CONTAINER BELLO

MỸ LAI: STORIA E TRAUMI DI UN EROE DI GUERRA

KRONOS QUARTET/RINDE ECKERT/VÂN-ÁNH VANESSA VÕ – MỸ LAI

Smithsonian Folkways

2022

Opera

La compagnia Charlie, del primo battaglione di fanteria americano, fu una delle tante unità militari che gli Stati Uniti spedirono durante la guerra in Vietnam: loro arrivarono nel Sud del paese partendo dalle Hawaii, nel dicembre 1967. Più di molte altre compagnie, però, la Charlie è ricordata in quanto responsabile del massacro di Mỹ Lai, uno dei più shockanti episodi di tutta la guerra del Vietnam, nonché uno dei più infami casi di violenza su civili da parte delle forze statunitensi della storia.

La vicenda, forse non nota come dovrebbe qui in Italia, è narrata con una raggelante ricchezza di dettagli pure su Wikipedia, ma è comunque opportuno riportarne gli elementi essenziali. La Charlie era una delle tre compagnie che avevano ricevuto il compito di distruggere il 48esimo battaglione locale dei Viet Cong, che durante l’offensiva del Têt operava piazzando mine e trappole esplosive nella provincia di Quảng Ngãi e la cui sconfitta era diventata un obiettivo strategico per l’operazione di riconquista dei territori persi a sud dall’esercito americano e sudvietnamita; la stessa compagnia Charlie, nel primo trimestre 1968, aveva sofferto quasi trenta perdite a causa delle loro tattiche di guerriglia. A marzo, l’Intelligence statunitense riteneva (erroneamente) di aver identificato il luogo in cui il 48esimo battaglione Viet Cong si era rifugiato: si trattava della frazione di Xom Lang nel villaggio di Sơn Mỹ, che sulle mappe in dotazione alle truppe americane era segnata con il toponimo Mỹ Lai (4).

Il 16 marzo 1968, il capitano Ernest Medina comandò alla compagnia Charlie di attaccare Mỹ Lai con violenza inaudita: partendo dal falso assunto che tutti i civili fossero già fuggiti dal villaggio, dichiarò che ogni vietnamita presente sul luogo al momento dell’offensiva fosse da ritenere un combattente o un fiancheggiatore dei Viet Cong, e ordinò anche di distruggere i raccolti e di uccidere il bestiame. Quello che i soldati del primo e secondo plotone della compagnia trovarono quella mattina fu invece un placido villaggio di civili con vecchi, donne e bambini raccolti negli spazi pubblici aperti, pronti a partecipare a un tranquillo giorno di mercato. Il fatto che gli abitanti non avessero manifestato alcun segno di voler né poter opporre resistenza alle truppe statunitensi non impedì comunque a quest’ultime di uccidere indiscriminatamente: le cifre ufficiali contano 504 vittime tra Xom Lang e Mỹ Hoi, sterminate tra le 7:30 e le 11:00 del mattino. I quotidiani americani il giorno dopo avrebbero titolato trionfalistici riguardo il successo di una brillante operazione contro i Viet Cong presso Mỹ Lai. Ancora peggio, nonostante le indagini che confermarono le colpe di diversi esponenti dell’esercito USA, nessuno pagò veramente: soltanto il tenente William Calley, a capo del secondo plotone, ricevette una condanna a vita che fu poi ridotta a vent’anni; infine, nel settembre 1974, venne rilasciato dopo solo tre anni e mezzo di arresti domiciliari.

Solo le sempre più insistenti voci sul processo di Calley fecero saltare il silenzio con cui il presidente Nixon aveva tentato di coprire il rumore delle indagini sul massacro di Mỹ Lai: il pubblico civile ne venne a conoscenza nel novembre 1969, un buon anno e mezzo dopo i fatti. La notizia, che gettava ulteriore benzina sul fuoco acceso delle proteste contro la guerra del Vietnam, ebbe fin da subito un forte impatto anche sull’opera di artisti e musicisti – che però, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, all’inizio non riservarono solo parole di condanna nei confronti di Calley, anzi. Durante la guerra, i cittadini statunitensi erano molto legati all’immagine del soldato come patriota che si immola per la propria nazione, e al più biasimavano i politici che li costringevano a sforzi militari senza alcun senso: per questo, la stragrande maggioranza delle canzoni folk e country a tema Mỹ Lai pubblicate in America tra il 1969 e il 1971 difendevano Calley, riscuotendo pure un discreto successo di pubblico. Il singolo Battle Hymn of Lt. Calley, inciso da Terry Nelson con un gruppo di session men chiamato C Company (…), vendette oltre un milione di copie in pochissimi giorni. 

In ambiti meno popolari, invece, la vicenda di Mỹ Lai suscitò subito soltanto sdegno e orrore. Nel 1970, il compositore turco İlhan Mimaroğlu e il quintetto di Freddie Hubbard registrarono uno dei più gloriosi incontri tra jazz, musica concreta e sentimento pacifista a titolo Sing Me a Song of Songmy, il cui titolo è un palese riferimento a Sơn Mỹ. Nello stesso anno, George Crumb scrisse invece Black Angels, che oltre a essere una delle più innovative pagine della letteratura per quartetto d’archi del Novecento è anche una delle più celebrate opere di protesta contro il Vietnam della tradizione colta americana: basti pensare che il celebre Kronos Quartet fu fondato dal violinista David Harrington nel 1973 proprio sotto l’influenza dell’ascolto di Black Angels, che di contro fu ispirato – tra gli altri – anche dalla strage di Mỹ Lai. 

Il fatto che nel 2013 l’Harris Theatre di Chicago abbia commissionato al tenore americano Rinde Eckert, alla polistrumentista vietnamita Vân-Ánh Vanessa Võ e al Kronos Quartet un’opera su questo tema – intitolata semplicemente Mỹ Lai, senza troppi fronzoli – rappresenta quindi la chiusura di un cerchio, dopo quasi cinquant’anni di attività scaturiti dalla scintilla di un brano dedicato proprio alla guerra del Vietnam. Musicato dal compositore americano Jonathan Berger su un libretto dell’autrice Harriet Scott Chessman, Mỹ Lai è un lavoro a metà tra il monodramma e la trenodia il cui unico atto (dalla durata complessiva di poco più di un’ora) commemora il massacro di Sơn Mỹ con un approccio estremamente originale: gli eventi di quel 16 marzo 1978 sono infatti narrati attraverso i pensieri confusi e i ricordi offuscati di un traumatizzato Hugh Thompson Jr., chiuso nella sua stanza d’ospedale in Louisiana nel dicembre 2005, poche settimane prima di arrendersi al cancro. 

Thompson, che nella guerra del Vietnam ha servito come maggiore del 123esimo battaglione della 23esima divisione di aviazione dell’esercito statunitense, fu insieme ai suoi sottoposti e compagni di equipaggio Glenn Andreotta e Lawrence Colburn uno dei pochi eroi della strage di Mỹ Lai. Quella mattina, durante un volo di ricognizione per sostenere l’avanzata delle truppe di terra, fu lui a notare la sproporzionata mole di cadaveri e le atrocità che il suo stesso esercito stava commettendo. E sempre lui fece di tutto per fermare le violenze, arrivando anche ad atterrare con il suo elicottero tra gli abitanti vietnamiti e i soldati americani ordinando ai suoi sottoposti di sparare contro qualunque commilitone avesse osato aprire il fuoco contro i civili disarmati. Il furioso rapporto che mandò immediatamente via radio ai suoi superiori di fatto impose ai piani alti dell’esercito americano di ordinare l’interruzione di ogni attività sul territorio e di aprire un’inchiesta sull’accaduto – senza contare la cancellazione di operazioni analoghe già programmate contro altri villaggi della zona. Il suo contributo umanitario quel giorno gli valse subito una Distinguished Flying Cross, anche se le motivazioni ufficiali del riconoscimento furono distorte quando non direttamente inventate nel tentativo di insabbiare tutta la faccenda; soltanto trent’anni dopo, nel 1998, il suo gesto reale fu effettivamente celebrato dall’esercito americano tramite il conferimento della Soldier’s Medal, per lui e per i due membri del suo equipaggio.

SEPARATORE

Il Thompson ritratto da Berger e Chessman, però, non è un veterano di guerra fiero di aver fatto la cosa giusta e del fatto che gli siano stati infine riconosciuti l’eroismo e la rettitudine morale, dopo anni di depistaggi, minacce e intimidazioni all’interno dell’esercito. È piuttosto un vecchio debole, provato dal cancro e mentalmente sfregiato dagli orrori cui ha assistito a Xom Lang, che continuano a tormentarlo e a intorbidire ogni altro suo pensiero: il ricordo dei motivi che l’hanno portato orgogliosamente a voler entrare nell’aviazione devìa subito verso le vittime che non ebbero la possibilità di volare via dalla loro fine; gli scenari mozzafiato visti dall’elicottero che avrebbe voluto mostrare al figlio si tingono del rosso del sangue dei cadaveri gettati nei canali; pure il quiz che va in onda sulla televisione della sua stanza diventa, nella sua mente annebbiata, un grottesco processo accusatorio nei suoi confronti. Nel delirio della fase terminale della sua malattia, che Thompson cerca di esorcizzare invano canticchiando tra sé e sé lo spiritual My Lord, What a Mornin’ (con una punta di sinistra ironia, contando che la strage di Mỹ Lai si è consumata interamente durante il mattino), viene ripercorso in ordine cronologico, e con chirurgica accuratezza storica, ogni singolo movimento dell’elicottero di Thompson quel giorno. All’inizio, viene raccontato il primo volo di ricognizione del suo equipaggio (First Landing: Flight), culminato con l’atterraggio per soccorrere una giovane ragazza con una ferita allo stomaco che viene uccisa davanti ai suoi occhi dal capitano Medina (First Landing: Descent) e dunque con la scoperta del canale con centinaia di cadaveri ammassati (First Landing: The Ditch); quindi, il secondo volo alla ricerca di superstiti (Second Landing: Hovering), con l’episodio climatico della difesa dei civili in fuga dal secondo plotone di Medina (Second Landing: Bunker); infine, l’ultimo volo in cui Thompson porta in salvo un bambino di sei anni gravemente ferito (Third Landing: Fishing), preceduto da una digressione in cui il Thompson malato del 2005 tenta di chiamare, per un ultimo saluto, Lawrence Colburn (Third Landing: Postcard).

L’interpretazione di Eckert, che veste i panni di un vecchio Thompson in pieno PTSD, è molto intensa: le nuance espressive della sua prova vocale rendono con efficacia il suo senso di colpa, la sua incredulità, la sua frustrazione per la consapevolezza che nessuno ha mai pagato per Mỹ Lai. Ancora di più delle sue capacità di recitazione, però, colpisce la qualità del libretto di Chessman, che potete consultare gratuitamente e integralmente qui. I suoi versi esprimono in maniera vivida e realistica il flusso di coscienza nella testa di Thompson, il processo di concatenazione delle sue memorie tramite libere associazioni di idee, pure i meccanismi di autodifesa usate nei momenti più drammatici per schermare la mente dalle immagini più crude, sospendendo la narrazione di momenti particolarmente cruenti e lasciando sottinteso il finale delle proprie frasi – vedasi la scoperta della montagna di cadaveri ammassati su First Landing: The Ditch, o ancora meglio l’episodio dell’omicidio della ragazza vietnamita da parte di Medina in First Landing: Descent. Su Second Landing: Bunker, il racconto del suo gesto più impulsivo ed eclatante (l’atterraggio a metà strada tra i civili vietnamiti in fuga e i militari del secondo plotone, con l’intenzione di sparare a questi ultimi) è continuamente interrotto da un confuso turbinio di pensieri, che va dall’interrogarsi su cosa dovrebbe fare in quel momento al chiedersi come sia possibile che si trovi in quella situazione; addirittura, c’è un ulteriore, fallimentare tentativo del Thompson del presente di spostare la propria mente altrove abbozzando di nuovo la melodia di My Love, What a Mornin’. È una scelta narrativa felicissima, che evade da sentimentalismi stucchevoli e shock factor egualmente poco d’impatto, restituendo invece una profondità e una tensione psicologica strazianti.

Se le parole di Mỹ Lai sono tanto impressionanti, però, il merito è anche (ovviamente) delle parti strumentali che il Kronos Quartet e Võ approntano per accompagnarle, sostenerle, e – quando le frasi non vengono terminate – anche sottintenderne sinistramente le conclusioni più brutali. Da un punto di vista meramente musicale, Mỹ Lai ambisce dichiaratamente a trovare un punto di incontro tra Occidente e Oriente, ma Berger realizza questo proposito attingendo a due elementi essenziali come sorgente fondamentale della propria ispirazione: una nenia vietnamita della zona di Quảng Ngãi, e una preghiera ebraica recitata nelle fasi finali dello Yom Kippur (lett. «giorno dell’espiazione»). Di conseguenza, le partiture dell’opera trasudano un’emotività cupa e disperata, che non presta alcun timore reverenziale all’idea di compromettere il proprio lirismo tormentato con l’atonalità più stridente; anzi, il carattere poetico della musica di Mỹ Lai si manifesta soprattutto nel modo conturbante in cui il Kronos Quartet enuncia melodie luminose per poi farle deflagrare verso territori più dissonanti, metafora dell’orrore e del disgusto di Thompson che montano progressivamente durante le ore della strage. Questa instabilità tonale, volta a convogliare la complessità emotiva e psicologica del protagonista, suggerisce più di un paragone con alcune delle pagine più dolorose degli ultimi quartetti d’archi di Šostakovič, riletti qui attraverso una lente naturalmente più cinematografica: sentite come il fulgore del Kronos Quartet si increspa e si intorbidisce quando Thompson si accorge dei primi cadaveri su First Landing: Flight, o come il sostenuto di violino viene incupito da una secca nota di violoncello a dare l’idea della morte della ragazza vietnamita sul finale di First Landing: Descent. In generale, le parti degli archi appaiono sempre pervase da un profondo senso di tragedia, sia quando si fanno più ostinate e incalzanti per descrivere il conflitto in First Landing: Bunker, sia quando piangono mestamente sulla struggente elegia di Third Landing: Postcard. Le uniche due eccezioni a questo sentimento luttuoso imperante si trovano sul finale di First Landing: The Ditch, in cui il Kronos Quartet si abbandona a una trascinante danza folk dal sapore ebraico, e su Third Landing: Fishing, quando Thompson trova il bambino sopravvissuto alla carneficina e decide di portarlo in un ospedale nella città di Quảng Ngãi: è forse l’unica occasione in tutto Mỹ Lai in cui il dolore si tinge di una minima sfumatura di speranza.

Oltre ai violini, alla viola e al violoncello, gli unici altri strumenti previsti dalla partitura appartengono alla tradizione vietnamita, e sono tutti suonati da Vân-Ánh Vanessa Võ. Il đàn t’rưng è un idiofono non dissimile da uno xilofono di bambù, e per la sua natura più percussiva è forse quello che salta più nitidamente all’orecchio, anche durante un ascolto distratto: specialmente nelle situazioni più concitate in First Landing: The Ditch e in Second Landing: Hovering si riconosce distintamente il suo contributo, che ora accenta la pronuncia ritmica degli archi, ora si limita ad aggiungere ulteriore turbolenza alla musica. Altrove, Võ suona il đàn tranh e il đàn bầu – entrambi strumenti a corda appartenenti alla famiglia delle cetre da tavolo, grossolanamente assimilabili ai koto giapponesi – che invece esaltano il carattere orientale delle melodie di Mỹ Lai, nel contempo offrendo un lenitivo alle asperità timbriche e concettuali delle parti del Kronos Quartet. Per quasi tutta la durata di Mỹ Lai li si può percepire, brulicanti, sotto il fraseggio di un violino o della viola; ma è proprio quando la loro voce emerge solitaria che le loro potenzialità espressive raggiungono l’apice. Non è un caso che questi momenti si trovino nella sezione introduttiva di First Landing: The Ditch, quando il panorama di morte nel canale incontra chiaramente gli occhi di Thompson, e infine in Third Landing: Fishing, quando Eckert accoglie con dolcezza la vista di un superstite: in queste occasioni, il suono del đàn bầu che si impone definitivamente sugli archi sembra voler soppiantare la nostra prospettiva occidentale mettendo al centro il cordoglio dei sopravvissuti vietnamiti, intonando un sommesso canto funebre in memoria delle vittime della strage.

Come ouverture per l’opera, Berger opta per Mỹ Lai Lullaby, una composizione di otto minuti che presenta in nuce tutti i temi principali di Mỹ Lai – in particolare, l’incontro musicale tra Oriente e Occidente, sublimato dalla compenetrazione di melodie ebraiche e vietnamite e dall’interazione tra il quartetto d’archi della tradizione europea, il đàn bầu e il đàn tranh. A rimarcare ulteriormente il concetto di East-meets-West, Berger pone in apertura il campionamento della ninna nanna vietnamita da cui ha tratto ispirazione per la musica dell’opera, e quello di Vietnam Blues di J.B. Lenoir intorno a metà del brano: un’associazione di idee ardita, scaturita quasi per caso da un’epifania di David Harrington.

«As Kronos began rehearsing Mỹ Lai, David Harrington reported a vision he had of the convergence of J.B. Lenoir’s Vietnam Blues with the traditional Vietnamese lullaby that I was using as source material in the opera. What you hear today is my realization, inspired by David’s dream and by Vân-Ánh’s wizardry on the đàn tranh.»

(Jonathan Berger)

Mỹ Lai ha debuttato proprio all’Harris Theatre nel gennaio 2016, davanti a una platea che comprendeva anche Lawrence Colburn, ai tempi l’ultimo superstite dell’eroico equipaggio di Thompson. Quest’anno la Smithsonian Folkways rende finalmente reperibile integralmente una delle opere più commoventi degli ultimi anni, in una sua interpretazione registrata appositamente in studio nel 2018 e dedicata allo stesso Colburn. Nell’attesa che sia reperibile anche una versione video che possa rendere meno estenuanti gli skit parlati tra Eckert/Thompson e il presentatore del quiz televisivo che fioccano qua e là durante l’opera – per ora, sono a conoscenza soltanto di The Whistleblower of Mỹ Lai, un documentario sulla sua realizzazione – questo disco può ampiamente bastare a restituirne la commovente bellezza: non esito a definirla una delle pubblicazioni più importanti di quest’anno.

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia