DIJON – BABY
Dijon è un musicista di Baltimora che ha raggiunto un discreto status nel panorama musicale americano, seguendo una crescita che è quella di tanti altri artisti un po’ per addetti ai lavori: si inizia con la comparsa su progetti di qualche act alternativo piuttosto in voga (nel suo caso i Brockhampton), poi in qualche playlist di gente che conta, poi finalmente arriva il lavoro per popstar grosse grosse, Charlie XCX, Bon Iver, Justin Bieber. Questa terra di mezzo, popolata di artisti capaci e ben inseriti nell’industria ma impossibilitati a sfondare davvero per ragioni di target e personalità, è un ecosistema soggetto a forti tensioni espressive. Si è così vicini a farcela per davvero, a entrare nelle grazie del grande pubblico, ma levigare ulteriormente certe componenti della propria musica e ampliare ancora di più il bacino di potenziali ascoltatori può voler dire incappare in una perdita di identità, far sciogliere le proprie ali di cera e scadere nell’anonimato.
Col suo secondo LP, Baby, Dijon ci mostra un po’ entrambi gli scenari: si tratta di un R&B senza dubbio personale, con elementi ipnagogici e glitch declinati creativamente, e un approccio programmatico che lascia appunto trasparire un’identità musicale per niente scontata (e, pertanto, probabilmente inadatta al panorama mainstream). Potremmo definire la musica di Dijon come un Frank Ocean lasciato sciogliere al sole – il debito verso le melodie e l’emotività stilosa dell’autore californiano è infatti enorme. Quando questa proposta funziona il disco è davvero interessante: campionamenti e manipolazioni sonore sono incorporati egregiamente nel classico cantato R&B fatto di falsetti, respiri e squittii che ha in Kiss di Prince l’esempio più celebre; vestita di rumori sintetici e glitch, la tensione prodotta da questo stile vocale così tipico del genere assume nuovo valore, spostando le sue coordinate dagli anni ‘80 all’elettronica del nuovo millennio. Si hanno così timbri che flirtano spesso con la deconstructed club, anche se usati poi in maniera totalmente diversa, e suoni esili che ricordano alla lontana una versione colorata di Burial. Questa commistione di soul, r&b e musica elettronica moderna non è senza precedenti; mi salta subito alla mente la (risicatissima) produzione di Jai Paul, musicista e producer londinese che una quindicina di anni fa sembrava destinato a riscrivere l’intero panorama R&B, ma che è poi praticamente sparito dopo appena un paio di singoli di successo. Nonostante l’esigua quantità di materiale pubblicato, al tempo il suo approccio al genere aveva fatto molto parlare, e in Baby pezzi come FIRE! sembrano rifarsi distintamente a quel sound. Dati tutti questi elementi interessanti, perché dunque avevo parlato di un duplice scenario, di una perdita di identità? Sfortunatamente, in varie occasioni il songwriting di Dijon non si rivela all’altezza della raffinatezza esibita nella produzione e nella gestione dei timbri. Oltre il già citato debito a Frank Ocean, in certi pezzi davvero troppo ingombrante, ci sono brani come Yamaha dove le melodie scadono in una catchiness davvero banale, che li fa sembrare poco più di musica da boy band. Non dico che questa piattezza melodica sia un tentativo cosciente da parte di Dijon di evitare rischi e allargare il suo appeal; credo però che restare troppo tempo immerso in un mondo con una concezione molto conservativa di cosa funziona e cosa no possa inaridire il sano estro artistico che spingerebbe alla ricerca di armonie meno immediate, o almeno di un paio di hook più sbilenchi, da inserire nel disco. Nonostante Baby contenga pezzi che mi trovo a voler riascoltare e rappresenti comunque un qualcosa di fresco nel panorama R&B contemporaneo, il cuore del disco rimane purtroppo eccessivamente ancorato a prodotti mainstream sentiti cento volte: le ali di cera si stanno sciogliendo.
