CONTAINER BELLO

IL NUOVO VOLTO DI KATIE GATELY È ELETTRIZZANTE

KATIE GATELY – FAWN / BRUTE

Houndstooth

2023

Post-Industrial, Art Pop

In redazione seguiamo Katie Gately almeno dal 2016 – e abbiamo guardato con interesse a tutta la carriera della musicologa, fin dai tempi di Pipes, un Medùlla ex post, esperimento tutto vocale ben più riuscito grazie ad una sapientissima manipolazione dei campioni. Gately ha indossato diverse vesti nel corso di questi anni, dedicandosi con approccio multifattoriale ed eclettico ad una musica post-industrial che confluiva qui nell’art pop, lì nella darkwave elettroacustica e dronante. Color sembrava essere la risposta della Tri Angle alla musica cyber-stellare di Holly Herndon e di SOPHIE (lei soprattutto nelle eccezionali Tuck e Frisk); Loom concretizzava un intensissimo ready made di lutto scuro e colloso che viaggiava dalle parti di Kristin Hayter e Anna Von Hausswolff, bloccato in un infausto turbine emotivo che appiattiva le dinamiche sonore in un mare magnum di negatività in bonaccia. 

Gately nel 2021 ha affrontato una gravidanza, una scelta che ha influenzato e deviato drasticamente il suo concime stilistico. Raccontandosi sul presskit di Bandcamp, la producer di Pasadena ci informa:

“I turned to my husband and said ‘I think we should have a kid’. When I got pregnant I started to get creative again. I had a lot of energy at first, but later on, my pregnancy was stressful and worrying, so the music got darker and darker: I was making angry music while I was supposed to be feeling maternal. I wanted the album to feel like something my daughter could enjoy as she grew up, so the first tracks are childlike and upbeat, but as we get older we start to experience a volcano of emotion, angst, and conflict”

Il cambio di rotta, per quanto la voce da furfante e la competenza ai sample di Gately rimangano le stesse, è evidente sin dai primi colpi della opener Seed. Se prima, come scriveva Roberto nell’articolo di elogio alla Tri Angle, l’esplorazione di Color e Pipes trascendeva con naturalezza nell’art pop tra le turbative bordate di voce pitchata, qui quel caleidoscopio catchy e clubby è il punto di partenza per una lotta coi fatti più “dark” che avvengono tra un singhiozzo e l’altro dell’abnorme energia generativa dei primi anni di una vita nuova. Per confrontarsi con questa immensa quantità di nuovi stimoli le strategie principali adottate da Gately sono la sincope e l’addizione. Veniamo dalle distese semi-ambient di Loom in cui echeggiava la voce della producer, irriverente e protagonista: adesso la cifra collagistica della scrittura musicale è fatta a pezzi e brandelli, consacrata all’ossessione per un ritmo che deraglia senza continuità tra tarantelle in plunderphonics, scoppi di sound design per cartoni animati alla Carl Stalling, contrappunti piano/sax al limite del dance punk. A contorno di tutto ciò è innegabile un richiamo ancestrale alla club music che in svariati punti si inclina placidamente nella sua versione deconstructed contemporanea e in altri va a ripescare certe linee che potrebbero venire da singoli trash electro-house degli anni ’00. L’ossessiva addizione di linee e riff fa un po’ il verso agli abiti di arlecchino presentati in copertina (un riferimento giocondo al nome della figlia di Gately, “Quin”): in cuffia l’effetto è rococò, tridimensionalissimo. L’apparato tubolare e geometrico di arrangiamenti in brani come Peeve e Fawn lascia a terra in quattro/cinque minuti, stratificando somme di interplay i cui pochi vuoti dettano il beat – se a questo disegno aggiungiamo la coscrizione dei timbri ad un suono che alterna dark jazz, bassi colossali e percussioni sistoliche otteniamo il quadro generale: una musica che lascia in quell’affanno che canta la stessa Gately in Scale, su di una sezione di brevi sospiri che recitano il testo: “Get away from the sun, so hot it must be burned!“. 
Il subbuglio generato dalle ansie e dalle gioie materne fa di Katie Gately una versione post-contemporanea di Tremotino più che di Arlecchino, un poltergeist tutto denti e stoviglie più che una wraith alle prese con l’epoca digitale. Per chi ricerca una musica poliedrica e dispettosa, i brani di Fawn / Brute che non conducono al braingasm si contano sulle dita di una mano monca. Per tutti gli altri rimane quella strana comunione atmosferica tra il festoso della prima infanzia e l’inquietante disillusione di una musicista che ha sempre usato i suoi strumenti elettronici per confrontarsi con gli abissi dell’umanità. In ogni caso, questo disco non può essere ignorato.

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Alessandro Corona M
Alessandro Corona M