MAKAYA MCCRAVEN – IN THESE TIMES

International Anthem

2022

Jazz Fusion

Avevamo accennato alla questione di sfuggita nel nostro articolo sugli Anteloper, ma permetteteci di essere più espliciti: la International Anthem è una delle più importanti etichette del jazz contemporaneo. Da quando è stata fondata nel 2014 ha rappresentato uno dei più attendibili termometri dello stato di salute della scena di Chicago – una scena che, coerentemente con una tradizione che può vantare fenomeni come l’AACM e i Tortoise, è onnivora e poliglotta, e non teme di compromettersi con il pop, il rock, l’elettronica e l’hip hop. Soprattutto, però, è un’etichetta che si è conquistata un ruolo di primo piano nel panorama occidentale – godendo anche di quel discreto successo di pubblico che invece è mancato a label dall’estetica più severa come per esempio la Pi – grazie a lavori che, pur eclettici, hanno effettivamente plasmato la materia jazz in maniera eccitante e creativa senza scadere in quelle tamarrate patinate e prive di spigoli che altri (tipo la Brainfeeder o anche, tristemente, l’Impulse! più recente) non hanno esitato a pubblicare. Vedasi alla voce Flying Lotus e The Comet Is Coming, rispettivamente.

Ma questo status prestigioso, conquistato grazie a gente come la compianta Jaimie Branch, Ben LaMar Gay e gli Irreversible Entanglement, non sarebbe stato nemmeno immaginabile senza Makaya McCraven, il cui In the Moment nel 2015 ha di fatto settato la poetica della International Anthem e a contempo ne è stata la prima pubblicazione acclamata da critica e pubblico. Nato a Parigi da genitori musicisti (la madre Ágnes Zsigmondi, ungherese, è flautista e cantante, mentre il padre afro-americano Stephen McCraven è anche lui batterista jazz), ma cresciuto dapprima in Massachusetts e quindi a Chicago, McCraven ha ricevuto una formazione eterogenea e panculturale, che ha sintetizzato in una visione artistica proiettata al di là di ogni steccato di genere: la sua concezione del ritmo come materia malleabile trae spunti dal folk europeo, dalla musica gnawa, dal funk e dall’hip hop, oltre che ovviamente dal jazz. Tuttavia, più che le sue capacità come strumentista in sé, di McCraven ha sempre colpito l’uso spregiudicato di sample, loop e tecniche di post-produzione assortite per decomporre e riassemblare le proprie improvvisazioni, influenzato più dall’opera di RZA che non da quella di Teo Macero – cosa che gli è valsa l’affettuoso soprannome di beat scientist. In questo senso, Universal Beings del 2018 va annoverato tra i più acuti e riusciti saggi sul ritmo e sugli scopi della Black American Music che lo scorso decennio ci abbia regalato, un ascolto pressoché imprescindibile per capire lo stato dell’arte della musica improvvisata. 

Eppure, il suo ultimo In These Times delude parzialmente le grosse aspettative che Universal Beings aveva montato. Non che da allora McCraven non avesse fatto uscire roba non particolarmente brillante: nel 2020 c’era stata la reinterpretazione di I’m New Here di Gil Scott-Heron, uscita a titolo We’re New Again: A Reimagining by Makaya McCraven per la XL, che era stata comunque esaltata oltre ogni umana comprensione; l’anno scorso le cose sono pure peggiorate con Deciphering the Message, una inutile rivisitazione di alcuni classici Blue Note per tramite delle sue tecniche di producer che in realtà si inseriva in un trend, francamente stucchevole, di dischi con cui la storica etichetta cerca da anni di svecchiare la propria immagine agli occhi del pubblico più moderno (l’ultimo capitolo di questa serie, Blue Note Re:imagined II, è arrivato a settembre e io ovviamente non l’ho ascoltato perché non me ne frega niente). Visto però il ritorno all’ovile della International Anthem, sembrava lecito aspettarsi un lavoro ai livelli di Universal Beings. Lo stuolo di ospiti illustri, comprendente molti dei collaboratori passati di McCraven (diversi dei quali pure presenti su Universal Beings stesso), ha alimentato ulteriormente la fiamma della speranza: nei credits di In These Times figurano il solito factotum della International Anthem Jeff Parker, Joel Ross, il trombettista Marquis Hill, l’astro nascente dell’arpa jazz Brandee Younger, il pianista Greg Spero, il contrabbassista Junius Paul, e oltre a loro due sassofonisti, un secondo pianista, un altro chitarrista, un intero quartetto d’archi. A ennesima conferma della fondatezza delle aspettative, l’ispirazione creativa alla base del progetto In These Times risale allo stesso periodo di In the Moment e Universal Beings: il materiale di In These Times era stato addirittura presentato in prima assoluta al McGuire Theatre di Minneapolis nel 2019, e ai tempi si parlava pure di una possibile pubblicazione già intorno alla primavera del 2020. Ultimo ma non ultimo, la suite che si può ascoltare su questo album è stata realizzata con lo stesso modus operandi caratteristico dei suoi migliori lavori – ovvero, tramite una minuziosa operazione di contraffazione di musica che è stata incisa nell’arco di oltre sette anni in cinque studi di registrazione e quattro sedi di esibizione live differenti. McCraven non solo smonta e rimonta i suoi fill di batteria in breakbeat hip hop nello stile di Robert Glasper, ma lavora anche le tracce degli altri strumenti rallentandole, overdubbandole, tagliandole e ricucendole, e in generale gigioneggiando come vuole con tempi e ritmi. Lo scopo ultimo, e qui cito testualmente il press-kit: quello di realizzare un highly personal but broadly communicable fusion of odd-meter original compositions from his working songbook with orchestral, large ensemble arrangements and the edit-heavy “organic beat music”. 

SEPARATORE

Il problema, forse, sta tutto in quel broadly communicable. La complessità ritmica della musica di In These Times, giocata su metri non convenzionali, tempi dispari e poliritmi, viene edulcorata con un impianto timbrico eccessivamente anemico, che rimanda simultaneamente agli arrangiamenti rigogliosi del soul anni Settanta in stile Marvin Gaye e ai dischi più cheesy di Alice Coltrane come World Galaxy. Tutti i movimenti della suite, anche quelli ritmicamente più elaborati – e, quindi, più riusciti – come la title track e Seventh String, si adagiano su delicate texture ricamate dagli archi e/o dall’arpa che vogliono suonare suadenti e liriche, quando non esotiche e misteriose (cfr. So Ubuji), ma che nella maggior parte dei casi vengono recepite semplicemente come esageratamente zuccherose – su The Calling forse la descrizione più corretta è addirittura disneyane. È una scelta infelice che può essere magari adatta al sentimento esile espresso in Lullaby, scritta proprio dalla madre di McCraven per il suo gruppo prog/folk Kolinda negli anni Settanta, ma che indebolisce invece il senso di urgenza politica che In These Times vuole manifestare fin dal titolo – un double entendre sui tempi musicali adottati da McCraven nelle sue composizioni, ma anche sulle varie tensioni sociali al centro della contemporaneità. Con un umore tanto placido e sereno, viene sinceramente difficile cogliere il messaggio di militanza e di preoccupazione che In These Times vuole convogliare, e non basta che l’album si apra con il campionamento di un discorso di Harry Belafonte che rilegge in chiave attivista il mito di John Henry.

I’d never want to be known as anybody opposed to progress, but this is no longer a matter of progress or not progress. Our dignity is involved in it, our integrity and everything that we believe as working men are involved, so that I ain’t really opposed to the machine, I just feel that the machine can’t take the place of the soul and the sweat for the many men who died to help build this tunnel, and we got to finish it, and it just ain’t no two ways about it.

Certo, la musica è meno statica di quanto questa prima descrizione possa indurre a pensare. Sopra i tenui acquerelli di archi e arpa già citati si ergono poi eventi sonori di varia natura che perlomeno contribuiscono a conferire alla musica un carattere timbrico più deciso e a rendere più riconoscibili i vari brani: un assolo di sassofono sulla title track, un lungo excursus di contrabbasso contrappuntato dal pizzicato del violino su High Fives, un flauto traverso svolazzante su Seventh String, delle marimba che si confondono tra i cromatismi dell’arpa su This Place That Place, o ancora il tema notturno di pianoforte e l’assolo bluesone della chitarra di Jeff Parker su The Knew Untitled. Tuttavia, anche con questi intriganti orpelli i pezzi spesso scivolano senza lasciare segni troppo profondi: nella costruzione dei beat McCraven ostenta certamente la professionalità e la maestria tecnica di J Dilla, ma l’impatto è quello più inoffensivo e addomesticato di un Nujabes. 

Nonostante tutto, la critica di settore di ogni parte del mondo ha comunque già preso a decantare le nuove gesta di Makaya McCraven, arrivando talvolta a definire In These Times come il suo disco finora più compiuto, probabilmente perché è quello che più di tutti ha dimostrato di voler coccolare l’orecchio dell’ascoltatore. È in ogni caso un lavoro che sa elargire momenti carini e piacevoli, senza dubbio; ma McCraven ha saputo essere molto più che carino e piacevole nel recente passato. Don’t believe the hype

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia