MESSA – CLOSE

Svart

2022

Doom metal

Il quartetto veneto Messa negli ultimi anni si è distinto, almeno agli occhi del pubblico metal più smaliziato e dei critici italiani più attenti ai movimenti dell’underground nostrano, come uno dei nomi più promettenti del doom metal della penisola – se non con l’esordio Belfry almeno con Feast of Water. Così almeno ve li vendono gli altri: ai tempi noi non siamo stati troppo impressionati, per quanto ci fosse sicuramente più di un dettaglio di novità nella proposta sonora del gruppo. Su Feast of Water, in particolare, il classico sound dello stoner più roccioso di derivazione sabbathiana e quello più moderno, desertico e ascetico, degli Om si erano fusi con le atmosfere umbratili e noir del dark jazz dei Bohren & der Club of Gore e del solito, immancabile, Badalamenti di Twin Peaks. (La pagina bandcamp del gruppo ai tempi andava ancora oltre, citando pure John Coltrane, ma fidatevi di noi: non c’entrava niente, più o meno come sempre quando viene citato come influenza da un gruppo rock). Era sicuramente un approccio originale al doom metal, anche se il più delle volte la sensazione all’ascolto non era troppo diversa da quella che si ha ascoltando i gruppi doom italiani della prima ora, infusi di immaginario esoterico e sintetizzatori wannabe psichedelicheggianti, tipo i Black Hole. Però qui in Italia la situazione metal è oggettivamente deprimente, quindi basta una qualsiasi leggera deviazione dalla norma per mettersi le mani nei capelli, e noi accettiamo supinamente le regole del gioco.

Questo nuovo Close, però, è effettivamente un album che non solo si prefigge degli obiettivi molto peculiari nell’ambito metal, ma per di più li persegue con un coraggio, una professionalità e una personalità piuttosto rare rispetto alla media dei gruppi dello Stivale, e merita il plauso che finora la stampa del settore gli ha tributato. Questa volta, i Messa hanno accantonato le velleità dark jazz di Feast for Water (che comunque riaffiorano qua e là, come sullo sviso di sax in coda a 0=2) e hanno rivolto il loro sguardo verso panorami più local: la principale fonte di influenza per Close è infatti il bacino del Mediterraneo, e in particolare la musica tradizionale dei paesi che vi si affacciano dal Medio Oriente. È un’ispirazione che i Messa hanno reso evidente fin dalla copertina dell’album, che tributa la danza nordafricana nakh (scelta per il più glorioso dei motivi possibili: perché assomiglia all’headbanging metallaro), ma per una volta permea la musica in maniera organica e profonda, al di là di ogni dichiarazione preventiva. Close sfrutta le possibilità timbriche offerte da strumenti tipici del folk mediorientale come oud, duduk, e percussioni varie e assortite, che vengono inglobate armoniosamente alla strumentazione elettrica di estrazione doom del quartetto – che, di contro, si adegua ai suoni acustici mediterranei, interagendo con essi e riducendo al minimo indispensabile l’impiego della distorsione: addirittura, non raramente si può scorgere l’arpeggio folk di un mandolino a fare da controcanto ai riff di chitarra elettrica (0=2 e To Be Taken). Ciò che però convince maggiormente è l’efficacia con cui i Messa legano i momenti metal (sempre contaminati da un’ingerenza heavy psych) e quelli folkeggianti, facendo scorrere con naturalezza i brani senza cadere nella facile trappola dell’esotismo. Probabilmente questo è anche merito della voce cristallina di Sara Bianchin, dall’interpretazione delicata e austera come comanda la migliore tradizione di voci femminili del doom metal più gotico (stile Anneke van Giersbergen), che riesce a non disunire le due tendenze del sound dei Messa addolcendo le asperità della componente metal e inasprendo con glacialità le derive più psichedeliche ed etniche. Una bella sorpresa. 

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia