SHINICHI ATOBE – LOVE OF PLASTIC

DDS

2022

Dub techno, Deep house

Shinichi Atobe è una di quelle figure di culto capaci di costruire intorno alla propria musica una nicchia di ammirazione e attesa da parte di appassionati e addetti ai lavori. Il suo stile affonda a piene mani nel suono dub techno più stratificato e ritmato, nel solco delle uscite Chain Reaction (su cui proprio Atobe registrò il proprio EP di esordio nel 2001); navigando tra le onde echeggianti di queste sonorità Atobe mostra una competenza inattaccabile, tanto che la sua intera carriera potrebbe essere mostrata come un manuale di perizia e professionalità nel coniugare ritmo, atmosfera e profondità sonora. Eppure, tra tutte le sue pubblicazioni, è difficile trovarne una creativamente compiuta o totalmente ispirata, tale da suggellarne lo status di producer illuminato. Molte delle sue produzioni sono viziate da un abbondantissimo uso della ripetizione non supportato da una struttura dinamica nella definizione di temi e dettagli, che è la linea sottile su cui si gioca molto del valore ipnotico ed evocativo delle migliori pubblicazioni dub techno. Il risultato è che molti suoi pezzi finiscono per sembrare più dei DJ tool piuttosto che brani con una propria identità, piacevoli all’ascolto e intercambiabili alla memoria. Gli episodi più vividi della sua produzione (The Red Line, Regret) sono proprio quelli che riescono miracolosamente a coniugare la definizione reiterativa del suono con la bontà degli spunti, lasciando intravedere un grande potenziale troppo spesso offuscato altrove dal velo pesante della comfort zone.

Con il precedente Heat, Atobe ha inaugurato una nuova direzione stilistica che lo vede incorporare in maniera importante elementi ritmici e tematici della deep house (su tutti, le caratteristiche linee enfatiche di piano) nelle proprie sonorità abituali. Il tentativo è interessante ed è in grado di regalare nuove prospettive e coloriture diverse alla sua musica; in quell’album però la commistione di stili rimaneva troppo spesso a metà del guado, riuscendo solo occasionalmente a fondere i diversi umori in un cambio di passo definitivo. Con il nuovo Love of Plastic il producer giapponese segue la stessa strada e genererebbe più o meno le stesse aspettative, se non fosse che il disco si apre con un pezzo SPLENDIDO dopo la intro. Questa volta è un brano smaccatamente deep house: nel build-up da dancefloor che culmina in un tema di piano memorabile, nella cattura ritmica, nell’atmosfera solare e seducente. Questa impostazione spazza via il problema della ripetitività, che qui non serve ad allungare il minutaggio ma a saziare il desiderio di ascoltare di nuovo una perfetta progressione di idee; mantiene alcune delizie dello stile dub techno, come le linee di basso profonde e ondulanti e il tocco di riverbero che rende i suoni avvolgenti; si completa con alcune finezze piacevolissime, come il bel bridge appiccicoso e persino l’uso delizioso del fade-out. Ecco insomma che Atobe confeziona un altro grande momento musicale, forse il più sorprendente in carriera finora; ma una rondine non fa primavera, i difetti strutturali del suo stile sono da testare su un intero album. Il pezzo successivo, però, riesce a mantenere intatto l’incantesimo: anche in un contesto dove il focus torna sulla ritmica e sulla reiterazione di elementi più minimali il flusso musicale si mantiene ricco e interessante, con la rielaborazione di mattoncini house quali echi di archi e piccole scintille di synth, oltre a una florida disponibilità ad aggiornare il pattern ritmico man mano che l’atmosfera si carica di nuovi stimoli. Anche questi quasi 10 minuti passano godibilissimi e non pesano mai. Vuoi vedere che stavolta…

E invece anche stavolta bisogna smorzare l’entusiasmo. Come d’abitudine, la maggior parte dei brani successivi dedica gran parte del proprio minutaggio alla reiterazione di strutture uguali a se stesse, finendo per assumere la consistenza di loop ottimi per rimpolpare un DJ set ma inconcludenti all’ascolto dedicato. Se non altro in Love of Plastic la varietà di stili da cui pesca Atobe porta ad una ventata di buone idee sparse tra i brani, da incursioni acid a echi di Rod Modell in versione Ibiza: molte di queste finiscono per sbiadire tristemente per consunzione (Ocean 2, soprattutto), altre soffiano via un po’ di staticità da alcuni passaggi (Beyond the Pale) e a tratti riescono addirittura a fiorire in passaggi solidi ed evocativi (Severina). In fin dei conti anche Love of Plastic si arrende a un realismo professionale dove il talento emerge solo a sprazzi, costretto a infilarsi in qualche crepa come una piantina che spunta dall’asfalto del già sentito; non alza l’asticella, ma ci regala almeno un quarto d’ora in cui possiamo pensare che tutto sia al posto giusto, oltre a un pezzo da ascoltare e riascoltare in attesa della primavera.

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto