CONTAINER BELLO

IL LABORATORIO D’OMBRE DI FLORENT GHYS

FLORENT GHYS – MOSAÏQUES/RITOURNELLES

Cantaloupe

2022

Avant-folk, Sound Collage

“I just wanted to make something that sounded great, so I spent a lot of time studying the sound of my bass — analyzing it, making sample libraries, recording it — and then studying the different microphones, different rooms, different basses too. So it really started from the sound, and then adapting my audio-visual ideas to that”

Non potevo non truffarvi nelle prime righe della recensione con una citazione dell’autore del disco che descrive lettera per lettera che cosa abbiamo davanti. Usciti verso fine maggio per Cantaloupe, i due dischi gemelli Ritournelles e Mosaïques condividono una stessa ambizione: lasciare ai posteri una libreria di suoni splendidi architettati da Florent Ghys, autore, contrabbassista, compositore. Se Ritournelles è l’anima organica ed elettroacustica del progetto (è disponibile all’acquisto solo in CD, del resto), Mosaïques ne è la controparte digitale ed elettronica; per comodità il pezzo lo scrivo su entrambi i dischi. L’approccio estremamente concrète di Ghys non è esattamente una novità nella storia della musica, né dal lato delle avanguardie che manipolano e studiano il suono da poco meno di un secolo né dal lato della musica più popolare che nei decenni passati si è confrontata più volte con il suo racconto più palpabile. Questa collocazione non impedisce a Ghys di costruire il suo doppio disco, che all’ascolto è veramente impressionante e, nei limiti dell’esperimento, anche piuttosto emozionante. La concrezione sonora ricercata nei brani e nei singoli colpi d’orchestra fa da mattone per un’operazione costruttiva non da poco, che nel suo percorso fortemente sincopato e irregolare riesce a riunire brandelli sonori in un caleidoscopio cubista laddove prima si vedevano e ascoltavano solamente materiali sonici in serie. Il laboratorio di Florent Ghys e dei suoi ospiti è un interessantissimo mercato di sample e timbriche che si venderebbero molto bene in alcuni dei dischi che hanno fatto la storia dell’ultimo decennio, dall’elettronica progressiva di Shackleton, Lopatin e Holden fino a un altro lato della barricata, il folk elettroacustico di David Garland o Stephan Meidell (tutti nomi emersi nelle nostre classifiche). La resa dei dischi è collosa, collagistica e strutturata con tecniche variopinte, pezzi di telefono, vocalizzi in gran fila, scambi e contatti tra l’anima elettronica e quella acustica. Ritournelles insiste per lo più sul taglio di luce che accarezza gli archi e la voce alla ricerca del punto focale, dell’interplay nei quali vuoti è possibile generare scampoli di timbro che possano suonare alieni – ne abbiamo le testimonianze più riuscite in Véranda e Maximum, delle scene strumentali che spiazzano un rotondo minimalismo di archi e corde grazie a delle basi downtempo che rimescolano il mazzo; ma anche le accozzaglie distrutte di cori che si possono ascoltare in Quatre Fromages o Téléphone sono momenti importanti. E perché ascoltando la chitarra di Petite Viennoiserie la prima cosa che viene in mente è Needle in the Hay di Elliott Smith? Quando parte questa riflessione è chiaro che l’obiettivo di arrivare ai suoni giusti è stato raggiunto. 

Dall’altro lato del mondo, ma con le stesse tecniche, troviamo Mosaïques, che apre le danze con Hana, uno splendido corale spezzato di spoken word robotici e invasi dagli archi di Ghys. Se già Ritournelles era un lavoro molto valido è con Mosaïques che il cuore viene gettato rovinosamente oltre l’ostacolo: il lavoro di Ghys è ufficialmente entrato nella contemporaneità fragorosa di quell’elettronica glitch-sperimentale che va dalla deconstructed club alla velleità scultorea che abbiamo già visto quest’anno con Crease. Il background cameristico di Ghys impedisce derive troppo scomode e occhiolini particolari alle bombastiche trovate hyper o industriali di questo tipo di musica: in questo modo il compositore di Bordeaux riesce a concentrarsi pienamente sul suo obiettivo senza scendere a compromessi. La linea di composizioni do-it-yourself spazia dalla folla di bollettini di Météos alla rumba schizofrenica di Usurp, un vero esemplare di constructed club music, che arriva per addizione a miracolare un pezzo ballabile; ci si perde senza speranza nella fantasmatica Party, un mucchio di contrappunti da incubo che non guasterebbe in un montaggio delle Backrooms e allo stesso tempo si rimane sbigottiti da quanto un brano libero e disordinato come Comrades possa essere un vessillo di speranza solo grazie alla progressione armonica disegnata dai campionamenti che s’affastellano alla bell’e meglio. Ognuno dei due dischi sommerge l’altro in una foschia nostalgica: dimenticare Ritournelles significa perdere la dimensione suscitatrice e sorgiva in cui si riversa quel folk a metà via tra l’elettronico e il primitivista; abbandonare, però, il retrogusto di Mosaïques, significa tappare le orecchie all’elemento distopico e cyber che vena l’esperimento e che ne fa il volto più contemporaneo e sviluppato. Questa dinamica fa sì che il doppio disco di Florent Ghys sia destinato a scivolarci di mano ogni volta che vi ritorniamo, come un’ombra che svanisce dalla nostra visione periferica quando ci gettiamo su di essa con lo sguardo. Solo rispetto per chi quest’ombra riesce a manipolarla, portandoci un’indagine, aprendoci il suo laboratorio.

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Alessandro Corona M
Alessandro Corona M