Poco più di un anno fa è nata mia figlia. Penso di averlo già detto in qualche post qui su Livore, ma rincarare la dose e farvi sentire l’implacabile scorrere del tempo sulla pelle è importante per me – ne traggo un piacere quasi carnale. Al netto del sadismo, però, la genitorialità mi ha colpito come un treno; centomila preoccupazioni nuove, impensabili, per cui ogni cosa del vivere quotidiano deve essere riparametrato per stare dietro a ‘sto scricciolo di umano che tu e la tua compagna vi portate dietro un po’ alla volta. Penso che niente di quello che scriverò o dirò o farò sarà mai abbastanza per ringraziare e celebrare come mia moglie abbia resistito stoicamente in questo anno alla mia inettitudine e alle mie inevitabili assenze nei confronti di questa piccola cosa luminosa che è nostra figlia.
Fatto sta che, dopo qualche mese di routine minima, mi sono ritrovato anche io a gestire la bimba. Dato che sono sicuro che il 99% dei lettori di Livore non si troverà in questa situazione nel futuro prossimo, vi posso muovere dadsplaining e confidarvi con tranquillità che stare dietro a una bambina molta piccola (e molto vivace) vuol dire avere costantemente occhi e orecchie liberi; bisogna essere svelti come un gatto, specialmente quando si notano i primi esperimenti nel movimento, per evitare collisioni e cadute. Ora, fare l’autore su di un sito che parla di musica richiede proprio l’opposto di tutte queste condizioni. Ma anche solo ascoltare musica richiede una concentrazione degli stimoli sensoriali assolutamente inconciliabile con l’essere diventato papà.
Dozzine di lettori a questo punto obietteranno che è in realtà è tutto possibile, che anzi la musica è una parte integrante della giornata di un bambino, che sviluppa le attività cognitive e altre argomentazioni scolasticamente ineccepibili. Ma io non ascolto un brano di Mozart dodici volte (se va bene) in un giorno; non l’ho mai fatto e non ne vedo il senso, visto che mia figlia perde interesse per qualsiasi cosa stia facendo dopo un massimo di due minuti. L’unico momento in cui è possibile concentrare la sua attenzione e le sue orecchie è nel momento immediatamente precedente al sonno: 10-20 minuti in cui, mentre viene cullata, è più o meno in mano tua con una minima possibilità di opposizione.
Questo momento non è stato sempre così corto. Ma la scelta del sottofondo musicale è ricaduta quasi immediatamente su Bob Marley.

Si è scritto già su queste pagine di come il reggae sia un genere che esonda rapidamente in una monotonia insopportabile, di come la sua forma più pura sia profonda quanto una pozzanghera; ma un po’ per disperazione, un po’ perché stavo seguendo pedissequamente un celebre manuale per neopapà scritto negli anni Novanta che spiegava le ragioni per cui invece quella musica era perfetta, ho voluto fare un tentativo. E ha funzionato.
Le stesse ragioni per cui sentire le chitarre in levare, gli Hammond col rotary a palla, i riddim di batteria e di basso e tutti gli inni a Jah per più di cinque minuti procurano nell’ascoltatore adulto medio un pericoloso dolore genitale, indipendentemente dal sesso, sono esattamente le stesse ragioni per cui Bob Marley è diventato perfetto per il momento della nanna. Cinque minuti di pezzo che prosegue ipnoticamente sugli stessi binari fanno, a quanto pare, miracoli sul cervello dei bimbi piccoli, che fanno invece molta fatica a registrare e associare situazioni di relax a complessità e frequenze medio alte. Un po’ come dire che tutti quei gran discorsi che vi hanno fatto sulla musica classica suonata per i più piccoli siano in realtà una boiata bella e buona: difficile calmarsi se senti un suono di violino che pare una zanzara.
Ecco, mentre mettevo su per la duecentesima volta Buffalo Soldier, mi sono reso conto di qualcosa: c’è un fraseggio di piano di mezza battuta in uno dei ritornelli, bassissimo nel mix. Una di quelle cose a cui manco fai caso in un pezzo che è così esplosivamente dinamico, tra gli ottoni, le percussioni, i cori, e tutti gli Wailers che danno il meglio di loro stessi per produrre l’ultimo grande singolo di Bob Marley. O forse lo vedevano come il primo mattoncino in una lunga carriera di ripescaggi dagli archivi e mangiare ancora un po’ su una leggenda della musica internazionale, boh. Fatto sta che quelle due note in croce di pianoforte, mentre avevo in braccio mia figlia e la cullavo, mi hanno mandato in orbita.
Abbiamo parlato già su questi lidi di riascoltare i dischi e di ascolto verticale: ma l’ossessione è qualcosa di cui raramente abbiamo discusso. Ecco, da quel preciso momento mettere su Bob Marley non era più un momento usato solo per dare il colpo di grazia a una neonata; era un istante preziosissimo di ascolto attivo, senza nessuna distrazione, in cui poter scavare e dissotterrare qualsiasi imperfezione, piccola aggiunta o variazione sul tema e trarne immensa gioia. Questo anche a fronte di un periodo, coincidente con la nascita, in cui ho fatto immensa fatica con ognuno dei pochi nuovi ascolti che provavo a inserire in una rotazione audio, da sfinire in quei pochi momenti in cui non c’era niente da fare (e non c’è quasi mai niente da fare).
Fortunatamente, Buffalo Soldier non è l’unica canzone con cui ho messo mia figlia a letto in questo anno e passa. Muovendosi progressivamente, come un sasso che produca l’effetto di un’onda in un laghetto, le scelte musicali si sono allargate. Positive Vibration (nella versione live da Babylon by Bus), Exodus dallo stesso disco, No Woman No Cry, Roots Rock Reggae – ovviamente anche queste due in versione live: forse le piacciono gli applausi – e da lì abbiamo preso il volo andando a pescare in tutta la discografia di Bob Marley; si sono creati anche piacevoli invasioni di grandi classici nostrani (La Casa di Endrigo, La Gatta di Paoli), sono riuscita ad addormentarla almeno una volta con Leonard Cohen (Suzanne), Bob Dylan (Idiot Wind, vai a capire) e Joni Mitchell (Help Me). In una circostanza è bastato mezzo raga di Ravi Shankar, in un’altra canticchiando il tema di Surf di Pokémon Oro, e abbiamo prove video di lei che sonnecchia tranquilla davanti a un DJ set di musica funky anni Settanta. E in tutte queste occasioni, l’ascolto ripetuto ad libitum ogni notte, a ogni sonnellino, è stato un prezioso momento di ascolto in cui captare cose nuove da canzoni che pensavi avessero detto tutto quanto alla fine del primo play. Ad esempio, la versione di Exodus a cui ho accennato sopra è forse il momento più vicino alla dub in tutti i dischi di Bob Marley che abbia mai ascoltato, specialmente nel bridge. La versione live al Roxy di Roots Rock Reggae ha una coda con un vocalizzo glorioso in odor di Nina Simone. L’assolo di No Woman No Cry è più intricato ritmicamente e melodicamente di tantissimi altri pezzi classici da radio rock, e con il tempo mi sono riconvertito nel pensare che sia veramente un Classico, di quelli con la C maiuscola, della musica pop del secolo scorso.
Forse la cosa più bella è vedere che, anche mentre è sveglia, adesso ascoltare la musica è un momento che si può condividere; non che ci faccia ancora molta attenzione, eh. Di certo non era interessata a Up on the Sun dei Meat Puppets o a Zombie di Fela Kuti, quando mettevo su i dischi dall’altoparlante del cellulare. Immagino che dipenda anche dal fatto che l’esperienza sia scollegata dalla materialità di un oggetto a cui fare riferimento: a riprova di questo, uno dei suoi giocattoli preferiti è un telefono che suona piccoli spezzoni di brani di musica classica (e una canzone di quella che credo sia una girl band cinese). Ma Bob Marley è ancora un porto sicuro in cui approdare, su cui soffermarsi e, soprattutto, riposarsi: così tanto che adesso basta che io e mia moglie cantiamo le canzoni, nel silenzio della camera da letto buia, senza nemmeno il sottofondo dell’originale, per farla crollare. E noi adulti ce la ridiamo sotto i baffi, stremati e felici tanto quanto lei, mentre cantiamo un assolo di chitarra con un wahwah esagerato o mentre armonizziamo i cori a due voci sussurrate. Chissà che, quando sarà grande, non vada in letargo la prima volta che sentirà una band di ragazzini suonare una brutta versione di Jamming. O, anche meglio, che abbia il buon gusto di intimarli a smettere.
