionato a quanto effettivamente fatto per meritarselo. Dei grandi proclami fatti nel loro press-kit non sopravvive granché al momento dell’ascolto effettivo dell’album. Di death metal, per esempio, non c’è niente, nonostante il nome degli Entombed buttato lì per fare volume. C’è qualcosa (poco) della galassia punk e hardcore, come qualche groove ritmico che richiama una versione slavata della no wave di Chicago degli anni Novanta e qualche motivo di sax che fa il verso allo Steve Mackay di Fun House. Dei Can menzionati tra le proprie influenze, i Backengrillen (fra)intendono soltanto la dimensione ritmica ostinata e ipnotica, che però nella loro musica degenera in una ripetitività assillante che non fa alcuno sforzo per elaborare e far evolvere il materiale tematico e timbrico. (Gli esempi più ignobili in questo senso si hanno nella doppietta d’apertura A Hate Inferior e Dör för långsamt: ventidue minuti e mezzo complessivi di nulla.)
Di tutta la caterva di name dropping nelle dichiarazioni dei Backengrillen, rimane soltanto la traccia del doom metal, ravvisabile tanto nel passo cadenzato e nei tempi rallentati quanto in alcune parti vocali di Lyxzén, e, ovviamente, il free jazz nella sua interpretazione più monodimensionale e museale concepibile. Il fautore principale in questo senso non può che essere Gustafsson, che sciorina in continuazione assoli sul sax esasperando il frullato e l’overblowing; quando invece prova ad adagiarsi su terreni più melodici come su Repeater II, la povertà del suo eloquio sembra quasi una parodia di un sassofonista molto scarso. Non c’è davvero granché d’altro, in questo disco: per gran parte del suo minutaggio è soltanto un’accozzaglia di soluzioni estemporanee attaccate flebilmente l’una all’altra, sfruttando come collante cinque brani privi di qualsivoglia sviluppo e direzione, il tutto suonato da gente che non riesce a capire di non essere in possesso delle doti tecniche e creative per poter improvvisare qualcosa in un pomeriggio e trarne fuori un risultato dignitoso. Gli unici momenti in cui il gruppo sembra sforzarsi attivamente per meritarsi il tempo dedicatogli per l’ascolto sono probabilmente da rintracciare nelle parti di flauto in apertura alla title track e nei giochi scriteriati con l’elettronica sulla conclusiva Socialism or Barbarism, che ovviamente rappresentano una misera frazione del minutaggio dell’intero lavoro.
Perlomeno, i Backengrillen appaiono piuttosto consapevoli di tutti i limiti di questo debutto, riconoscendo in prima persona che si tratti complessivamente di un album molto poco ragionato e fatto istintivamente da onesti mestieranti professionisti a tempo perso. Da un lato, questa consapevolezza rimuove molte pretenziosità che solitamente rendono esperimenti di questo tipo particolarmente odiosi; dall’altro, ammettere la povertà intellettuale dell’intera operazione non li solleva però dalla colpa di aver deciso, nonostante tutto, di pubblicare questo materiale.
Il secondo album su cui il quartetto sta lavorando sarà dichiaratamente «less stupid, more ugly», ma sono parole vuote: è difficile fare un altro disco altrettanto stupido.

