STILL HOUSE PLANTS – IF I DON’T MAKE IT, I LOVE U

Bison

2024

Post-rock

Anche se provengono da Glasgow, fanno musica chitarro-centrica e hanno cominciato a pubblicare materiale esattamente a cavallo degli stessi anni in cui i vari IDLES, Algiers, Fontaines D.C. si formavano e/o cominciavano a imperversare sulla scena ruock, la proposta degli Still House Plants non è ascrivibile agli ultimi trend del post-punk e dell’art rock anglofono. La prima avvisaglia in questo senso arriva già dal loro moniker, che richiama consapevolmente i Red House Painters di Mark Kozelek; ma la cosa diventa ancora più ovvia quando si ascolta la loro musica, che più che dalle terre scozzesi sembra provenire da Liousville e da Chicago. Fin dal loro primo vagito Assemblages del 2017, gli Still House Plants hanno affrontato da una prospettiva molto novantiana il suono del rock sperimentale, indulgendo in una musica ispida che pur memore delle spigolosità ritmico-armoniche degli Slint di Spiderland e dei Rodan (e, in una certa misura, dei Tortoise) recupera anche l’approccio letargico e dimesso del primissimo slowcore di scuola Codeine. 

Se una descrizione del genere non fa di certo pensare a una rivoluzione copernicana nel modo di intendere il genere (e, in effetti, non si tratta esattamente del gruppo più innovativo sulla piazza), è pur vero che gli Still House Plants hanno una certa personalità che li eleva dalla marmaglia di emuli di un suono passato senz’arte né parte. Sicuramente un contributo fondamentale nel dare un’identità ben definita al gruppo è dato dalla presenza di una vocalist come Jess Hickie-Kallenbach, che ha un timbro e un’impostazione molto distanti da quello di cantanti femminili della scena artsy e alternativa degli anni Novanta e che abbraccia invece uno stile molto più soulful. Lei menziona esplicitamente l’influenza dei Sade (cui tra l’altro gli Still House Plants avevano dedicato un pezzo ai tempi di Assemblages) ma il suo approccio è meno smooth e più rauco e ruvido, con un utilizzo del vibrato sfrontato e una predilezione per linee melodiche fratturate, contorte, talvolta contraddittorie. Se, visto anche il genere in cui si muovono gli Still House Plants, sarebbe facile attribuire questa scelta all’influenza dei flussi di coscienza di Sue Tompkins (dei concittadini Life Without Buildings), in un’intervista a The Quietus Hickie-Kallenbach riconosce invece il debito contratto con il senso di stortura del tempo e della melodia dato dall’utilizzo di loop e sample della musica house, grime, e altra elettronica nera con cui ella è cresciuta. (Altrove, più direttamente e non senza ragione, si è scagliata anche contro la whiteness e lo snobismo imperanti nei circoli del rock sperimentale, che scelgono chirurgicamente cosa menzionare come influenza e cosa no seguendo più logiche di moda e di immagine piuttosto che giornalistiche: «some things get pointed to [as influences] too much, too often, and some things don’t get pointed to enough».)

L’altro motivo per cui il suono degli Still House Plants si distingue da operazioni analoghe di recupero del post-rock è invece vagamente meno ovvio, ed è l’assenza del basso: il tessuto strumentale del gruppo è completamente ricamato dall’interplay tra la chitarra e la batteria. La prima rifugge effettistica particolarmente elaborata e adotta un timbro essenziale, crudo, scabro, che accentua l’abrasività di un suono già molto provato da dissonanze e disarmonie varie e assortite. Le parti possono vagare tra squarci melodici e riff più rocciosi, giocando con dinamiche più piane e più forti a seconda del momento; ma l’umore che sottende il chitarrismo di Finlay Clark è sempre teso e nervoso. La batteria di David Kennedy non smorza minimamente l’inquietudine delle parti melodiche: la scansione ritmica è sempre fratturata e angolare, sita da qualche parte in uno spettro delimitato dallo stile jazzato e raffinato di John Herndon (Tortoise) e quello più minimale e chirurgico di Todd Trainer (Shellac).
Il fatto che entrambi gli strumentisti non abbiano fretta di enunciare il loro discorso – lasciando che le linee melodiche e ritmiche respirino, sfruttando gli spazi vuoti del silenzio tra una nota e l’altra, tra il suono dei tom e il tintinnio sul charleston – conferisce alla musica degli Still House Plants una natura sparsa che, per contrapposizione, risulta esasperata anziché smorzata dal vibrato funambolico di Hickie-Kallenbach. Nei dischi passati come Long Play e Fast Edit – forse per una produzione più lo-fi, forse per alcune parti di chitarra più dense e riconoscibili come figlie della scuola di Liousville, forse per chissà quale altro motivo – questa dimensione così irrequieta era tenuta in qualche modo sotto controllo; su quest’ultimo If i don’t make it, i love u invece la componente più astratta del loro sound esplode definitivamente. La maggiore responsabile di questo fenomeno è con ogni probabilità la chitarra di Clark, e soprattutto la rinnovata nitidezza del suo tono: se da un lato le sue parti appaiono particolarmente sfilacciate – quasi incoerenti nel suo alternarsi tra arpeggi, armonici, pause e accordi in brani come Sticky, Probably o Silver grit passes throu my teeth – dall’altro la produzione così rotonda e piena esalta ogni sfumatura del suo suono, dall’aspro registro grave le cui frequenze risuonano tetre in sottofondo mentre la melodia si spinge verso note più acute (cfr. no sleep desk risk), fino alle armonie oblique – quasi harvolosoniane – che si possono apprezzare su More More Faster.

Tutto molto interessante, ma c’è ancora un problema: gli Still House Plants rimangono essenzialmente un one-trick pony, tanto su If i don’t make it, i love u, quanto in tutta la loro carriera guardando con sufficiente distacco la loro opera nel complesso. La loro idea è creativa e ben congeniata ma è solo una idea, che per giunta viene attaccata sempre nel medesimo modo. Oltretutto, la ristrettezza della loro palette timbrica appiattisce ulteriormente la varietà musicale percepita, rendendo così i tre quarti d’ora di questo lavoro più sfiancanti di quanto dovrebbero essere – seppur questa difficoltà d’ascolto produca involontariamente anche un certo fascino perturbante, tipico di questi esperimenti originali ma non perfettamente compiuti. Ormai il trio è al quarto disco, non sappiamo dire quanto sia lecito aspettarsi una maturazione ulteriore della loro estetica che possa produrre finalmente un album libero da questa sensazione di sameness opprimente: per ora, la cosa che più si avvicina a un tale traguardo è proprio questo If i don’t make it, i love u, con tutte le conseguenze e i timori che ne possono conseguire. 

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia