WHAT’S IN MY BAG? – DAVID

È estate, siamo in vacanza e quindi non vogliamo impegnarci. Queste riflessioni estemporanee costeggiano le nostre esperienze in questo agosto lontano dagli schermi, ogni settimana dalla testa di un redattore diverso. Buona lettura e grazie di continuare a sopportarci anche dai mari e dai monti che state calcando in questi giorni, fregandovene della vita che facevate e di quella che farete.

SEPARATORE

Durante questa estate ho provato momenti di caldo totalizzanti. In particolare, qua a Firenze ci sono stati un paio di giorni con livelli di umidità stratosferici dove mi sentivo esploratore in una foresta pluviale fatta di ferro e cemento, coi vestiti appiccicati al corpo e le narici che faticavano a tirar su aria. Se non puoi batterlo, il calore, unisciti a lui. Ecco cosa devi fare: chiuditi in una stanza buia senza condizionatore né artefatti analoghi; rifuggi le correnti d’aria, soffoca le brezze; resta ben idratato, ma non bere liquidi freddi. Una volta organizzato l’ambiente intorno a te accendi il computer e preparati a un’ordalia dalla quale uscirai scalfitə, ma con in grembo nuova consapevolezza, una persona che il caldo ha ritenuto degna di iniziare ai propri segreti. Non è necessario restare concentrati durante questa via del dolore – impegna il tuo cervello come vuoi, svolgi le tue mansioni o svuota la mente, tutto va bene finché non ti alzi dalla tua postazione e non interrompi la musica.

PRIMA STAZIONE: THE BUG – FIRE

Il mondo descritto all’inizio del disco incombe appena fuori dalla tua stanza. 

La superficie è inabitabile, ma le fogne brulicano di vita. 

Uomini le abitano con la tenacia di scarafaggi, sbraitando al ritmo di percussioni metalliche. 

Vanno avanti finché possono, spremendo fino all’ultima goccia lo straccio che chiamano vita, umido com’è della loro disperazione. 

Infine, la pantomima finisce, e uno ad uno vengono chiamati al cielo.


SECONDA STAZIONE: RUINS – STONEHENGE

Adesso ti trovi in una caverna. 

Sottili raggi di luce filtrano da fessure invisibili, rimbalzando stranamente sulle pareti che ti contengono. 

Ti accorgi che la roccia non è frastagliata in modo randomico, ma cesellata in forme geometriche di impossibile complessità. 

La luce viene mangiata dal buio.

Cerchi di capire dove questa vada a finire, e per un momento ti senti capace di discernere la traiettoria di ogni singolo fotone, a formare una ragnatela dagli infiniti fili. 

È solo una fuggevole impressione.

L’unica opzione che ti resta è chiudere gli occhi. 


TERZA STAZIONE: PELT – DEER HEAD APPARITION

Quando li riapri sei nel deserto.

Il panorama è completamente piatto. 

Provi a fare un passo, ma l’assoluta uguaglianza di tutte le possibili direzioni ti tiene i piedi incollati al terreno. 

La sabbia intorno a te comincia a sciogliersi lentamente, mutando gradualmente in vetro. 

Il fluido denso ti accoglie dentro di sé, senza bruciarti, lambendoti piano piano i vestiti.

Affondi.

La luce che arriva ai tuoi occhi viene poi diffratta innumerevoli volte, e ti sembra che la tua figura venga scomposta, assimilata alle onde elettromagnetiche che rimbalzano all’infinito in quest’oceano di materiale amorfo. 


ULTIMA STAZIONE: JEANNE LEE – CONSPIRACY

Il deserto di vetro in cui sei dissolto comincia a venire compresso e organizzato in un singolo cristallo. 

Allo stesso tempo, la tua mente riesce ad aggrapparsi a una manciata di ricordi, scene tranquille della tua infanzia che riprendono vita e formano un’oasi di quiete in questo continuo turbinare. 

L’universo attorno a te riacquista le proprie leggi e proporzioni, la luce diviene meno intensa, i punti di appoggio crescono in numero.

Poco a poco la tua camera si ricompone, e il mondo ti ritrova come ti ha lasciato.  

Il calore non è tuo nemico.

Dal freddo bisogna nascondersi, mettendo su strati di vestiario che limitano i movimenti, erigendo barriere per tagliare fuori il mondo esterno; il caldo questi muri li sbriciola, costringendoti a fare i conti col tuo corpo e le tue sensazioni, richiamando un uroboro d’acqua che entra ed esce dai tuoi tessuti. 

Impara a conoscerlo: sta vincendo.

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David Cappuccini
David Cappuccini