DIECI DISCHI DI METAL ESTREMO PER I PRIMI SEI MESI DEL 2022

Di tutti i generi derivazione rock, il metal è probabilmente uno di quelli più in salute in assoluto: di anno in anno, continua a elargire centinaia (migliaia) di uscite, molte delle quali hanno anche un discreto pubblico, e una manciata di queste riesce con successo a costruire qualcosa di nuovo rispetto al passato. Non solo: il metal è così in salute che, dopo un bel po’ di anni in cui il pubblico alternativo lo ha guardato con sufficienza e malcelato disprezzo, negli ultimi tempi ha innescato un’inversione di marcia generale nei trend critici. Tutt’a un tratto, persone di cui non gliene è mai fregato un cazzo del genere si sono accorte di una serie di musicisti particolarmente sperimentali, o più vicini all’estetica indie, o ancora più semplicemente particolarmente modaioli (in certi casi, è un mix di queste caratteristiche), tipicamente appartenenti all’ala più estrema del genere. E così abbiamo dovuto imparare a sopportare gente che non ha mai ascoltato mezza nota di Darkthrone e Bathory che comincia a spiegarci perché i Deafheaven sono un gruppo pazzesco, o Anthony Fantano che ci racconta quanto sono fichi i Liturgy e gli Imperial Triumphant. (Su questa cosa possiamo anche essere d’accordo, il problema è che ce lo racconti quello scemo di Fantano con la proprietà di linguaggio e il gergo tecnico di un bambino di otto anni.) 

Tutte queste parole servono per dire, semplicemente, che più o meno mezzo mondo concorda nel dire che il metal del nuovo millennio è brulicante di correnti diversificate, di crossover stilistici arditi, di esperimenti curiosi e bizzarri. Perfino tra i gruppi più infrattati non è difficile incappare in lavori che, con tutte le loro ingenuità, i loro difetti e le loro mancanze, hanno dalla loro parte una qualche peculiarità che comunque vale la pena di raccontare. E quest’anno non fa eccezione: per questo abbiamo preparato per voi una selezione di dieci dischi, senza ovviamente alcuna pretesa di enciclopedicità, tutti usciti in questi primi sei mesi del 2022, tutti appartenenti alla grande famiglia del metal estremo, alcuni belli senza essere eclatantemente belli, altri brutti senza essere eclatantemente brutti. Tutti, però, con qualcosa di interessante da dire o, perlomeno, su di cui c’è qualcosa di interessante da dire. Un paio di nomi saranno per voi delle vecchie conoscenze, se siete nell’intersezione tra chi è appassionato di musica metal e chi si tiene aggiornato sui suoi sviluppi; tuttavia, contiamo che diversi di questi siano per voi delle new entry. Buon ascolto e abbasso Gesù Cristo.

I SOMMERSI

Abhorrent Expanse – Gateways to Resplendence (Amalgam Music)

L’improvvisazione nel metal estremo, e in particolare nel mondo death metal e grindcore, per quanto non sia all’ordine del giorno non è comunque una novità: ormai diversi gruppi hanno interpretato la via improvvisativa come lo strumento naturale con cui perseguire la propria ricerca verso la musica più indecifrabile e assurda possibile. Alcune band utilizzano l’improvvisazione con moderazione, inglobandola in un processo di composizione più canonica (Imperial Triumphant), altre in maniera più radicale, usandola come fondamento del proprio processo di scrittura. Gli Abhorrent Expanse si collocano nel secondo gruppo. Si sa pochissimo di questo quartetto, se non appunto che sono in quattro, che vengono un po’ da Minneapolis e un po’ da Chicago, che uno dei membri – Eric Fratzke – ha esperienza tanto con gli Zebulon Pike quanto con i Junk Magic di Craig Taborn, e che Gateways to Resplendence, uscito a inizio aprile, ne è l’unica testimonianza discografica. Registrato a Minneapolis nell’autunno del 2020, le dieci tracce di questo album sono state tutte completamente improvvisate e sono, ovviamente, un marasma caotico come ne sentirete pochi in questo 2022;  eppure, gli Abhorrent Expanse dimostrano anche di saper sfruttare questo aspetto in maniera da trascendere il mero fattore novelty. A differenza di gente come Encenathrakh ed Effluence, dei one trick pony capaci solo di offrire l’equivalente di un disco dei Last Days of Humanity passato al tritacarne, gli Abhorrent Expanse sono capaci di abbassare per un attimo i volumi delle distorsioni, giocare con le dinamiche e alternare vagheggiamenti chitarristici in stile Derek Bailey a brani più infernali come Annihilation Operators o la conclusiva Arcturian Nano Diamonds from the Tranquil Abyss, arrivando anche a partorire pezzi di oscura avanguardia come Invasive Insectoid Horror Thoughts. Quarantotto minuti senza dubbio ben di più di quanti sono umanamente sopportabili, ma c’è tanto di interessante da carpire da questo disco.

Artificial Brain – Artificial Brain (Profound Lore)

Gli Artificial Brain sono tra i gruppi technical death metal più chiacchierati degli ultimi anni – subito dopo i pesi massimi come Ulcerate, perlomeno. Nel corso degli anni, hanno coniato uno stile che è sì riconoscibile, ma allo stesso tempo non si discosta in maniera così netta dallo standard del death metal del nuovo millennio: come molti altri colleghi, gli Artificial Brain riprendono le disarmonie oblique dei Gorguts, l’impianto ritmico alieno dei Virus e il caos lovecraftiano dei Portal, anche se nella loro musica emergono sempre vibrazioni più old school che rimandano a classici del death metal East Coast come Suffocation e Immolation. A pensare male, verrebbe da dire che la loro relativa popolarità non sia dovuta soltanto alla loro musica: il fatto che escano per Profound Lore ha sicuramente giovato alla loro distribuzione, e le bellissime copertine a metà tra le illustrazioni di Warhammer 40K e gli artwork sci-fi dei Nocturnus hanno avuto un ruolo chiave nell’avvicinare molti ascoltatori ai tempi di Labyrinth Constellation – me incluso. Artificial Brain, pubblicato a inizio giugno, è il capitolo conclusivo della loro trilogia distopica di concept album, ed è circa un more of the same di quello che si è ascoltato nei primi due lavori: growl gorgogliante in stile Demilich, riff vorticosi e intricati da cui traspare un sinistro ma marcato senso melodico, sfumature black metal, elaborati contrappunti tra chitarre e basso, intricati pattern di batteria, atmosfere cibernetiche e futuristiche, sapete anche voi le buzzword da usare. Le poche novità, come la partecipazione in qualità di ospiti di Mike Browning e Luc Lemay, o arrangiamenti un po’ più strani di tastiera e sassofono (cfr. Tome of the Exiled Engineer e Last Words of the Wobbling Sun) non bastano a dare la sensazione che gli Artificial Brain siano davvero progrediti rispetto ai primi due lavori; anzi, le maggiori concessioni alla melodia e insieme la produzione meno nitida che soffoca le dinamiche più alte fanno apparire la musica di Artificial Brain come semplificata rispetto ai loro standard. E a questo si aggiunge il difetto che gli Artificial Brain hanno sempre avuto, ovvero una certa mediocrità di scrittura che si esprime in brani che si evolvono per rifforama piuttosto che per un processo di elaborazione coerente del materiale tematico presentato: difficile decidere quale sia meglio tra questo e Infrared Horizon, ma ci sono pochi dubbi riguardo al fatto che Labyrinth Constellation avesse già espresso più o meno tutto ciò che questi ultimi due album hanno poi ribadito.

Dischordia – Triptych (Transcending Obscurity)

Triptych è il terzo album dei Dischordia, trio dell’Oklahoma che dopo due dischi pubblicati tra il 2013 e il 2016 era completamente sparito dai radar, salvo per un EP pubblicato nel 2018. Ai tempi, i Dischordia offrivano quella che poteva essere interpretata come una versione vagamente esotica del death metal tecnico più jazzy di scuola Cynic e Atheist, con divagazioni per basso e chitarra di sapore fusion e perfino sporadic(issim)i interventi di flauto traverso a speziare brani serpentini e sofisticati che tradivano anche l’influenza dei Gorguts di From Wisdom to Hate. Sei anni dopo, i Dischordia sono un gruppo completamente inserito nel filone di death metal tecnico moderno di derivazione Gorguts (questa volta, in particolare, quelli di Colored Sands) e Ulcerate, e la loro musica presenta innumerevoli affinità stilistiche con quella di altri gruppi del genere come Sunless e Ulsect. Il fatto che anche in questo caso in cabina di regia ci sia Colin Marston, che dà ai Dischordia esattamente lo stesso suono di tutti gli altri gruppi prodotti da Marston, di certo non aiuta. Considerando come suonavano sul precedente Thanatopsis, questa svolta più “moderna” appare particolarmente poco coraggiosa – finanche modaiola; tuttavia, se la componente death metal del loro suono non si erge in maniera particolare sul marasma di gruppi che vogliono rifare Obscura, The Destroyers of All, o entrambi, i Dischordia hanno perlomeno mantenuto un gusto sui generis per le digressioni più atmosferiche e soft, ampliando anzi sulle timide intuizioni del precedente Thanatopsis. L’impiego del flauto, del pianoforte e dello xilofono su brani come Bodies of Ash, Spirits of Dirt o The Carriage, più di qualsiasi chitarra o basso elettrico, ammantano la musica dei Dischordia di un’atmosfera inquietante e misteriosa che ha pochi termini di paragone nel metal contemporaneo (si potrebbe pensare agli Ehnahre di Douve, ma dove lì il riferimento principale era il serialismo europeo, qua sembra essere la musica progressive e il jazz). Sarebbe bello vedere i Dischordia esplorare in maniera più radicale la direzione che questi sporadici momenti indicano ancora troppo timidamente.

Mizmor & Thou – Myopia (Gilead)

Myopia è l’ennesima collaborazione dei Thou, questa volta con Mizmor. Se i primi, tra modern classic dello sludge metal come Heathen e Magus e gli acclamatissimi lavori registrati con i The Body ed Emma Ruth Rundle, probabilmente non hanno bisogno di presentazioni, lo stesso non si può dire del secondo, moniker sotto al quale si nasconde un non meglio identificato A.L.N. da Portland che da diversi anni pubblica dischi al crocevia tra sludge, drone e black metal (alcuni anche piuttosto apprezzati, come Yodh del 2016). Registrato in segreto a febbraio e pubblicata verso fine aprile, Myopia è stato già accolto come un mezzo miracolo per la compenetrazione naturale delle estetiche dei due artisti, che su questo album si spingono insieme al limitare dello sludge metal più soffocante e dronante per esplorare quei territori del genere che accolgono volentieri il glaciale riffing ronzante e lo scream disperato del black metal. Tutto molto bello e tutto fatto molto bene, però basta porco dio basta con ‘ste marce funebri in downtempo di otto/nove/DIECI minuti con accordatura abbassata a tonalità oltretombali, urla laceranti, riff rallentatissimi, pezzi che continuano ad oltranza perché tanto una cosa sempre uguale a se stessa può anche durare in eterno. È uno stile di metal che negli anni Dieci si è sentito fino alla nausea in ogni salsa, tra Tombs, Hexis, Lord Mantis, Indian (senza dubbio i migliori del lotto), gli stessi Thou e Mizmor: basta, tutti suonano come tutti gli altri, non se ne può più. Ovviamente, se invece di questo tipo di musica non ne avete mai abbastanza, prendete questo commento su Myopia come un consiglio spassionato: quasi sicuramente, non ascolterete tanto di meglio nell’ambito nel 2022.

White Ward – False Light (Debemur Morti)

Gli ucraini White Ward appartengono a una precisa demografica di gruppi metal: suonano una qualche espressione di metal (in questo caso, di derivazione prevalentemente black) “evoluto” e contaminato, sono riconosciuti dal pubblico estremo di più larghe vedute come innovatori dalla proposta stilistica personale, e sono virtualmente sconosciuti al di fuori di questa nicchia. E dire che hanno tutte le carte in regola per trascendere un pubblico così ristretto ed essere accolti da Pitchfork e Ondarock come salvatori di un genere di cui non conoscono la storia e le caratteristiche: fin dal loro primo full-length Futility Report, uscito nel 2017, i White Ward si sono inseriti nel filone del black metal più atmosferico e post-, dilatandone ulteriormente i minutaggi e le strutture, e inserendo interventi di sassofono e tastiere che dovrebbero richiamare – secondo i loro estimatori, perlomeno – il jazz, che è più o meno la caratteristica più peculiare a loro attribuita insieme a una non meglio identificata “oscurità metropolitana” e fumosità noir delle loro composizioni. In realtà, la musica dei White Ward è insolitamente luminosa ed educata, con suoni nitidi e riff molto orecchiabili pure quando questi abbracciano il tremolo picking tipicamente black metal. Gli interventi di sax contralto, che insistono su temi piuttosto melodici ed elementari suonati nel registro più alto dello strumento, addolciscono ulteriormente l’impatto sonoro già non particolarmente belluino. Quasi certamente non è ciò che gli stessi White Ward vorrebbero, ma l’eterogenesi dei fini sa essere spietata. Questo False Light, uscito tipo ieri, presenta nuove otto variazioni sul tema di questa proposta. E se già le sonorità non sono esattamente esaltanti, ancora peggio va con la costruzione dei brani, monoliti labirintici di anche un quarto d’ora che non hanno idea di come evolvere le proprie sezioni (e talvolta nemmeno di come finire: perché quell’elegia di un minuto e mezzo per sintetizzatori e voci dopo dodici minuti e rotti della title track, che già avrebbe necessitato della metà del tempo per esaurire ciò che aveva da dire?), giocate su alternanza didascalica tra black metal e piccole digressioni nella vena di una versione dei Bohren & der Club of Gore molto meno crepuscolare. Insignificante più che brutto.

I SALVATI

Bríi – Corpos transparentes (autoprodotto)

Bríi altri non è che una delle varie one-man band di Caio Lemos, giovane talento brasiliano che l’anno scorso si è consacrato come una delle menti più brillanti del black metal con il bellissimo Inpariquipê, edito con il moniker Kaatayra, su cui abbiamo speso parole al miele pochi mesi fa. Se l’immaginario naturalistico ispirato ai paesaggi del Brasile è in larga parte il medesimo per entrambi i progetti, l’umore della musica di Bríi è in un certo senso più negativo: dove la componente metal primitiva è metafora per la natura, la sua contaminazione con inserti elettronici di derivazione trance, techno e ambient non testimonia semplicemente la passione di Lemos per la musica elettronica, ma rappresenta anche il rapporto (pure conflittuale) tra urbanizzazione e ambiente. Finora, i suoi dischi hanno sempre pagato concept intriganti e idee creative con produzioni e missaggi terribili e una scrittura molto acerba; quest’ultimo Corpos transparentes, forse anche grazie al fatto che dura poco più di mezz’ora (praticamente la metà dei due dischi precedenti), invece, mette più a fuoco il suo obiettivo e, senza comunque avvicinarsi alla vetta di Inpariquipê, offre un altro notevole saggio di creatività. Il minutaggio più ridotto obbliga Lemos a sovrapporre le tre anime del suo progetto – quella black metal, quella folk e quella elettronica – cui nel precedente Sem propósito erano invece dedicate individualmente delle sezioni apposite, separate in scompartimenti stagne l’una dall’altra. Così facendo, Corpos trasparentes recupera un po’ di quel sapore selvatico e pluviale del progetto Kaatayra, in quello che è forse il singolo pezzo più riuscito a nome Bríi finora pubblicato.

Inerth – Void (Abstract Emotions)

Gli Inerth sono un quartetto madrileno sorto nel 2019 dalle ceneri dei Looking for an Answer, che per una ventina d’anni hanno suonato deathgrind – o almeno così ho letto in giro, perché io personalmente non ne ho ascoltato mezza nota. Void è il loro esordio, registrato durante il lockdown del 2021, ed è uno dei lavori dallo spirito più marcatamente old school di tutta questa selezione: gli Inerth ripartono dalla gloriosa tradizione del grindcore inglese più legato al crust punk – quello dei Napalm Death di From Enslavement to Obliteration, per dire -, dal filone più asfissiante dell’industrial metal à la Godflesh, e immancabilmente dal death metal, di cui vengono riprese alcune delle manifestazioni più pachidermiche (Autopsy, Asphyx). Lo stile cui pervengono è quello di un tetro death metal dal sapore industriale e groovy, affine tanto per tematiche quanto per sonorità ai Fear Factory di Soul of a New Machine, agli Skin Chamber, o addirittura ai Neurosis di Enemy of the Sun, che respira nitidamente l’afflato estetico dello sludge metal anni Novanta. Perfino i testi, votati alla denuncia di una civiltà europea e in generale occidentale votata alla corruzione e alla (auto) distruzione, sono chiaramente legati a doppio filo con la tradizione dei concept politicizzati dell’anarcho-punk (e quindi degli Amebix, dei Saw Throat e degli stessi Napalm Death). Una descrizione che farebbe pensare a un album ben lontano dall’essere imperdibile, e in effetti non lo è; ciò nonostante, Void è davvero una sintesi estremamente efficace e ben realizzata di queste tendenze, e seppure non sia difficile indicare con precisione quali gruppi hanno influenzato la loro musica, non si ha mai quella spiacevole sensazione di imitazione pedante quando si ha a che fare con sfacciati copycat tipo i Pitchshifter. Ma, soprattutto, Void riesce a essere credibile nel suo umore apocalittico e disperante, e ogni scelta sonora e compositiva esalta questa atmosfera di catastrofe incombente: è questo il suo principale punto di forza.

Licho – Ciuciubabka (Pagan)

Il metal dei paesi slavi occidentali ha una lunga tradizione di gruppi bizzarri e strampalati, che si collocano in uno spettro di possibilità che va dal suonare un genere con un twist vagamente più pazzerello della norma fino a roba completamente delirante e sopra le righe, specialmente in Repubblica Ceca. I Licho sono un quartetto polacco, ma sono molto più vicini a questo secondo modo di intendere il metal sperimentale: il loro terzo album Ciuciubabka (termine che in polacco indica il gioco della mosca cieca), uscito questo marzo, è un caleidoscopio di trovate assurde che, come dice il loro stesso press-kit, mantiene una relazione aperta con il black metal. Di base, il riferimento principale sarebbe la sua variante più eterodossa, coniata dai Ved Buens Ende negli anni Novanta e ulteriormente esplorata dai Virus nel decennio successivo; ma ogni brano di Ciuciubabka è sconquassato da ingerenze aliene, che possono essere gli armonici dissonanti in odore di noise rock con cui si apre Tup, Tup, i sibili elettronici subliminali che sabotano l’esplosiva seconda metà di Wyjaśnijmy coś sobie, o la sinistra nenia cantata da una voce femminile sopra il theremin in Jeszcze raz w las. È un disco che, come molti altri lavori che tentano in ogni modo di coniare un idioma originale e personale, è estremamente esagerato, anche per l’impostazione esplicitamente enfatica della voce principale (su Niewykluczone, że w obłęd e Tup, Tup probabilmente le sue prove più snervanti); ma è anche un disco coraggioso che, nel suo processo di ricerca e sperimentazione, finisce per regalare alcuni dei brani metal più inclassificabili e riusciti di questa prima metà del 2022. Uno degli album più consigliati di questa lista.

Luminous Vault – Animate the Emptiness (Profound Lore)

L’accoppiata che forma il duo newyorkese dei Luminous Vault è delle più peculiari. Samuel Smith è il bassista degli Artificial Brain di cui abbiamo parlato poco più su, così come la seconda chitarra negli Aeviterne che abbiamo incensato poco tempo fa proprio su queste pagine. Mario Diaz de León, d’altro canto, ha un curriculum più vasto ed estremamente più esotico: il suo palmares conta dischi metalcore, collaborazioni con Jeremiah Cymerman e Toby Driver, e perfino opere accademiche contemporanee a metà tra musica da camera ed elettroacustica (Soul Is the Arena del 2013 raccoglie alcune delle più celebrate tra queste). È perciò lecito aspettarsi da Animate the Emptiness, disco d’esordio dei Luminous Vault, una musica metal bizzarra quanto il background dei due musicisti, e nonostante queste aspettative siano ottimistiche l’album è effettivamente uno dei lavori più originali del metal estremo del 2022. Volendo ridurre ai minimi termini, quello dei Luminous Vault è facilmente classificabile come black metal  – più precisamente, quel tipo di black metal compromesso da elettronica e industrial di cui Blut Aus Nord e Dødheimsgard sono stati i pionieri; tuttavia, lo scollamento stilistico così netto tra le linee melodiche tratteggiate dalla chitarra e la ritmica dettata dal basso (e dalla drum machine) produce una dissonanza cognitiva che gioca completamente in favore della resa sonora di Animate the Emptiness. Mentre Diaz de León pennella riff dissonanti ma sempre luminosi e vitalistici, elucubrando lunghi assoli sospesi tra il metal trascendentale dei Liturgy e il totalismo di Mikel Rouse, Smith imbastisce una ritmica essenziale e robotica, che nel suo minimalismo ereditato da G.C. Green dei Godflesh contribuisce ad ancorare la musica di Animate the Emptiness a una dimensione più immanente. È facile rintracciare i momenti migliori del disco in Divine Transduction, Earth Daemon e Regeneration – quest’ultimo, senza esagerazione, uno dei cinque pezzi metal più belli di questo 2022. In tutti questi luoghi i Luminous Vault sembrano capaci di erigere un suono larger than life, che alterna con naturalezza feedback proiettati al sublime e torbidi groove sintetici, che contiene il rumore della metropoli e le armonie della volta celeste. Non perdeteveli per alcun motivo.

Vein.fm – This World Is Going to Ruin You (Nuclear Blast)

I Vein.fm è più probabile che li abbiate conosciuti con il loro precedente moniker – semplicemente Vein – con cui nel 2018 hanno pubblicato Errorzone, un gran bel disco di mathcore di impostazione novantiana (quindi stile Deadguy e Kiss It Goodbye, più che Dillinger Escape Plan e Converge) che nei suoi breakdown e nel suo riffing sincopato richiamava anche l’alternative metal. Questo marzo i Vein.fm sono tornati con This World Is Going to Ruin You, che di fatto prosegue più o meno sulla stessa esatta scia di Errorzone – e quindi: tough guy hardcore di chiara matrice anni Novanta, con voce maschia, riff aggressivi e un sempre accentuato senso del groove. Rispetto a Errorzone, forse, i Vein.fm hanno forse semplificato un po’ di più le strutture e le asperità ritmiche, ritornando con più decisione alla fonte del suono metalcore anni Novanta tipo Madball; a questa riduzione del tasso cerebrale della loro musica, però, i Vein.fm accompagnano una maggiore varietà nelle opzioni timbriche adottate sia a livello vocale che strumentale, anche grazie all’aggiunta in pianta stabile di un turntablist – Benno Levine – alla formazione. Di conseguenza, i brani di This World Is Going to Ruin You finiscono per accentuare quei legami con il metal alternativo che già erano facilmente intuibili da Errorzone, offrendo facili termini di paragone con Deftones o Slipknot; talvolta, come in Wherever You Are o in momenti sporadici di Wavery e Funeral Sound, l’utilizzo di campionamenti e soundscape elettronici si fa tanto pervasivo che i Vein.fm evadono completamente da ogni riferimento metal finendo a due passi dalla musica industriale. Se siete tra coloro che considerano il nu metal un errore degli anni Novanta, è probabile che This World Is Going to Ruin You possa risultare come una pugnalata dopo il più asciutto Errorzone; in caso contrario, potreste trovare molta difficoltà a scegliere quale dei due sia migliore. 

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia