KUCWINY THEATRE INDUSTRY – LUO SOUND OF THE ALUR
La settimana scorsa la Nyege Nyege ha fatto uscire un disco di quelli che per uno che cerca musica nuova ossessivamente fanno un po’ l’effetto dell’oasi floreale tra le dune del deserto. Trattasi di un’esibizione registrata en plein air in un piccolo villaggio della diocesi di Nebbi dai Kucwiny Theatre Industry, un gruppo di giovani musicisti del popolo nilotico Alur. Gli Alur sono un gruppo etnico che risiede tra il nordest dell’Uganda e il nordovest della Repubblica Democratica del Congo, le cui origini risalgono al XV secolo e il cui regno è costituito come istituto culturale in Uganda (senza potere politico effettivo). Parte del loro patrimonio è una danza reale che si chiama Agwara, che solitamente parte durante le competizioni e le celebrazioni che si svolgono alla presenza del Re: Luo Sound of the Alur porta in cuffia la colonna sonora della danza, che viene messa in scena da un set di corni di lunghezze e materiali diversi, che vengono suonati a singhiozzo (cf. l’hoquet della nostra musica medievale) e che anche questi sono chiamati agwara. Il tutto si chiude con un accompagnamento eseguito da un coro di genere misto e da una singola linea percussiva.
Non fa malissimo chi scrive il presskit a tirare in mezzo i giganti del minimalismo occidentale (Terry Riley, Steve Reich, Julius Eastman) per marcare il tipo di scheletro melodico su cui costruisce l’ensemble di Kucwiny, ma limitarsi alle riletture statunitensi delle ritmiche tradizionali centrafricane lascia anche un po’ il tempo che trova. Certo, equipaggiarsi di quella disposizione ad essere sintonizzati con i movimenti circolari della musica è sicuramente un vantaggio, dato che le varie declinazioni dell’Agwara del disco richiedono un ascolto più istintivo che analitico. Però l’interplay tra le frequenze basse coperte dai corni agwara e quelle medio-alte coperte dal coro dell’ensemble ha un carattere molto specifico: i corni, con i singoli soffi che stantuffano una nota alla volta fanno emergere una polifonia di base, mentre il coro copre tutto l’etere rimanente con una larga macchia scintillante, ripetitiva e amorfa da cui occasionalmente partono strepiti e ululati più infervorati. Il modo in cui la struttura circolare viene riempita fa tutta la differenza, soprattutto nel caso di brani lunghi e ispirati come la opener ipnotica Ay Iwanga e l’esplosiva, esilarante Watimu Ni Mungu.
L’impatto di una musica così vorticosa lascia tante domande su come funzioni il tutto, quanto ci sia di preparato, quanto di improvvisato, quanto di codificato e stabilizzato da generazioni e generazioni di danze e accompagnamenti, oramai profondamente inculturate nel modo in cui gli Alur affezionati a certe delle loro tradizioni pensano la musica e se la rappresentano come soundtrack della loro vita quotidiana – come io lo faccio con altra roba dell’Italia (e del sud Italia). Come al solito, rimane anche un grande spaesamento su quanto i suoni folk di gruppi etnici operativi in zone molto specifiche del mondo possa intrecciarsi con il resto delle pieghe dell’arte planetaria, tenute ferme le somiglianze ma lasciate libere le differenze. Entrare in contatto con il singhiozzo rattrappito dei corni agwara non era nel mio bingo per il 2026, e il fatto che Nyege Nyege sia riuscita a spingere la Kucwiny Theatre Industry fino a qui facendosi forte del suo street cred sulla scena internazionale non può che confermare quanto prezioso sia il lavoro sul campo di certe realtà. Il caos luminoso di Luo Sound of the Alur mi ha conquistato dal minuto uno, e non ho troppi dubbi che faccia lo stesso con chiunque altro sia dotato di uno stomaco in cui possa vibrare la musica della Agwara. Non ho nemmeno troppi dubbi, arrivato al sesto ascolto, che un interplay così affascinante come quello dei corni possa far sembrare ogni replay vagamente diverso e obliquo, fornendo una fonte inesauribile di esperienze sonore e riflessioni embodied. Rimane il dubbio su cosa ci dica questa fame di tradizione – qualsiasi tradizione – sullo stato dell’arte di un’industria musicale ormai totalmente fuori controllo. Ma di questo parleremo a fine anno, in una classifica in cui la Kucwiny Theatre Industry farà sicuramente la sua meritata comparsa.

