SAMO SALOMON, VASIL HADZIMANOV & RA-KALAM BOB MOSES – DANCES OF FREEDOM

Samo Records

2024

Avant-garde Jazz

La prima cosa che noto iniziando a documentarmi su Samo Šalamon (o “Salamon”, come sembra al momento preferire) è la quantità di informazioni reperibili online sul suo conto. Il musicista pare aver lavorato non poco per diffondere il suo nome in rete, e forse non nel modo più efficace, visto che né io né il resto della redazione abbiamo mai sentito parlare di lui prima d’ora. Ma facciamo un piccolo riassunto: classe 1978, nato in Slovenia, Šalamon è un chitarrista e compositore jazz che vanta a suo modesto dire “oltre 300 composizioni e 35 album”, distribuiti su varie etichette europee. La sua carriera inizia con il disco di debutto Ornethology (2003), esplicito tributo a Ornette Coleman; seguirà una serie di lavori che lo vedranno coordinare trio, quartetti e quintetti, come anche cimentarsi in solitaria alla chitarra. In ogni pagina web che racconta la sua storia ci aspetta poi, inevitabile come la morte, un elenco sproporzionato di musicisti con i quali il chitarrista afferma di aver collaborato o di essersi esibito. Non nascondo che questa piccola ricerca su Šalamon mi lasci tra il divertito e l’imbarazzato, ma effettivamente nell’immensa lista sono presenti anche nomi di una certa risonanza, come Tyshawn Sorey, David Binney, Tim Berne, e Bob Moses. Tutta fuffa non sarà, mi dico, e in effetti non lo è. 

Troviamo infatti proprio Moses tra gli artefici, assieme al tastierista serbo Vasil Hadžimanov (precedentemente nei Darkwood Dub) e a Šalamon stesso, dei 44 minuti di musica presenti in questo Dances of Freedom, rilasciato il 15 gennaio tramite l’etichetta Samo Records (perché dire “autoprodotto” non era abbastanza professionale). Il disco contiene in realtà materiale inciso nell’agosto del 2021, largamente improvvisato e molto legato al lavoro del 2022 Pure and Simple: Hadžimanov veniva in quel caso sostituito dal bassista norvegese Arild Andersen nella medesima formazione, in una serie di improvvisazioni registrate giusto due mesi prima di quelle del disco di quest’anno. Dati il periodo di esecuzione e i musicisti coinvolti, il fatto che entrambi gli album vedano la chitarra di Šalamon e le percussioni di Moses sempre al centro dell’azione non stupisce più di tanto, e ad un ascolto distratto il legame tra i due appare anche troppo evidente. Tuttavia, lontani sono in questo caso i complessi ghiribizzi del basso, le incursioni improvvise di chitarra elettrica e la generale sensazione di frammentarietà che permeavano Pure and Simple.

Il materiale di Dances of Freedom mostra difatti una complessiva coerenza che riesce ad elevarlo rispetto a quello del suo predecessore, giocando soprattutto sull’amalgama tra i tre musicisti e sull’atmosfera che ne deriva. I timbri delle chitarre e del banjo di Šalamon si fondono ad un calderone gorgogliante di pad d’ambiente e percussioni nervose ed inquiete, con kalimbe, conga e metallofoni assortiti ad affiancare la batteria. È già dall’apertura di Cream of Emotion, una delle tracce più atmosfericamente cariche del disco, che il trio definisce ciò che sarà la cifra stilistica di questo lavoro: un bilanciamento tra una ariosità di stampo ambient, l’esotismo delle percussioni e delle scale utilizzate ed una libertà di esecuzione più affine al free folk che al free jazz, con cui più volte Pure and Simple aveva flirtato. Sebbene la chitarra si configuri spesso come guida melodica per i pezzi, Šalamon sa mettersi da parte quando necessario, nascondendosi a volte tra le tastiere e le percussioni e manipolando il timbro del suo strumento per meglio confondere le acque. 

Ed è in effetti una impressione di fluidità quella che spicca in questi nove pezzi, tra episodi più corposi – l’ottimo impianto pianistico dal sapore tango nuevo di Dirty Zone, la neanche troppo velata strizzata d’occhio a Jon Hassell in Indian Base, la virata più “spiritual” in chiusura con Hapi May – e momenti in cui le briglie vengono sciolte, come nella schizofrenia liquida di Ocean Calimba, o nel crescendo storto ed a tratti inquietante di Pans. Quando la formula funziona, Dances of Freedom diverte ed affascina, posizionandosi in quella non facile commistione tra sonorità d’avanguardia e generale accessibilità. Da elogiare sono anche (finalmente) la ricerca e la giusta attenzione da parte dei musicisti nel maneggiare sonorità e timbri fuori dagli standard occidentali, riconducibili soprattutto all’Africa occidentale: sappiamo come questo non sia scontato, soprattutto quando assistiamo ogni anno, impotenti, all’elogio di dischi spiritual jazz contemporanei prodotti in serie, che preferiscono ridurre l’eclettismo timbrico ed armonico ad una banalizzazione new age (salvarsi dalla trappola è difficile, ma è possibile). 

Non c’è tuttavia da urlare al capolavoro: Dances of Freedom soffre comunque di una certa inconsistenza a livello strutturale, che appesantisce numeri come Morphbed, o Free Dances; in più, si ha la sensazione che la formula timbrica, seppur originale, rischi di stancare verso la fine del minutaggio, e la mancanza di un vero pezzo memorabile, al quale si avvicina solo Dirty Zone, si aggiunge ai fattori che incidono in negativo sulla qualità complessiva del disco. Tutto sommato, però, il verdetto è positivo, e non di poco: ci troviamo di fronte ad un album vivace, interessante e che merita attenzione – sicuramente più di certi dischi acclamati di autori blasonati. Quindi ben fatto Samo, aspettiamo la prossima collab.

Di Lorenzo Dell’Anna

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