MATANA ROBERTS – COIN COIN CHAPTER FIVE: IN THE GARDEN…

Constellation

2023

Avant-garde Jazz, Jazz Poetry

Premessa: il progetto Coin Coin è una delle più importanti esperienze di incontro tra storiografia culturale e musica jazz dell’epoca contemporanea. Da più di dieci anni Matana Roberts narra storie personali ambientate negli Stati Uniti di un secolo fa, in cui si riflette come una stanza di specchi tutto il vissuto di sofferenza che le strutture di potere nella storia hanno imposto al popolo afroamericano, e in maniera particolare alle donne; sviluppando questo punto di vista, l’artista è capace di fornire una dimensione intimista e fortemente emotiva ad una storia di abusi sistemici, invitando allo stesso tempo ad individuarne le propaggini nella realtà odierna. Il dialogo tra passato e presente è incarnato con grande forza dalle sue composizioni, animate da un’ispirazione spesso sorprendente che evoca le più recenti avanguardie jazz insieme alle espressioni della musica afroamericana di inizio ‘900, arrivando anche ad allacciare folk e blues con post-rock e tecniche elettroacustiche. L’esordio della serie, Gens de couleur libres, è un intenso manifesto delle sue potenzialità, nonché uno dei dischi jazz più belli di tutto lo scorso decennio. Roberts ha prefigurato un lungo svolgimento per il progetto Coin Coin, che prevede sulla carta dodici episodi/album: è chiaro che non ci si può aspettare lo stesso livello di brillantezza in tutti gli snodi di un lavoro così prolungato e complesso. Tuttavia il precedente capitolo (Memphis) era un album maturo ed elettrizzante, capace di convogliare il proprio eclettismo in un impatto umorale tutto nervi e spirito, per un’esperienza di ascolto di quelle che lasciano il segno. Ecco che allora l’annuncio di questo In the Garden… si accompagnava ad una giustificata curiosità; purtroppo, nonostante la gestazione di quattro anni condivisa con il predecessore, questo quinto episodio risulta confuso e involuto.

La differenza più evidente rispetto ai momenti migliori della serie Coin Coin è la rigidità con cui parti vocali e parti strumentali interpretano il proprio ruolo. Eravamo abituati a farci trascinare dalla voce di Roberts, che spesso e volentieri sapeva farsi potentemente ritmica, o dissonante, o melodica; in questa occasione sceglie invece un approccio più misurato, narrando la storia alla base dell’album perlopiù attraverso uno spoken word denso di parole ma dal tono dimesso, come di persona che disegna una trama di ricordi parlando da sola davanti a uno specchio. La voce ha centralità narrativa ma è spoglia di musicalità. D’altra parte sull’assetto musicale si registra una quasi totale assenza di quelle mescolanze stilistiche che tramutavano un contenitore jazz in una serie di scatole cinesi, e che consentivano di riflettere con una vividezza quasi impressionistica le tensioni drammatiche che animavano gli album. Qui i pezzi sono come piccole nicchie rivolte ognuna all’esame di una sfumatura, un’idea, una disposizione, con confini regolari e ben definiti: la musica perde così potenza narrativa, diventando cornice. È come se l’arte di Roberts fosse stata sottoposta a un processo di shrinkflation, cercando di mantenere la propria espressività assottigliando al contempo molte delle componenti più caratteristiche: una scommessa rischiosa.Eppure la sostanza alla base ci sarebbe, perché Roberts esprime ancora chiaramente il proprio talento nel trasportare chi ascolta al cuore delle vicende evocate. Qui ripercorre la storia di una propria antenata, che coraggiosamente prese le distanze dal padre delle proprie figlie e dei propri figli trasferendosi con loro in un’altra città, ma morì poco dopo per le conseguenze di un aborto illegale. Dalle parole di Roberts si capisce che l’uomo apparteneva ad una ricca famiglia bianca ed emerge in maniera graduale ma chiara la gerarchia del loro rapporto: la concezione della donna come recipiente del piacere maschile, la discriminazione nei confronti di lei e della prole, la latente accusa di peccatrice di fronte al pensiero di ribellione. L’oppressione estesa al controllo predatorio della sfera sessuale è un tema che ha una propria storia nel jazz e ha trovato una delle espressioni più eclatanti in quella Driva’ Man che apre We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite, dove il fiero cantato di Abbey Lincoln pennella alcune chiare immagini di come lo sfruttamento delle schiave afroamericane da parte del padrone bianco contemplasse anche l’assoggettamento carnale e riproduttivo. Tutti questi aspetti vengono assorbiti nella narrazione della protagonista di In the Garden… mentre ricorda i passaggi della propria vita, ponderandoli con distaccata lucidità attraverso la triste consapevolezza della propria fine. L’idea di adattare lo stile comunicativo ad un’emotività meno roboante e più riflessiva per questo lavoro è quindi coerente e apprezzabile, soprattutto perché riesce ad affondare il colpo: difficile ascoltare un pezzo come (a)way is not an option e non farsi prendere alla gola seguendo il percorso di scelte orgogliose e disperate della protagonista, raccontate con una linearità disarmante che accentua per contrasto il dolore.

And so one day out of sheer desperation and a bubbling sadness
Letting my anxieties get the best of me
I devised a plan
At the library there was a long enough staircase that, if I positioned myself just right, I could roll down the steps accidentally ending my predicament in a matter of minutes
I wasn’t showing just yet and it sounded like a feasible option

And so I did just that
The pain was unbearable, the bleeding was profuse, but I thought that was a good sign, that all had worked
And eventually the bleeding did stop…

Roberts sceglie però di disporre la narrazione in lunghi blocchi di spoken word a sé stanti, che in un disco così profusamente raccontato si susseguono con una certa pesantezza; per rimediare allora accentua una tecnica già vista negli scorsi dischi Coin Coin, ovvero prendere una o più frasi enunciate in prima battuta e ripeterle in diversi punti come linea tematica intorno a cui organizzare i ricordi. Il fatto è che stavolta perde il senso della misura, aumentando sia la dimensione del segmento riproposto sia la sua frequenza, e apponendolo pedissequamente al termine di ogni brano dove appare la voce della protagonista. La prevedibilità e il volume dell’iterazione non fanno che accentuare il senso di ripetitività e trasmettono la sensazione di un’idea ormai consumata. Ma questi elementi potrebbero essere marginali, se ci fosse un solido impianto musicale a supportarli e a sparigliare le carte. Invece il problema principale sta proprio qui, nell’indecisione e nella scarsa ispirazione della materia jazz con cui viene costruito In the Garden….

Uno smacco arriva già alla prima transizione del disco, che si apre tra note dronanti di sassofono introdotte da un sipario di cembali; quando fanno il proprio ingresso le note più acute di un flauto, incalzanti quanto il ritmo di batteria che le accompagna, si forma una bella progressione che fa pensare ai primi Pyramids e che ci ingolosisce per i successivi sviluppi. Invece, semplicemente, termina tutto: c’è un piccolo intermezzo che potrebbe tranquillamente essere una registrazione interrotta di una session di prova, e all’inizio di unbeknowst l’atmosfera è già completamente cambiata. A cosa è servito? Le prime parole di Roberts, proprio su unbeknowst, sono sostenute da un andamento elegiaco che abbiamo mandato a memoria sui dischi dei Dirty Three, con il violino in primo piano; ma quando sfumano gli archi ci ritroviamo in una zona ancora diversa, dato che la veste di predestined confessions è un free jazz con contributi minimali di piano e percussioni tutto orientato alla forte compresenza di due fiati con un insistito bordone ronzante in sottofondo. Niente di rilevante, a dire il vero; se pensate a una pallida imitazione di Don Cherry, non andate molto lontano. Poco più avanti, a caged dance esplora una dimensione che finora non associavamo all’arsenale dei concept di Roberts, cioè il focus sullo strumento solista: uno dei pezzi più lunghi del disco è un riflettore puntato su un sassofono che da solo fende il silenzio con la morbidezza delle proprie note, mancando però della lucentezza melodica o delle intuizioni cromatiche capaci di rendere memorabile la propria performance. Un altro passo nel percorso dell’album ed ecco che su enthralled not by her curious blend si fa strada la componente elettronica, con un humus di synth percorso da piccoli fremiti che ben presto si rivela un semplice telo atmosferico su cui stagliare lo spoken word, non senza l’apparizione in coda al brano di un sax dal sentore ottantiano. 

