UNA DISCUSSIONE SUI GLASS BEACH

GLASS BEACH – PLASTIC DEATH

Run For Cover

2024

Indie Rock, Progressive Rock

DAVID: Secondo me Plastic Death è un disco davvero, davvero terribile. I motivi sono molteplici ma contribuiscono tutti a creare una gigantesca, intollerabile falla: totale randomicità creativa, che stride orribilmente durante l’ascolto tranciando alla base lo sviluppo di ogni idea o intuizione presente nell’album. I Glass Beach non sono stati capaci di scegliere né tantomeno assorbire correttamente le influenze su cui basano gran parte del nuovo lavoro, che pertanto suona come un continuo cozzare di rimandi a band distanti anni luce tra loro. Di per sé questa potrebbe anche sembrare una scelta coraggiosa, ma ciò che fa naufragare così tragicamente il processo è la natura dei gruppi a cui si rifanno. Ascoltando Plastic Death uno può sentirci dentro Tool, Radiohead (o Muse, nient’altro che gli emuli molto meno capaci dei Radiohead), progressive rock inglese à la Genesis, midwest emo stile Brave Little Abacus o American Football e persino il pop rock dei Queen. A prescindere dalle opinioni su queste band, credo sia innegabile che ognuna di esse faccia musica molto personale, peraltro con uno stile piuttosto ingombrante. Non solo: azzarderei che, qualsiasi sia il tuo gusto come ascoltatore, per apprezzare le caratteristiche positive di due o più tra queste band sia necessario ingoiare qualche boccone amaro a livello tematico, estetico o strutturale. Il piglio adolescenziale del midwest emo, le voci lamentose di Radiohead e Muse, le velleità musicali dei Tool o il glam vagamente posticcio dei Queen – tutte caratteristiche che nelle band sopracitate possono perfino risultare affascinanti, ma che in Plastic Death vanno invece a coalescere in un insostenibile horror vacui. Arpeggi sognanti, contorsioni prog, filastrocche pop, esplosioni metal, angolarità math rock e screamo si susseguono schizofrenicamente senza un vero motivo né un build-up appropriato, in un carosello di cattivo gusto dove non riesco a trovare una soluzione che mi intrighi o mi lasci soddisfatto. L’unica cosa consistente è il velo di grigiore acquatico che produzione e mixaggio impartiscono all’intero disco; questo aspetto avrebbe potuto funzionare (una sensazione simile me la danno i suoni di Rock Bottom, che adoro), ma sopra a una musica così vuota e nevrotica finisce solo per intristirmi ancora di più. 

EMANUELE: Per quanto mi riguarda, Plastic Death è un disco realizzato in maniera evidentemente erratica, immatura, qua e là pure approssimativa – nella seconda metà del disco in particolare la natura terminally online esplode in una serie di pezzi che sciorinano trovate anche molto stucchevoli, tipo puppy, 200, o cul-de-sac. Tuttavia è non solo un notevole passo avanti rispetto all’esordio (e anche grazie al belino, visto che the first glass beach album era davvero estremamente legata all’immaginario poppy di certo pop punk e midwest emo degli anni Zero, condito da una patina melodica stucchevole di esplicita ascendenza jigsaw pop), ma è pure un album che, con tutte le sue tendenze centrifughe, è capace di suonare divertente, caleidoscopico, qua e là non poco creativo: se è vero che il pacing della scaletta spinge al parossismo la schizofrenia stilistica inficiando sull’omogeneità estetica e concettuale, molti dei brani presi a sé stanti funzionano. Oltre ai riferimenti giustamente menzionati da te (più o meno tutti incontestabili) i Glass Beach sembrano muoversi con continuità con quel tipo di rock artsy che si colloca a metà tra il mondo del (nuovo) progressive rock e del punk/post-hardcore più adolescenziale (un ovvio riferimento sono sicuramente i Mars Volta, ma in generale molto del repertorio della Blue Swan Records sembra essersi infiltrato nella scrittura dei Glass Beach). E il così vasto stuolo di riferimenti alieni a questo microgenere (appunto il rock dei Radiohead del periodo di OK Computer, ma anche Jeff Rosenstock, i 100 gecs, appunto i Brave Little Abacus, etc. etc.) arricchisce di tridimensionalità e di colore i momenti migliori di Plastic Death, che possono essere rintracciati in brani di progressive pop cerebrale e proteiforme come coelacanth, slip under the door, rare animal, whalefall, e pure in un innocuo ma tenero numero acustico come guitar song. In generale, anche pezzi non del tutto riusciti come commatose sembrano deflagrare in ogni direzione con trovate sia ritmiche che armoniche molto curiose e con una ricchezza di timbri che spesso mette una pezza su scelte estremamente discutibili in fase di scrittura e di assemblaggio dei brani (concordo che a livello compositivo siano molto patchy e confusionari): nel caso specifico di commatose, per esempio, l’orrido tono delle tastiere e soprattutto il gusto quasi AOR dei lead di chitarra viene almeno compensato dalle evocative sezioni di matrice genesisiana, o dai break IDM che fanno capolino nella sezione centrale, o ancora da piccole trovate come la batteria che va quasi in blast beat verso il settimo minuto. È, in definitiva, un disco i cui difetti sono perlopiù imputabili a un coraggioso tentativo di esplorare oltre i confini del pop progressivo più frequentato in questi anni, pertanto vado volentieri oltre l’evidente frammentarietà del materiale e la tendenza al “where’s Wally?”-ismo di molti brani perché ritengo che il potenziale ci sia. È il gusto melodico che in molti casi mi perplime – e su quello credo che sia inutile sperare in un miglioramento. 

