CONTAINER BRUTTO

ABBIAMO PERSO OGNI SPERANZA CON GLI SKIN TENSION

SKIN TENSION – CELEBRANT

n/a

2023

Black Metal

Seguire assiduamente le uscite musicali durante l’anno – specie se, come nel mio caso, si ha la pretesa di raccontarne a terzi con una qualche parvenza di regolarità – è una bella fatica. Bisogna cercare musica nascosta negli anfratti più improbabili, ascoltarla (la parte più facile di tutto il lavoro, ovviamente), valutare se è musica di cui valga la pena parlare, e in caso affermativo bisogna levigare ulteriormente il proprio giudizio con i riascolti, soppesare le proprie analisi critiche, indagare, pensare, infine scrivere. A volte l’ispirazione però latita e quindi il normale flusso di questo processo – «devo scrivere qualcosa su ciò che ho scoperto» – si inverte tragicamente, e si trasfigura mostruosamente nel suo duale: «devo scoprire qualcosa su cui scrivere». Ed è qui che cado nel loop peggiore in assoluto, innescato da una sorta di FOMO per cui, allo scopo di trovare finalmente qualcosa su cui spendere qualche parola, mi sembra obbligatorio prestarmi all’ascolto di qualsiasi cazzata – sia anche la più evidente, eclatante, non-ambigua, quella che sembra posarmi una mano sulla spalla e dirmi con pazienza paternalista: «ma chi te lo fa fare di perdere tempo con me. Il motivo per cui ho ascoltato questo nuovo disco degli Skin Tension è perfettamente racchiuso in questa confessione a cuore aperto: avevo bisogno di trovare un disco di cui parlare e quindi ho provato a dar loro una chance. Anche se sono uno di quei gruppi che pubblicano mille dischi insignificanti al minuto. Anche se nel solo 2022 hanno tirato fuori ben due lavori, Omni e Omni_O, dalla durata rispettivamente di numero di ore: 27 e 130 (centotrenta, uno-tre-zero, dio maledetto), a cavallo tra noise, metal e free improv. O almeno così mi è parso di capire leggendo i tag su Rateyourmusic – avendo io un QI a tre cifre, l’idea di ascoltarne anche solo una traccia non mi ha sfiorato nemmeno per mezzo secondo, perché va bene il piacere della scoperta ma a tutto c’è un limite.

A mia parziale discolpa, nonostante sapessi dell’esistenza di quei due lavori che minerebbero irrimediabilmente la credibilità di chicchessia, avevo dei motivi che potevano giustificare almeno parzialmente la decisione di fare un tentativo con questo Celebrant. Nel 2021, nel pieno dell’n-esima ondata pandemica, gli Skin Tension avevano tirato fuori dal cilindro un Machinic Impulses of the Hyperreal che sembrava collocarsi con creatività nel solco di quel black metal d’avanguardia iper-cinetico e disarmonico, con segmenti improvvisati innestati su materiale pre-composto alla maniera dei vari Mastery, Effluence e Imperial Triumphant, e con perfino l’ospitata di un sassofono a millantare ulteriori legami con free jazz e improvvisazione radicale su un paio di tracce. Era un lavoro molto più decifrabile di ciò cui sembrava voler ambire ma era anche discretamente riuscito, e avrei continuato a riporre delle speranze nella crescita musicale del duo se nemmeno un anno dopo non fosse arrivato Omni a farmi dubitare della mia intelligenza per averli presi sul serio. (È una cosa che mi capita molto spesso: ascolto un disco di un artista random, mi colpisce, ne seguo un po’ le vicende e scopro che detto artista pubblica porcherie a profusione con la cadenza di fuoco di una Gatling: è il motivo per cui ho perso interesse in Esoctrilihum, per dirne uno.)

Potrei quindi salvare la faccia dicendovi che aver provato Celebrant sia stato un modo per assicurarmi che nell’archiviare così indecorosamente gli Skin Tension non stessi commettendo qualche errore dovuto a troppa leggerezza e superficialità, ma sarebbe del tutto inutile. Si poteva immaginare quanto questo gruppo non avesse più nulla da dire già prima di ascoltare roba senza né capo né coda come Gemara o Humboldt, pezzi di oltre dieci minuti senza alcun briciolo di profondità di scrittura, senza un utilizzo evocativo o creativo di dinamiche (che, anzi, sono continuamente sparate a mille contro l’ascoltatore, prive di qualunque sfumatura timbrica o espressiva), senza un arrangiamento ben congeniato che vada oltre la parata imbecille di eventi sonori più o meno indipendenti gli uni dagli altri, senza niente di niente eccezion fatta per parate infernali di scream belluini, parti di batteria che seguono metriche imperscrutabili, feedback apocalittici, riverberi oltretombali, abrasioni di sintetizzatore in sottofondo. È roba che vive solo dell’impatto estremo e della sensazione di infantile stupore suscitata nell’ascoltatore più impressionabile e meno smaliziato – come in realtà fanno molti degli esperimenti più scemi e superficiali della corrente “dissonante” del metal estremo, che sembra essere diventata una scorciatoia per acquistare automaticamente street cred in esoterismo e complessità agli occhi di chi aspetta sulle rive del fiume l’arrivo di un nuovo Jute Gyte. Leggo su Bandcamp che Celebrant sarebbe addirittura il primo disco a contenere esclusivamente materiale scritto dal duo: e dire che all’orecchio questa musica pare ancora più erratica e priva di una direzione di quella, pur improvvisata, contenuta in Machinic Impulses of the Hyperreal. Alla fine, ovviamente, potevo fare a meno di ascoltarlo; però almeno ora ho qualcosa da scrivere. 

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia