ABBIAMO PAZIENTATO TRENT’ANNI. ORA BASTA.

Se avete una connessione internet e seguite mezza pagina di musica sui social, sicuro avete già letto almeno il titolo di uno dei mille articoli usciti ieri per celebrare Images and Words dei Dream Theater. Se il suo successo tra la platea metal e quella prog non è troppo sorprendente (Images and Words è duro ma non estremo, è melodico, è tecnicissimo, ha rimandi espliciti se non ovvi a nomi storici di entrambe le tradizioni – tutte caratteristiche che sono molto apprezzate sia dai neofiti che dagli esperti navigati del genere), molto più inspiegabile è il modo in cui Images and Words è trattato dal pubblico esterno a questi due mondi. Il rispetto, che talvolta si trasfigura perfino in sincero apprezzamento, che certa gente ha mostrato e continua a mostrare per un disco che estremizza tanti dei cliché dell’heavy metal e del progressive rock dell’ala più dura che non vengono invece tollerati nella musica dei Rush, dei Marillion e dei secondi Iron Maiden è sinceramente incomprensibile.

È incomprensibile, innanzitutto, perché Images and Words è una sciagura. Uso un termine così estremo perché, da persona che ama il metal e il progressive rock in molte (quasi tutte) delle loro incarnazioni e declinazioni, il danno che percepisco che Images and Words abbia arrecato a entrambi i generi è estremamente incalcolabile: con buona pace della critica che descrive la musica di gente come gli Yes – in realtà, nei dischi migliori, ben strutturata e creativa – con termini quali “masturbatorio” e “auto-indulgente”, nulla quanto i Dream Theater ha fatto del male all’idea di progressive che ha l’ascoltatore medio appiattendola sul singolo concetto dell’esasperazione del tasso di tecnica strumentale. Se nel Terzo Millennio il progressive metal è concepito solo in termini monodimensionali di assoli intricatissimi, scelte dei suoni tamarri e tremendi, brani che non hanno altra costruzione logica se non arrivare al momento di show off successivo, concept ridicoli e con la testa del culo da studente del liceo che si sente più speciale dei propri compagni di classe la colpa, per larga parte, è dei soli Dream Theater. Alcuni diranno che questi problemi emergeranno sul serio solo dopo Metropolis Pt. 2, i più estremisti si spingeranno al massimo ad Awake, ma no: ciò che è sbagliato dei Dream Theater è già tutto qui, nei solchi di Images and Words, ma per motivi per me imperscrutabili semplicemente si condona tutto ciò che il disco ha di nocivo. Va detto che la devastazione concettuale causata da Images and Words non è completamente colpa dei Dream Theater. Loro non sono stati i primi né a suonare ciò che adesso viene considerato “progressive metal” (se ci si vuole limitare al lato più heavy del genere prima c’erano almeno i Fates Warning e i Queensrÿche, e i secondi in particolare già avevano alcuni dei difetti che i Dream Theater poi porteranno alle estreme conseguenze – se poi si va nel lato più estremo con i vari Watchtower e Voivod, si trova un mondo ancora più florido e variopinto), né i primi a farlo in maniera così ridicolmente tronfia (si ricordano, in questo senso, almeno i Sieges Even). Tuttavia, loro sono stati quelli che sono riusciti a bucare la nicchia dell’underground, arrivando perfino al mainstream con Pull Me Under, approfittando inconsapevolmente della maggior tolleranza che il grande pubblico aveva in quel periodo nei confronti della musica dura dopo il successo del Black Album dei Metallica. Quel mix tra tono vagamente arcigno ed heavy dei brani dei Dream Theater e melodismo smielato e stucchevole che i brani di Images and Words mantenevano, tanto nei pezzi più metal quanto nei momenti più soft, ha fatto il resto in un’epoca in cui brani di dieci minuti e assoli sboroni di certo non erano il trend dominante. Ma la loro musica era così poco lontana concettualmente da molto neo-prog che, verrebbe da dire, non fossero stati loro a sdoganare il progressive metal sarebbe stato qualcun altro egualmente poco dotato, e quel qualcun altro si sarebbe beccato un rant omologo per il trentennale del loro breakthrough commerciale.

SEPARATORE

Finora però questa analisi è di pura ideologia: nessun artista quando compone un’opera d’arte ha potestà su come essa potrà essere recepita dai posteri, e pure band di caratura indiscutibile come Slayer e Death (per rimanere nell’ambito metal) possono fregiarsi del dubbio vanto di avere un oceano di epigoni che della loro musica non ci hanno capito niente, cogliendone solo un aspetto e quindi banalizzandone fortemente la missione. Il problema, nel caso dei Dream Theater, è che i loro lavori – Images and Words compreso, ça va sans dire – si trovano nella pazzesca intersezione tra “musica che ha avuto un’influenza nefasta” e “musica che già di per sé non aveva dignità”. Ancora una volta, non è completamente colpa dei Dream Theater: se Images and Words suona come spazzatura, per esempio, loro sono i meno colpevoli. La produzione – altrove descritta come magistrale, chissà se abbiamo ascoltato lo stesso disco – è un abominio perché innanzitutto Dave Prater volle così: se non possiamo stabilire con precisione se le sonorità artificiose in odor di AOR e neo-prog anni Ottanta fossero nei piani degli stessi dei Dream Theater (anche se a giudicare dai live sembrerebbe che ci sia un concorso di colpa, a partire dal tremendo timbro delle tastiere di Kevin Moore che ha più a che con le boss battle di Final Fantasy VII che non con la musica prog/metal), di certo sappiamo che è stato lui a compiere alcune delle scelte più scellerate a riguardo. Prater gonfia il tono degli strumenti, forse nel maldestro tentativo di avvicinare il suono a quello dell’hard rock mainstream degli anni Novanta stile Extreme (d’altronde, ai tempi produceva i Firehouse, mica i Psychotic Waltz), toglie fade in che avrebbero ampliato la varietà dinamica della musica di Images and Words (tipo su Learning to Live), ma soprattutto impone a Mike Portnoy, contro la sua volontà, di adottare il trigger sulla batteria. Quest’ultima decisione, in particolare, è una porcheria: secondo le stesse parole di John Petrucci, questa decisione tritura varie finezze facendo apparire Portnoy come un batterista molto meno sensibile e vario di quello che in realtà sarebbe, e per di più chiunque potrebbe cogliere che no, se il trigger può funzionare benissimo su un lavoro come Demanufacture, su Images and Words semplicemente è in contraddizione con il suono di ogni altro strumento. (Talvolta su internet si incappa su gente che, nonostante tutte le testimonianze dei Dream Theater e l’esperienza d’ascolto macellata, nega l’ovvio e dice che no, in realtà sai che ‘sta batteria triggerata di merda ha il suo perché e non è una scelta del cazzo?, e a quel punto che gli puoi dire: bella, buona vita.)

Poi, però, arrivano i brani, e qui i Dream Theater non possono essere innocenti. La musica di Images and Words abita una dimensione che, per essere un disco rivoluzionario e innovativo, è tremendamente passatista: non c’è un singolo passaggio che non richiami, alternativamente, la musica dei Rush più radiofonici (quelli del periodo tra Permanent Waves e Signals, circa) quando i brani si muovono in direzioni più arzigogolate, nei Marillion quando si fanno più melensi e pop (nel senso più sprezzante possibile), e ovviamente i Metallica nelle parti più heavy, complici il modo in cui Petrucci ricopre il ruolo di chitarrista ritmico (evidentemente influenzato da James Hetfield, cfr. Under a Glass Moon) e le parti di Portnoy, che appare talvolta come un Lars Ulrich sotto steroidi. Sullo sfondo, i Queensrÿche di Operation: Mindcrime e gli Iron Maiden della svolta “progressiva” anni Ottanta (quella di Seventh Son of a Seventh Son); ma i principali riferimenti rimangono i tre precedenti. E tra questi, i Rush sono il nome più ingombrante: la loro influenza sulla musica dei Dream Theater si percepisce in ogni singola nota – dal canto androgino James LaBrie (che però, rispetto a Geddy Lee, è anche molto più stridulo e sgradevole), alle parti di batteria di Mike Portnoy, che non è un segreto sia un immenso estimatore e anche amico del compianto Neil Peart. Il problema reale della musica dei Dream Theater, nascosto sotto al tappeto da decenni di critica incompetente che sapeva al più blaterare di “musica complicata ma senza sentimento” (un ridicolo luogo comune proferito da gente che non sa spiegare come gente che suona professionalmente possa avere un’estetica tanto arida), è proprio come suona male, artificiosa, e legnosa nel suo dipanarsi tra le varie anime del loro sound. Paradossalmente, le parti più interessanti sono proprio quelle in cui i Dream Theater, dal punto di vista strumentale, giocano in maniera più spregiudicata con stop & go, improvvisi cambi di direzione, tempi frammentati e armonie più oblique – come per esempio accade su Metropolis Pt. 1, il pezzo migliore di tutto Images and Words.

Ultimo ma non ultimo, parliamo di Another Day, la power ballad del disco, senza esagerazione uno dei pezzi più orribili che abbia mai ascoltato – tenendo in considerazione, ci tengo a precisare, anche le demo black metal suonate da quindicenni e registrate in lavatrice. La quantità di elementi che funziona male è tale che la loro mole atterrisce e scoraggia da qualsiasi tentativo di critica: il tono tronfio della voce di LaBrie, il testo motivazionale, il suono così eighties, l’assolone di chitarra degno di un qualsiasi gruppo hair metal poi polverizzato dall’avvento del grunge, ‘sto trigger alla batteria che sembra preso da un altro disco, il sax soprano di Jay Beckenstein (degli Spyro Gyra, altri per cui un giorno magari si istituirà una Norimberga appositamente)! porco dio, a metà tra Kenny G e le colonne sonore di un soft porno. Un brano così assolutamente orripilante che, per quanto mi riguarda, andrebbe ascoltato almeno una volta nella vita soltanto per questo motivo. Ricordate che ogni volta che dite che Images and Words è un capolavoro state parlando di un album che contiene un pezzo del genere. Vergognatevi.

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia