ZU – FERRUM SIDEREUM
Gli Zu sono senza dubbio tra le più originali e importanti realtà musicali del Belpaese. Il loro strano ibrido tra forme metal e jazz è stato un fortunato incidente che ha avviato una carriera lunga più di venticinque anni, in cui Massimo Pupillo, Luca T. Mai e Jacopo Battaglia hanno avuto la possibilità di collaborare con grandi sperimentatori del rock internazionale come Mike Patton, i Ruins, Damo Suzuki e tanti altri. Nel 2010 Battaglia ha lasciato la band, ed è poco dopo questo momento che ricordo di averli visti in concerto: gli Zu, che a quell’epoca avevano reclutato Gabe Serbian dai The Locust, mi erano però apparsi allora come un progetto confuso e difficilmente digeribile. Un lungo assalto rumoroso senza capo né coda, di cui ricordo principalmente il basso di Pupillo attaccato a tre Metal Zone uno in fila all’altro. I dischi degli Zu che ho ascoltato in seguito a quel concerto, poi, avevano dimostrato che evolvere il proprio sound sembrava un’impresa impossibile: brani sbilanciati, senza direzione e estremamente distanti dalla cifra stilistica a cui gli Zu ci avevano abituato scadevano nel ridicolo o risultavano del tutto irrilevanti. Come potevano non esserlo, d’altronde, gli estenuanti venti minuti delle due suite di Jhator o i momenti polarmente spaccati in due identità quasi antitetiche di Cortar Todo? Avevo deciso arbitrariamente che forse era meglio mettere gli Zu nel cassetto per un po’, e mi ero quindi risparmiato l’ascolto di Terminalia Amazonia e la loro collaborazione con i Current 93; non credevo che avrei potuto cavare qualcosa di interessante da progetti che sembravano oramai spingere al limite il concetto di ciò che pensavo significasse “gli Zu”.
Quando Ferrum Sidereum è apparso nel mio feed Bandcamp, però, mi sono detto che forse era il momento di riprovare; ok, il press kit parlava di lame rituali tibetane accennando en passant al fatto di essersi avvalsi per la prima volta in tutta la carriera del gruppo di un producer, ma il brano in anteprima ricordava certamente di più le composizioni schiacciasassi di Carboniferous che non gli esperimenti degli album più recenti. Un lavoro magniloquente, di oltre ottanta minuti, in cui la band romana sembra convintamente orgogliosa di essere tornata a suonare come se stessa. Ma fare un passo indietro è abbastanza, quando si ha un curriculum così variegato e importante alle proprie spalle?
Partiamo da ciò che c’è di positivo: Ferrum Sidereum picchia duro. I ritmi serpentini di basso e batteria, i continui start-and-stop e i muggiti cavernosi del sax di Luca Mai che si avvicendano per tutto il disco sono tra le cose più puramente heavy che gli Zu abbiano mai suonato. A speziare questo mastodontico tour de force è l’intervento di Marc Urselli in cabina di regia, che inserisce in maniera organica interventi di campanelle, mellotron, chitarre acustiche e quant’altro all’interno del tritacarne sonico di brani come La donna vestita di sole o Charagma. È facile notare come questo affascinante pulviscolo sonoro attorno all’asteroide Zu sia frutto di un lavoro certosino a sei – o in questo caso, otto – mani sulle tracce. Se, per confronto, andate a ripescare estratti da Bromio o Igneo si capisce subito che in quella sede alla base della band ci fosse un approccio molto più vicino alla take jazzistica in studio, invece che a un ragionato cesellamento in fase di revisione. Ed è proprio grazie a quest’ultimo che Ferrum Sidereum trionfa, perché riesce a offrire tridimensionalità e omogeneità alla musica contenuta al suo interno.
In maniera sorprendente, però, gli aspetti positivi elencati qui sopra hanno un rovescio della medaglia che diviene via via più chiaro con l’avanzare del disco. Ad esempio, è vero che gli Zu picchiano duro, ma fanno praticamente solo quello. Soprattutto, il ruolo del sax di Mai è stato relegato in secondo piano, e muovendosi spesso sui registri bassi a “doppiare” le corde di Pupillo, il colore dell’ottone viene sommerso dalle continue bordate di quest’ultimo. Nemmeno l’utilizzo dell’effettistica riesce a superare questo scoglio, visto che il suono distorto riesce raramente a distinguersi anche nei (pochi) momenti in cui uno skronk emerge dal rumore magmatico della sezione ritmica. Il risultato, che in più di un’occasione mi ha ricordato i Tool più intrippati (quelli di epoca 10,000 Days, per intenderci), è sì chirurgicamente calcolato e funzionante e progressivo; ma è anche vero che nel proporre ossessivamente per un minutaggiocosì lungo la stessa formula viene a perdersi quello stampo bestiale e incendiario che era un po’ il marchio di fabbrica degli Zu. Sempre il minutaggio, poi, è motivo di perplessità. Qualcuno potrebbe interpretare questa lunga sfilza di brani come un’ottima dimostrazione del fatto che gli Zu hanno ritrovato lo smalto di un tempo, ma momenti come Kether, Fuoco Saturnio o l’insignificante intermezzo Perseidi appesantiscono un disco già impegnativo e forse avrebbero avuto bisogno di una sforbiciata di qualche tipo.
In definitiva, Ferrum Sidereum è comunque un album al di sopra della sufficienza, e decisamente la miglior cosa che gli Zu hanno prodotto dai tempi di Carboniferous (ma ci vuole poco). E tuttavia non riesco a nascondere una certa inquietudine riflettendo su quello che avevo visto e ascoltato sotto un palco a Bologna più di dieci anni fa: perché, tutto a un tratto, una band che sembrava aver rotto con il proprio passato ha deciso di fare un passo indietro?
Sia che si tratti di mere obbligazioni contrattuali, di una ritrovata voglia di fare casino o di realizzazione improvvisa di stare perdendo una fanbase, gli Zu sono adesso tra l’incudine e il martello. Da una parte, esiste una concreta possibilità di continuare su un percorso già da tempo battuto e vivere una tranquilla vecchiaia di presenze a festival più o meno engagés, tour di anniversari in città-simbolo e eventualmente dischetti insignificanti. Dall’altra, invece, la band potrebbe prendere Ferrum Sidereum come un punto di partenza, e a utilizzare l’interesse che sta suscitando nella stampa italiana e estera per dare inizio a una seconda era degli Zu; quanto di buono si è visto qui può essere perfezionato e messo ancora più a fuoco per regalarci qualcosa di realmente e interamente convincente. In questo secondo caso, però, non centrare il bersaglio col prossimo disco sarebbe quasi imperdonabile: noi li aspettiamo al varco, tra timori e fiducie.
