CHAT PILE – WHO LOVES THE SUN
Quando i Chat Pile tirano fuori un nuovo disco, uno degli effetti collaterali più involontariamente comici è la reazione di critica e pubblico che tentano di giustificare l’ascolto millantando novità formali, evoluzioni stilistiche, maturazioni e altri paroloni della stessa sfera semantica. Dunque evitiamo di prenderci troppo in giro e parliamo un po’ rapidamente delle cose che Who Loves the Sun fa in maniera leggermente diversa rispetto a God’s Country e Cool World: il suono della chitarra di Luther Manhole aggiunge ulteriore riverbero e si fa più melodico, recuperando un po’ di quell’afflato deathrock che pervadeva ancora la musica sull’EP Remove Your Skin Please; la performance vocale di Raygun Busch si discosta in più occasioni dai latrati sconnessi di scuola David Yow che elargiva in abbondanza sui primi due album e acquisisce un’intelligibilità depressa e mortifera; di conseguenza, l’impatto generale del gruppo appare leggermente più edulcorato e soft. Alla luce di questi dettagli si possono maturare considerazioni estetiche e giudizi critici di vario genere – ma io vorrei piuttosto offrire altre riflessioni.
Per quanto mi riguarda, il fatto stesso che per parlare di Who Loves the Sun ci si tappi gli occhi e si cerchino affinità e divergenze tra un disco dei Chat Pile e l’altro è una sconfitta tanto del giornalismo musicale quanto del pubblico. È da anni che i Chat Pile si limitano a battere ogni angolo del panorama noise rock anni Ottanta e Novanta più abietto, riprendendone tecniche, formule e stilemi, riproducendole poi maniera tanto didascalica e pedissequa da scagliare l’ascoltatore con un minimo di coscienza storica in una sgradevole uncanny valley in cui tutti i segni dei modelli originali sono perfettamente riconoscibili, pur apparendo vagamente distorti da suoni più moderni o da (rarissimi) orpelli alieni come le metalliche linee di basso influenzate dai Korn. In ogni loro album, c’è il pezzo chiaramente Nirvana (per esempio, su Cool World c’erano almeno Shame, con l’intro che citava due o tre pezzi di Nevermind, e Frownland che mezzo mondo ha giustamente collegato a Scentless Apprentice), quello chiaramente Unsane (come Slaughterhouse, da God’s Country), quello chiaramente Jesus Lizard (e qua c’è l’imbarazzo della scelta, tra una Wicked Puppet Dance e una I Am Dog Now). Nulla nella musica dei Chat Pile è intrinseco dei Chat Pile: la loro figura è più che altro assimilabile a quella di un amanuense che replica con cura minuziosa i modelli di trenta o quarant’anni fa, occasionalmente spingendo di più su un filone anziché su un altro, ma senza mai far emergere una personalità inedita da ciò che suonano – e Who Loves the Sun non fa eccezione. Quando la componente gotica viene accentuata, il gruppo sembra semplicemente giustapporre il sound di God’s Country e Cool World a quello dei Bauhaus (eclatante su Same Rules) o a qualche linea di chitarra presa in prestito dai Sonic Youth di Bad Moon Rising (su Deep Blue); alla meglio, sembrano riscoprire accidentalmente la musica degli Stickdog con quarant’anni di ritardo (Intruder e Christabel ‘26). Quando invece i Chat Pile si spingono agli estremismi sonori di cui sono capaci, rifanno il verso ai Zeni Geva o agli Acid Bath (su PEN I S MALL – l’unico pezzo che ha un riffing abbastanza smaccatamente metal da poter essere descritto come sludge, e che è probabilmente il singolo momento dell’album in cui Who Loves the Sun sembra fare qualcosa per meritarsi l’ascolto). Altrove, più banalmente, i Chat Pile fanno la loro cosa che è la cosa di altri prima di loro: quest’anno il pezzo Unsane è Creatures, quello Jesus Lizard è Family Funeral, e questa volta abbiamo pure la parodia degli Swans folk sulla chiusura di October All the Time. Pretendere che una differenza tra Who Loves the Sun e Cool World o God’s Country vada attribuita a una reale evoluzione estetica del gruppo è miope, se non direttamente disonesto.
Avendo a propria disposizione un’unica ed estremamente elementare strategia per scrivere musica, ma decine di band e centinaia di dischi da cui attingere per metterla in pratica, non sorprende la relativa omogeneità nella qualità e nella professionalità dell’output dei Chat Pile. Il loro unico apporto effettivo è dato dalla scrittura dei testi di denuncia sociale, che – questa sì una caratteristica dei tempi attuali – sono sempre direttissimi, per nulla allusivi o anche solo ambigui, fatti su misura per il pubblico americano che è sempre più incapace di leggere tra le righe e decifrare messaggi meno che spudorati (ne parlavamo qua, ma state tranquill* che è una problematica che trascende il rock e il metal estremi e affligge anche generi come l’hip hop e il jazz). Noise rock prêt-à-porter da ogni prospettiva si voglia guardarlo, insomma, come da tradizione The Flenser; ma ai Chat Pile, alla loro audience, alla stampa midstream, va pure bene che il gotha del rock rumoroso e minaccioso degli anni Venti sia un semplice pantano di rimasticamenti e luoghi comuni. Anche questo forse è un segno dei tempi.