Se leggendo vi è venuto il mal di testa, avete avuto una buona impressione del frullìo di spunti, idee, stili che appaiono già solo in metà disco. Purtroppo, il tutto è immerso in un circolo vizioso per cui la grande frammentarietà rende monca ogni possibilità di sviluppare un discorso musicale più compiuto, e l’impalpabilità con cui sono intraprese molte di queste direzioni non permette di avere passaggi solidi a cui appigliarsi. Pur avendo a disposizione un ensemble più ampio e composito rispetto all’album precedente, Roberts non riesce ad organizzare il potenziale a propria disposizione in un suono coeso. Va comunque segnalato il buon contributo del violino di Mazz Swift, che offre a più riprese consistenza melodica e dinamica e si fa notare in particolare per la fluidità del dialogo con il sassofono nei richiami folk della bella how prophetic; ma non basta. Viene da pensare ad un altro disco di quest’anno, Requiem for Jazz di Angel Bat Dawid, che sulla frammentarietà imbastisce un approccio programmatico per creare una rete di espressioni musicali e popolari della tradizione afroamericana; pur veicolando un messaggio tutt’altro che originale, sicuramente lontano dalla ricchezza delle tecniche comunicative di Roberts, quell’album funziona meglio rispetto a questo perché le sue varie parti parlano un linguaggio comune.

Ad un certo punto, però, anche In the Garden… sembra trovare la quadra. shake my bones riesce a coniugare il linguaggio free con un’armonia nell’esecuzione d’insieme che non sarebbe dispiaciuta ad Ellington, un pezzo nitido nella propria bellezza e chiarezza d’intenti; è seguito dall’emotività viscerale della già citata (a)way is not an option, il momento di maggior coinvolgimento drammatico del disco. Il ritorno delle percussioni metalliche e dei sintetizzatori, stavolta maggiormente dettagliati in un mare di suoni oltremondani, dà un cambio di contesto perfetto per inscenare la realizzazione improvvisa della morte della protagonista, che ci sta parlando dall’aldilà. L’insieme sa essere sinceramente commovente, ma dietro l’angolo si annidano i difetti di sempre. Dopo note dissonanti di sax arrivano minuti e minuti di declamazione dello stesso segmento, sempre lo stesso, ripetuto ancora e ancora fino a renderlo indistinguibile da tutte quelle forme di sloganismo che da anni banalizzano i messaggi nella musica militante; il disco termina su una musica che vorrebbe essere enfatica ma si disperde nella vaghezza di una ripetitività senza sbocchi, l’opposto di un climax.L’abbiamo scritto e lo ripetiamo: in un percorso artistico prolungato nel tempo è fisiologico che ci siano passaggi più ispirati ed altri meno, per cui è lecito attendersi da Matana Roberts altri picchi di creatività senza la pretesa che la magia si ripeta ad ogni disco. Conosciamo il suo talento e la validità del lavoro che sta portando avanti, seguiremo sicuramente gli sviluppi del progetto Coin Coin; semplicemente, possiamo già dire che In the Garden… non sarà tra gli episodi più memorabili.

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto