CONTAINER BRUTTO

I TOMB MOLD SI APPLICANO, MA NON SONO INTELLIGENTI

TOMB MOLD – THE ENDURING SPIRIT

20 Buck Spin

2023

Death Metal

Da circa una quindicina d’anni, la locuzione new wave of old school death metal è diventata una formula chiave per identificare uno dei trend dominanti del panorama estremo – vale a dire, il revival delle sonorità proposte da quei gruppi che negli anni Novanta suonavano death metal e basta, senza aggettivi come technical, melodic o brutal a connotare ulteriormente il loro stile. Nonostante il relativo successo di pubblico e di critica, rimane però un filone che raramente riesce a proporre musica creativa o anche solo interessante, visto che il calco di riferimenti come Asphyx e Morbid Angel è spesso pedante – e i Tomb Mold, che della new wave of old school death metal sono tra gli esponenti più rappresentativi e riveriti, non fanno eccezione. Manor of Infinite Forms (2018) indulgeva nello stile cavernoso, putrescente, a tratti doom-y che discende direttamente da Autopsy, Convulse e Incantation, in maniera non troppo diversa da quanto fatto da decine di altri gruppi death metal del nuovo millennio; Planetary Clairvoyance (2019), che a oggi rimane forse il loro disco più noto, era essenzialmente la stessa cosa ma speziata con qualche sfumatura di sinistra melodia e aromi vagamente progressivi che suggerivano paragoni con i Carcass di Necroticism: Descanting the Insalubrious o roba seppellita dalla storia come i Disincarnate di James Murphy. Non sono nemmeno lontanamente il gruppo death metal più originale sulla piazza (anche perché non lo vogliono essere, ovviamente) né sono tra i più interessanti (e questo invece è un problema più serio). Tuttavia, l’entusiasmo proveniente dalla fanbase del death metal più tradizionale, per quanto non lo condividessi, mi è sempre apparso almeno comprensibile: i Tomb Mold sono discreti mestieranti che suonano con sufficiente competenza i loro strumenti e che sembrano ripescare da tutte le possibili declinazioni dell’idioma old school – nella loro musica ci sono la catchiness morbosa dei Deicide, le atmosfere orrorifiche ereditate dagli Adramelech e dal resto della scena finlandese dei primi anni Novanta, un certo senso del groove tipico della scuola svedese di Entombed e Grave, eccetera eccetera.
Mi è sempre sembrato molto più strampalato invece l’apprezzamento tributatogli su Pitchfork da Sam Sodomsky, autore che non ha nemmeno una esperienza rilevante nel trattare gruppi metal e che infatti in sede di recensione appare sinceramente stupito da robe come la chitarra acustica su Beg for Life o l’interludio ambientale di Phosphorene Ultimate – non esattamente delle soluzioni particolarmente innovative o mai sentite nell’ambito death metal. Il vertice del suo scritto, tuttavia, rimane il finale in cui si accenna a un’intervista al chitarrista Derrick Vella dove si fa riferimento a Hats dei Blue Nile come modello per la sequenzializzazione delle tracce di un album: in un capolavoro di bispensiero, Sodomsky riconosce che nulla della musica di Planetary Clairvoyance richiami quella dei Blue Nile – e anche grazie al cazzo – ma contemporaneamente osserva come la loro influenza sia un indicatore fedele dell’unlikely journey perseguito dai Tomb Mold. Come accade spesso a molti giornalisti non specializzati in musica metal, Sodomsky sembra piuttosto sorpreso nel constatare che i gruppi di metal estremo non siano composti solo da cavernicoli che ascoltano nient’altro che i Demilich in ripetizione 24/7.

The Enduring Spirit è stato pubblicato a settembre, e visto il mio poco apprezzamento per i Tomb Mold l’avrei volentieri skippato. Invece sono stato tratto in inganno dal fatto che anche questa volta Pitchfork abbia speso parole eccellenti – stavolta per tramite di Brad Sanders, che ha un curriculum metal ben più nutrito di Sodomsky: per un gruppo così impantanato nella fanghiglia death doom metal, la recensione di Sanders si appella spesso a nomi molto più distanti dalla genealogia del genere quali i Death di Symbolic, gli Atheist, i Cynic, oltre ovviamente ai soliti Demilich e Incantation, il che mi ha convinto a dargli una chance (spoiler: i riferimenti sono in generale molto corretti). Il fatto che The Enduring Spirit sia uscito a circa quattro anni di distanza da Planetary Clairvoyance – un lasso di tempo ampiamente sufficiente per cambiare completamente direzione e trovare una voce coerente e personale in un ambito diverso da quello dei loro esordi – concedeva comunque il beneficio del dubbio.
Ovviamente, però, i Tomb Mold hanno fatto un buco nell’acqua. Come nel caso degli Horrendous e di mille altri gruppi death metal che hanno compiuto una “evoluzione” simile, lo shift da un suono più putrido e old school a uno più sofisticato e tecnico – ma comunque smaccatamente old school anch’esso in spirito e strumenti – viene attuato nella maniera più monodimensionale e scontata possibile, che può essere riassunta pressappoco così: si prende il tessuto musicale già collaudato e quindi vi si innesta qualche assolo sborone di chitarra e di basso, si moltiplicano i riff, si aprono occasionali squarci di melodismo tronfio. Il più delle volte, queste nuove “soluzioni” sono prese verbatim da modelli già ampiamente digeriti ed emulati nel corso della storia (in questo caso, appunto, il panorama technical death metal floridiano dei primi anni Novanta).

Per capire quanto l’approccio progressivo dei Tomb Mold sia estremamente amatoriale e immaturo, nulla è più illuminante di studiare nel dettaglio il caso emblematico di Will of Whispers: la sezione d’apertura, fatta di arpeggi eterei e di accordi liquidi di chitarra non distorta contrappuntati da evoluzioni pirotecniche del basso, è un diretto plagio dei Cynic di Traced in Air; la strofa successiva, invece, è una versione sotto steroidi e a bpm maggiorati della musica di Planetary Clairvoyance, occasionalmente intervallata dai cromatismi della chitarra elettrica che copiano pari pari il Paul Masvidal di Human e Focus (anche per il modo in cui la ritmica interagisce con essi); nella chiusura, infine, il growl di Max Klebanoff si sovrappone a un nuova sezione in clean (anche questa presa di peso da pezzi come The Eagle Nature). È un brano dalla scrittura molto prevedibile e che sfrutta soluzioni bazzicate spessissimo nell’ambito death metal, ma che superficialmente appare più articolato di quanto in realtà non sia grazie al vasto spettro di dinamiche offerte dal brano nel suo complesso e alla professionalità dell’esecuzione. Ovviamente, scendendo un po’ più nel dettaglio e avendo un po’ di esperienza nell’ambito, anche questi due pregi appaiono ben poco rilevanti: le sezioni più ariose e quelle più propriamente death metal, singolarmente, sono molto omogenee e quasi monocordi dal punto di vista timbrico; e anche le doti strumentali sono molto poco sorprendenti se contestualizzate in un panorama come quello del death metal del 2023 che è brulicante di musicisti dal linguaggio estremamente evoluto. Anche per questo, il proclama di Sanders che Vella, con le sue parti di basso, si sarebbe meritato l’entrata nella Hall of Fame dei bassisti death metal alongside pioneers like Tony Choy and Steve DiGiorgio suona particolarmente ridicolo.
Non va comunque meglio con Angelic Fibrations, che innesta i tecnicismi dei Death anni Novanta sul suono più morboso dei “classici” Tomb Mold, salvo incastonarci un piccolo stacco per basso e batteria in mezzo a fare il verso agli Atheist; né con The Perfect Memory (Phantasm of Aura), dove tutto delle parti di chitarra – dall’elaborazione del materiale melodico, al rapporto dialettico tra chitarra solista e ritmica – è ripreso dai Death di Human nella fase solista, o dagli Atheist di Unquestionable Presence (ovviamente, opportunamente semplificati) altrove: i riff che si sentono tra 0:45-1:22, e tra 2:23–2:39, sono essenzialmente variazioni sul tema di quelli di Mother Man. Perfino un pezzo relativamente ben riuscito come Servants of Possibility accusa la sovrapposizione artificiosa tra la sensibilità più sudicia del death doom metal che ancora emerge qua e là, e il melodismo del tardo Chuck Schuldiner. 

Alla luce di una visione musicale così poco sviluppata, non è sorprendente constatare che pure il tour de force conclusivo di The Enduring Spirit of Calamity – dalla considerevole durata di 11 minuti e mezzo – non sia altro che l’occasione ghiotta per i Tomb Mold di commettere gli stessi errori di metodo del resto del disco, ma avendo a disposizione molto più tempo per farli. Così, non solo la loro interpretazione scialba e scontata del death metal e del progressive metal – sempre in bilico tra The Sound of Perseverance, Focus, e sul finale perfino Awake di quei falliti dei Dream Theater – può permettersi di tediare l’ascoltatore per ben sei minuti, ma anche le aperture dream pop di Will of Whispers e le parti di chitarra dal sapore hard/progressive rock hanno la possibilità di essere diluite senza motivo per quasi cinque minuti. Ovviamente, la durata e l’ambizione di questo pezzo hanno indotto più ascoltatori e commentatori a proclamarlo pavlovianamente come il “capolavoro” dei Tomb Mold, ma si tratta in realtà di uno dei brani più rozzi e sconclusionati che si siano potuti ascoltare nel 2023 metallico, degna chiusura di uno dei più grandi bluff del death metal dell’anno. 

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia