SOLE & TELEVANGEL – DADS AT THE END OF THE WORLD
La carriera di Tim Holland Jr. (in arte Sole) nasce alla fine degli anni Novanta, al centro di uno dei movimenti più entusiasmanti della storia dell’hip hop. L’etichetta sperimentale Anticon, di cui è uno dei fondatori, ha rappresentato per me come per tanti appassionati del filone più astratto del genere una realtà fautrice di tanti capolavori. Se i cLOUDDEAD sono gli esponenti più importanti, molti altri gruppi composti più o meno dalla stessa cerchia di artisti, prima e dopo, hanno costruito un vocabolario hip hop senza compromessi, cervellotico ma anche emotivo, nato da una vera urgenza di smuovere le acque. Prima dei cLOUDDEAD c’erano i Deep Puddle Dynamics: Sole, Doseone, Alias e Slug, ciò che oggi definiremmo un supergruppo del rap underground. Mentre le loro prime registrazioni mostravano ancora una concezione acerba di cosa significava fare hip hop fuori dagli schemi, l’unico LP che pubblicarono (The Taste of Rain… Why Kneel?) è invece un prodotto riuscito e interessante dove beat lo-fi, accenti elettronici e campionamenti sfrigolanti fanno capolino tra nuvoloni di sintetizzatori ambientali. Sopra questo fondale, ciascun membro rovescia fiumi di immagini pittoresche, elucubrazioni sconnesse e storie strampalate, portando lo storytelling hip hop in una nuova direzione.
Una delle pietre angolari di questo circolo virtuoso, Sole, è sempre stato caratterizzato da un flow incessante, un rambling in continua tensione tra orazione e nevrosi. Tali attributi sono naturalmente presenti anche nei suoi dischi solisti del periodo: spiccano Bottle of Humans e Selling Live Water, esempi validissimi di un artista formato, un rapper dallo stile espressivo e personale mosso dal desiderio di restare indipendente e libero dai legacci formali dell’hip hop da classifica. Con queste premesse, qualche pontificazione di troppo e l’innegabile arroganza giovanile che traspare dai testi la si sopporta volentieri. La mia storia con Sole finisce poco dopo questa golden age della Anticon: in ordine cronologico, l’ultimo suo disco che sentii fu Live in Rome anni fa – un lavoro del 2005 che mi aveva interessato meno e, conseguentemente, che ricordo a malapena. Ciò gioca a mio favore nella misura in cui mi lega al fulcro di questo mio pezzo: mi sono trovato a sentire Dads at the End of the World, curioso di riconnettermi alla produzione corrente di un artista di cui ho saltato a piè pari più di venti anni di carriera.
In contrasto alla deriva drumless dell’hip hop alternativo contemporaneo – ossia beat scarnificati, percussioni leggerissime, giochi di silenzi e campionamenti rumoristi – Sole fa coppia col beatmaker Televangel e propone un boom bap elettronico fatto di progressioni armoniche emotive e melodie di sintetizzatore che mi hanno ricordato a più riprese una versione digitale del canto delle balene. L’impasto sonoro che ne deriva ha un bel bilanciamento tra modernità e old school, ma questa magniloquenza che permea praticamente tutte le basi finisce per stancare, facendole suonare troppo monocordi. Il flow di Sole è rimasto più o meno inalterato – un po’ più calmo e misurato, a testimoniare il passaggio degli anni, ma ancora col suo timbro particolare e la cadenza iconica che lo rendono uno dei miei preferiti. Tuttavia, oltre il lato tecnico una sensazione ha purtroppo preso forma pian piano durante l’ascolto, intristendomi e rendendo Dads at the End of the World nientemeno che deprimente. Facendo attenzione alle narrazioni di Sole, guardando l’insieme degli argomenti trattati e ciò che implicano certi toni, la prospettiva che ne deriva è ordinaria, la visione di un uomo del tutto normale; con qualche esperienza in più della persona media, certo, con la capacità di articolare meglio il proprio mondo interiore e le sue opinioni, ma senza caratteristiche che rendano la propria arte o personalità speciali in alcun modo. Non dico che ogni progetto debba essere la summa di ogni sfaccettatura dell’artista stesso, né che solo le persone straordinarie possono fare musica – ma in un disco pregno di streams of consciousness, dove la tua esperienza è narrata con poche sovrastrutture formali e in un registro oratorio, mi devi dare qualcosa che vada oltre il fatto che ami la tua famiglia, che sei stato male durante il COVID e che hai mangiato un buon pasto vegano da qualche parte.
Tutto ciò risulta deprimente perché, di base, l’impulso a identificarsi con l’altro è positivo: tutti noi vogliamo sentirci capiti, vogliamo familiarità e condivisione di esperienze e ideali. Eppure ciò che rende l’arte uno strumento così potente, almeno secondo la mia concezione della stessa, è raggiungere questa comunanza di temi e sentimenti attraverso filtri sorprendenti, magnifici, a volte perfino sublimi. Le emozioni alla base di tutti noi vengono messe a nudo passando per vie incredibilmente traverse, usando metodi che non saremmo mai stati capaci di immaginare, dando risultati totalmente inaspettati. Se quello che la tua arte suscita in chi ascolta è soltanto un “viviamo tutti la stessa vita” senza alcuna nota di meraviglia, o sofisticatezza, o poesia, allora resta solo il peso di venire a patti col fatto che le mie esperienze non sono poi così speciali, che i miei pensieri non sono poi così interessanti, che la vita non ha in serbo chissà quali sorprese. C’è chi riesce a ingoiare questa pillola: io preferisco di no.
