MARY HALVORSON – AMARYLLIS & BELLADONNA

Nonesuch

2022

Avant-Jazz

Mary Halvorson è, probabilmente, la chitarrista jazz più originale di questi ultimi anni – e l’articolo femminile non deve lasciare pensare che i possibili termini di paragone siano ristretti solo a musiciste donne. Il jazz del nuovo millennio non è stato di certo parco di chitarristi creativi e capaci di elaborare un idioma personale e riconoscibile allo strumento, tra istituzioni ancora attive come Nels Cline e Bill Frisell e musicisti di più nuova generazione come Miles Okazaki (su cui abbiamo già speso qualche parola) e Ben Monder; eppure, nessun* ha sviluppato il lirismo e la capacità comunicativa di Halvorson. Con uno stile comunque labirintico e cerebrale che tradisce il suo apprendistato Anthony Braxton, Mary Halvorson è riuscita a portare in un ambito jazz (o, meglio: riconosciuto come jazz) il piglio giocoso dell’indie rock più sghembo degli anni Novanta e Duemila e l’intima dolcezza dei momenti più soffici della carriera post-incidente di Robert Wyatt. Non a caso, l’abbiamo volentieri inserita nella nostra lista dei migliori dischi del 2021 (e sarebbe apparsa pure in quella del 2020 e del 2018 se ai tempi non ci fossimo dati alla macchia).

Quest’anno, Halvorson è tornata sulle scene con Amaryllis e Belladonna, usciti lo stesso giorno e pensati, nonostante la differenza di organico, intenti e strategie compositive, come le due metà di un unico doppio album; insieme, rappresentano uno dei suoi progetti più ambiziosi come compositrice. Da un lato c’è Amaryllis, disco di jazz proteiforme e inclassificabile concepito per un sestetto comprendente chitarra, tromba, trombone, vibrafono, basso e batteria, che nella seconda metà del disco si arricchisce ulteriormente del quartetto d’archi Mivos. Di fatto, siamo di fronte al più vasto organico per cui Halvorson abbia mai scritto musica. D’altro canto, Belladonna – suonato interamente da chitarra e quartetto d’archi (anche qui, il Mivos Quartet) – rappresenta il suo primo esperimento con una formazione di impronta cameristica e musicalmente flirta con il terreno della musica contemporanea.

Ma, oltre che differenti stilisticamente, Amaryllis e Belladonna sono anche sensibilmente distanti dal punto di vista della qualità del materiale. Il primo, se non fosse per l’assenza della componente vocale che priva la musica di quel sapore più proggish, potrebbe provenire benissimo dai Code Girl, anche per la presenza in entrambe le formazioni di Adam O’Farrill e Tomas Fujiwara. L’ovvio corollario di questa premessa è che Halvorson si trova in una sorta di comfort zone in cui sa muoversi con dimestichezza ed esperienza, alternando con sapienza temi trascinanti e anthemici (come quello, bellissimo, enunciato dalla chitarra e ribadito dalla tromba con cui Night Shift si apre ex abrupto) e momenti più astratti e sfilacciati, giocati tra dissonanze dei fiati e duetti della batteria di Fujiwara e il vibrafono della sempre eccellente Patricia Brennan (è questo il caso di Anesthesia). Magari Amaryllis non sorprenderà come i dischi in cui Halvorson ha affinato la sua poetica – cioè Code Girl e Artlessly Falling -, ma colpisce per la sua capacità di coniugare complessi intrecci ritmici e bizzarre associazioni timbriche con temi a loro modo memorabili e accattivanti: si senta sulla title track come il tono della chitarra della leader straniante e tenue, ma storto come una corda in procinto di spezzarsi, si sposa con la voce decisa e hubbardiana della tromba di O’Farrill, o ammorbidisce gli arzigogolati riff del contrabbasso di Nick Dunston con il contributo del vibrafono. È una magia che si perde parzialmente nella seconda metà – non a caso, quella in cui si inserisce il contributo del Mivos Quartet. È come se Halvorson fosse ancora poco avvezza alle possibilità (ma anche al ruolo e alle limitazioni) del quartetto d’archi e fatichi a trovarvi una collocazione all’interno della propria musica senza snaturarla. Quando questo viene messo in primo piano, le composizioni di Halvorson rallentano, si fanno meno intricate ma anche meno stimolanti, vengono ricoperte di una sorta di melassa laccata che anestetizza lo stile di per sé molto frizzante della leader; quando questo si nasconde nelle retrovie con pizzicati subliminali o addirittura tace del tutto, lasciando i riflettori all’estro della chitarra (sia su Hoodwink, che su 892 Teeth) il disco sembra invece risvegliarsi dalla sua letargia.

Con queste premesse, non viene difficile cogliere cosa invece vada storto nel gemello Belladonna. Il sentiero stilistico su cui si muove questo secondo disco è quello di una musica da camera austera, piuttosto affrancata dal jazz, di cui al massimo può richiamare alcuni degli episodi più accademici del mondo AACM (qua e là, sembra di scorgere l’influenza dell’Anthony Davis di Variations in Dream-Time e Undine). È una mossa coraggiosa, e talvolta sa anche ripagare il rischio: le parti di chitarra, che giocano con tremolo, dissonanze e armonici di vario genere quasi a imitare le tecniche per violino (strumento che peraltro Halvorson suonava, prima di divenire chitarrista), sarebbero interessanti già di per sé, ma nella seconda metà di Moonburn o sulla title track trovano anche un terreno comune con cui instaurare un dialogo efficace con le partiture degli archi. Per la maggior parte del tempo, però, la scrittura per l’ensemble da camera si adagia pigramente su un sentimentalismo narcolettico e anemico, avvolgendo i brani in un torpore che viene spezzato solo occasionalmente da qualche invenzione strumentale della leader. Pure su Haunted Head, che con i suoi oltre dieci minuti di durata dovrebbe essere il pezzo chiave del disco, il delicato arpeggio dal sapore folk rurale in apertura e lo sghembo assolo di chitarra rimangono da soli a fornire qualche elemento di interesse – e in questi momenti gli archi fanno ben poco per aiutare lo strumento solista a dare pepe alla composizione.

Complessivamente, Amarillys e Belladonna sono una curiosa novelty nella discografia di Mary Halvorson, e potrebbero magari essere sorvolati. Singolarmente, però, rappresentano rispettivamente un disco non troppo distante dalle vette finora mostrate da una delle strumentiste più creative del jazz del nuovo millennio, e un esperimento che, per quanto sicuramente non riuscito, apre la sua carriera a un nugolo di nuovi sentieri e possibilità inedite: a loro modo, sono consigliati entrambi.

Condividi questo articolo:
Emanuele Pavia
Emanuele Pavia