D: Il gusto melodico diventa quasi inevitabilmente poco incisivo in un lavoro così disarticolato, ma non è assolutamente la cosa che mi dà più fastidio. Per come la vedo io vari dischi con influenze prog, specie se incorporano un certo tipo di abrasione metal cervellotica, non hanno la “pazienza” di soffermarsi e giocare con una linea melodica abbastanza a lungo da farla permeare nelle orecchie di chi ascolta; cercano invece la sorpresa, continuando a costruire e aggiungendo idee sopra idee a gran velocità. A volte funziona, in questo caso non tanto ma appunto non è una delle cose che criticherei di più. La cosa che vorrei capire, conoscendo il tuo gusto da tanti anni, è cosa secondo te separa i Glass Beach da un disco a mio avviso simile come Part the Second dei Maudlin of the Well, che entrambi bocciamo. Porto questo disco come esempio perché si tratta di un lavoro che commette molti degli stessi errori di Plastic Death. Toby Driver cerca di virare via dalle logiche del prog metal introducendo componenti stucchevoli e in vari casi randomiche; è sicuramente meno schizofrenico dei Glass Beach, ma condivide un fondamentale fraintendimento di cosa ciascuna influenza dovrebbe apportare quando si va a costruire un pezzo. È il fatto che Driver indugi un poco di più su certe leziosità a rovinartelo?

E: Il riferimento ai Maudlin of the Well è molto azzeccato, perché quando parlo di scelte melodiche e timbriche stucchevoli è vero che i Glass Beach si avvicinano proprio a quello stile lì. Il punto chiave non è tanto l’indugiare o meno su leziosità formali (se non mi piacessero, potrei bollare come autoindulgenti molti dei dischi che amo) quanto lo spirito con cui questo viene fatto. I Maudlin of the Well, i Kayo Dot, e quasi tutto ciò su cui mette mano Toby Driver parte dal metal ma ha un’estetica grigia, seriosa, accademica nel senso più sterile ed essiccato del termine: ogni scelta formale viene fatta con la pensosità di chi è convinto di star elevando l’idioma estremo alle vette di musica più “alta” come la musica da camera o il jazz – non è così apparente su Part the Second forse, ma è il fil rouge che collega la poetica di molta musica su cui mette mano Driver. Il fatto che tutto sia eseguito in maniera infantile – nel senso: seguendo un’immagine monodimensionale di “maturità” e di “età adulta” che solo un bambino che ha fretta di crescere può avere – è ciò che davvero fa crollare tutto l’apparato musicale dei Maudlin of the Well. Invece nei Glass Beach, anche se da un punto di vista prettamente sonoro certe soluzioni sono simili, il fastidio viene di molto smorzato dal fatto che in nessun momento di Plastic Death l’ascoltatore viene indotto a pensare qualcosa del tipo: «senti a cosa potrebbe ambire la musica metal, se osasse pensare un po’ lateralmente…». La musica dei Glass Beach non prova a evadere dalla sua dimensione adolescenziale ma anzi la abbraccia pienamente, accogliendo lo spirito giocondo e ADHD del pop punk, dell’emo, dell’hyperpop: questo rende il loro genre-hopping e le soluzioni che adottano molto meno indigeste, colorate come un ottovolante piuttosto che rigide come un tronco secco. È un modo di intendere il concetto di sorpresa più genuino e amabile di quello che solitamente definisco (spesso proprio in relazione alla musica di Toby Driver) la più bassa forma di avanguardia possibile: tu non riscontri delle differenze di intenzioni e attitudine nei due approcci?

D: Sì sì, le riscontro di sicuro. Mi fa ridere perché di solito sono io quello più tendente a interpretazioni così ideologiche sulle intenzioni di un artista, o meglio a lasciare che esse inficino il mio apprezzamento della materia musicale, ma sicuramente concordo. Il problema di Plastic Death infatti non nasce tanto dalle intenzioni per me, nel senso se fai un disco e lo riempi di cose che semplicemente ti piacciono perché sei giocoso ho zero problemi e anzi apprezzo molto questa attitudine. Forse le cose stanno così: un disco così gonfio di roba per me ha un tipping point. Finché non lo raggiungi, le sensazioni che mi provoca sono magari assolutamente positive; una volta che esageri, però, è come se tutto il castello di carte crollasse, come se qualsiasi equilibrio venisse meno e il risultato mi sembrasse, appunto, soltanto un mucchietto informe di elementi. Ora, dato che io per mio gusto personale sono marcatamente meno vicino a queste timbriche e questi approcci rispetto a te, potrebbe darsi che io abbia minore tolleranza su come essi vengono pigiati insieme, e quindi ci troviamo di fronte a qualcosa che per me supera il punto di rottura e risulta inascoltabile, mentre per te non lo oltrepassa e rimane una cosa che puoi apprezzare. Immagino che se ci fossero meno influenze metal/prog e più influenze di folk à la Neutral Milk Hotel, per dirne una, forse i ruoli sarebbero scambiati. La cosa curiosa è che tu sei uno dei pochi in redazione che comunque gruppi cazzoni come i 100 gecs li odia, mentre io in quel caso riesco a trovare notevole potenza espressiva in quello che fanno anche se larga parte dei generi in cui si muovono mi fanno schifo (quell’emo da bambinetti, la roba anime tipo nightcore, il pop punk stile Blink 182). 

E: Sì, sicuramente il fatto che siano “le influenze giuste per me” inficia molto sulla mia tolleranza e sulla mia percezione che non raggiungano mai quel punto di rottura che menzioni: per dire, i 100 gecs scavallano molto facilmente visti i riferimenti e l’estetica che adottano e quindi anche se ideologicamente e concettualmente capisco bene il loro appeal su di te e Alessandro per me semplicemente diventano insostenibili. Non è un caso che i numeri che io trovo indigesti siano esattamente quelli dove la componente pop stile Everything Everything o (nei momenti più emo) My Chemical Romance e simili è predominante; pure i suoni ogni tanto suggeriscono quelle produzioni iper-sature massacrate dalla loudness war. Comunque c’è da dire che queste riflessioni ideologiche sono state fatte in maniera molto subliminale durante l’ascolto e le ho elaborate solo vedendo il fervido disprezzo da parte tua – mentre il disco andava mi limitavo a godermi le schitarrate cafone e metalliche di una slip under the door semplicemente perché mi piacevano, senza badare troppo a cosa c’era di diverso rispetto a cose che si muovono su binari timbrici simili ma che invece non mi piacciono. Parlandone con te più nel dettaglio riconosco certi limiti evidenti della proposta dei Glass Beach, ma dall’altro lato mettere più a fuoco le loro caratteristiche mi ha convinto ulteriormente della bontà di diversi aspetti del loro disco.

D: Eh, probabilmente appunto dipende dal fatto che non sei per niente affascinato da quel tipo di scena, e ci sta; uno cerca sempre di capire qual è il punto di un disco, di contestualizzarlo e di trovare lo spirito giusto col quale sentirlo, ma ovviamente il gusto personale rende alcune distanze incolmabili. Specie dopo che ne abbiamo parlato così anche io riesco razionalmente a capire come un disco del genere possa piacere, ma non sento di voler attenuare il mio giudizio negativo proprio perché boh, alcune cose mi sembrano comunque l’apoteosi del cattivo gusto, così come tu con i gecs. Il lato positivo è che un disco capace di suscitare una tale differenza di opinione in due persone appassionate e spesso concordi vale sicuramente la pena di essere ascoltato, fosse anche solo per capire dove non funziona. Plastic Death qualcosa in grado di separarlo dal mucchio di uscite insipide che sentiamo ogni anno, nel bene o nel male, ce l’ha. 

E: Chiaro. Sempre comunque forza Juve.

D: Forse, ma solo nella misura in cui ogni successo ci aiuta a trionfare in un’altra giornata di fantacalcio. 

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Livore Redazione
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